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lunedì, maggio 05, 2008

il quarantotto

Non so se sia già uscita la traduzione italiana dell'ultimo libro di Benny Morris, 1948. A History of the First Arab-Israeli War (Yale Univ. Press). C'è da dire che sembra molto noioso. Anche se qualcuna delle, diciamo, sviste, che ha procurato fama all'autore sembra essere stata corretta - come segnala Efraim Karsh, direttore dell'Istituto di studi mediorientali nel prestigioso King's College di Londra. Benny Morris sembra essersi finalmente convinto che l'ostilità a Israele è religiosa, cioé che è essenzialmente contro gli ebrei, e questo è vero da molto prima che nascesse l'integralismo islamico che conosciamo noi. La favola di un nazionalismo palestinese estraneo al fondamentalismo ne esce piuttosto malconcia. Vedi anche questa approfondita discussione.

sabato, aprile 05, 2008

Dinah

Qui a fianco ho iniziato una sezione Scaffale. E ci annoto i titoli dei libri che sto leggendo, e di quelli che ho letto e che mi frullano in testa. Io sono uno che i libri non solo li legge, ma li rilegge fino a consumarli. L'unico romanzo in italiano, finora, è Ladri nella notte di Arthur Koestler, un capolavoro che mi lega per molteplici vie ad un amico italo-ungherese.
Stavo riflettendo sullo stupro di Dina, che nel percorso del protagonista è un punto di svolta, che lo porta a lasciare il kibbutz socialista e a unirsi all'Irgun. Dina è una giovane ebrea europea, sopravvissuta alle violenze antisemita degli anni Trenta e rifugiatasi come tanti in Terra di Israele. Viene stuprata ed uccisa da due arabi, come segno di guerra contro il kibbutz appena insediatosi - su terra semiarida pagata a carissimo prezzo. Son cose che succedevano, eh.
Mi è venuto in mente il racconto biblico sullo stupro di Dinah, come è raccontato in Genesi 34. Gli studiosi discutono da tempo se quello di cui parla il testo sia da considerare uno stupro propriamente detto o implichi anche una questione di abbassamento del livello sociale, come sembrano fare intendere i fratelli di Dinah alla fine del capitolo.

massacro degli abitanti di Shechem

Sappiamo poco della sessualità dell'epoca dell'autore di Genesi 34, ma sono certo che la questione della dignità e dell'abbassamento era ben presente al giovane Koestler, quando ha lasciato un kibbutz socialista per unirsi a un gruppo il cui inno parla di splendore ed orgoglio

domenica, febbraio 17, 2008

macellai, tasse e politica internazionale

Si fa in fretta a dire, anzi a cantare, E venne lo shochet che uccise il bove. Le cose non sono mai così semplici, quando si ha a che fare con l'arte della macelleria. State a sentire questa storia.
Nell'Ottocento il rabbino capo di questa città era il rabbino sefardita, chiamato Rishon le-Zion e a cui spettavano una serie di compiti - diciamo che, secondo il costume ottomano, governava gli ebrei per conto delle autorità di Istambul e riscuoteva le tasse. Inoltre rappresentava gli ebrei nei confronti delle potenze europee, le quali a metà dell'Ottocento iniziavano ad essere interessate a quel che succedeva da queste parti. Ma nell'Ottocento inizia anche una immigrazione di ashkenaziti - un primo gruppo di litvak, lituani, arrivò nel 1812, si trasferì qui dalla Galilea, all'epoca devastata dalla peste. Un altro terremoto, nel 1837, portò in città famiglie ashkenazite che vivevano a Tiberiade e Safed, città a maggioranza ebraica. Ferrovie e navi a vapore resero poi possibile per molti ebrei russi trasferirsi a Gerusalemme. Che verso il 1870 era ormai a maggioranza ashkenazita, mentre il titolo di Rishon leZion continuava ad essere conferito al Hakham (rabbino capo) sefardita.
Da queste parti d'inverno fa un freddo che non ci credete, e d'estate si crepa di caldo, insomma la vita non è facile, ci si ammala e tu puoi pregare finché vuoi, sempre di curarti hai bisogno. Per non parlare del fatto che hai bisogno di trovare casa ed in questa città i turchi vietavano agli ebrei di costruire nuove abitazioni (meravigliosa, la convivenza con gli ottomani, eh?). Ognuna delle comunità ashkenazite - galiziana, ucraina, rumena e naturalmente russa- aveva così proprie istituzioni assistenziali su base, diciamo così "etnica" e che erano incaricate della tassazione. A capo di ogni istituzione assistenziale ashkenazita (che si chiamano kollel ed esistono ancora) c'erano ovviamente i rabbini delle rispettive comunità. Il Rishon leZion -in maniera pragmatica- lasciava che i rabbini ashkenaziti esercitassero la loro giurisdizione e riscuotessero le tasse con il sistema dei kollel, per poi versarle nella cassa comune.
I fondi provenivano dalle tasse pagate dai singoli capifamiglia ed una delle tasse più importanti era, indovina un po', quella sulla carne. Per ogni capo macellato si doveva versare una tassa apposita alle autorità ottomane e una al Rishon leZion, che curava anche la preparazione dei macellai ebrei - che senza la sua autorizzazione non potevano lavorare. Questo significa che la carne che si consumava a Gerusalemme (perlomeno quella venduta dai macellai) era macellata secondo il sistema sefardita. Gli ashkenaziti hanno però regole più severe, soprattutto per quanto riguarda la rimozione delle vene e dei nervi: se qualcosa va storto, la carne non la puoi consumare. E quindi che fai? La vendi.
Insomma, gli ashkenaziti avevano tanto a schifo i macellai sefarditi e preferivano macellarsi la carne da soli in casa. Che poi però non andava quasi mai bene. Come risultato il mercato della carne di Gerusalemme era il più economico della zona e pure i musulmani venivano da fuori per comprare la carne che gli ashkenaziti si rifiutavano di consumare. Immaginatevi la gioia dei macellai musulmani. La faccenda non poteva più andare avanti per molto, così nel 1866 i rabbini dei kollelim chiesero alle autorità ottomane il permesso di preparare dei loro macellai. Che significava per il Rishon le Zion perdere mica poco, in termini di tasse ed entrate. Il Rishon le-Zion dell'epoca, Haim David Hazan, li prevenne: chiese ed ottenne dal console di Prussia l'assicurazione che la Prussia avrebbe difeso il diritto degli ebrei a scegliersi i loro macellai, senza interferenza da parte dei turchi - senonché gli ashkenaziti proprio questo chiedevano, che i turchi si intromettessero per tutelarli. Ma gli ashkenazi mica stanno a guardare: eccoli scrivere una lettera, in italiano, ad un torinese cristiano che viveva Gerusalemme e a cui davano l'incarico, come si dice oggi, di difenderli e a rappresentarli in tutte le sedi competenti. A questo punto non è più una intromissione dei turchi, e si profila all'orizzonte uno scontro tra Prussia e Stati sabaudi.
Ai primi di marzo, nel consolato di Prussia a Gerusalemme si incontrano, per decidere della questione, Haim David Hazzan, i rabbini-capi di cinque kollelim, il console inglese -che non voleva perdere l'occasione per ficcare il naso in faccende che potevano permettere alla sua madrepatria di intervenire a difesa di qualcuno, ma soprattutto ad intervenire- e il console austriaco -che idem. Volano urla, insulti, si spaccano panche e sedie. Non credo si sia servito carne, al limite avran bevuto un té.
Tutto inutile. Ma il console prussiano, Georg Rosen, mica si demoralizza: scrive al pashà che ci sono questi ebrei, che ci sono questi macellai, che ci sono questi rabbini e che c'è il Rishon leZion da convicere. Evidentemente aveva cambiato idea nel corso del meeting precedente, era passato dalla parte degli ashkenaziti; o forse gli piaceva il ruolo di pacificatore - qualche passaporto prussiano i kollelim potevano comunque vantarlo. Il pasha risponde che sì, a lui interessa capirci di più (oh, quindi gli ashkenazi riescono ad avere i loro macellai, penserete voi) ma ha sentito dire da fonti autorevoli che gli ashkenaziti non sono ebrei (azz, fonti autorevoli: mica fesso il Rishon leZion!) e se è vero che in città si vende carne macellata da infedeli che appartengono a una setta che non è di quelli del popolo del Libro, la questione rischia di essere complicata. Perché non è che voi state già vendendo di quella carne, eh?
Ora provate a immaginarvi i tre consoli europei, finiti per qualche strana ragione in questo buco di c... di posto, dove il telegrafo c'è ma non funziona, che non vedono l'ora di essere trasferiti dove c'è un po' più di vita e le mogli non sbuffano che qua c'è solo da pregare. E tocca a loro dare lezioni di storia ebraica al pashà. E in fretta, perché anche lui, con somma soddisfazione della moglie, sta per trasferirsi altrove. Rosen era una strana specie di erudito, pare coltivasse l'idea di convertire gli ebrei al cristianesimo, insomma lui qualcosa sapeva. Il console britannico si diede ammalato. Quello austriaco faceva rispondere a tutti che era in attesa di istruzioni da Vienna.
E quando arrivò da Istambul il nuovo pashà, aveva con sé una bella lettera firmata dal sultano, che assicurava al Rishon le-Zion ogni autorità in materia di culto, carne compresa. E se non vi va, rivolgetevi al Ministero degli Affari Esteri dell'Impero turco. Voi non siete miei sudditi e va a sapé se siete ebrei.
Soltanto cinque anni dopo gli ashkenaziti otterrano il permesso di macellare la carne secondo le loro usanze. Pare si sia mossa anche la diplomazia di lingua tedesca che stava a Beirut. Il Rishon leZion dell'epoca, che per ironia si chiamava Abraham Eshkenasi, ci poté fare nulla. Di lì a poco, nel 1868, venne creato un rabbinato centrale ashkenazita, riconosciuto dalle potenze europee ma non da Istambul, e occupato da Samuel Salant, fino alla sua morte, nel 1909.

Queste ed altre storie in Arnold Blumberg, Zion before Zionism, 1838-1880, Syracuse Univ. Press, 1985.

martedì, gennaio 29, 2008

qualcosa su Spinoza

La direttrice dell'archivio di Stato di Amsterdam ha ricostruito le traversie economiche della famiglia Spinoza, la bancarotta del padre, e il tentativo di Baruch di sottrarsi alle conseguenze. E' piuttosto imbarazzante leggere di un grande filosofo che chiede alle autorità cristiane di essere sciolto dai vincoli della legge ebraica (che gli imponeva di mantenere i familiari e di pagare i debiti del padre). D'altronde anche Rousseu non era un modello di padre esemplare, eppure ha scritto l'Emilio. E Marx ha sempre avuto due domestiche, forse ne ha pure ingravidata qualcuna; eppure ha scritto Il Capitale. Mi sembra piuttosto difficile "riabilitare" Spinoza, ormai i debiti saranno stati pagati in altro modo. All'epoca della bancarotta eravamo, scusate la pendanteria dello storico, nel 1655. Solo in seguito il giovane Spinoza si è messo in affari con i cristiani, ha scritto dei libri ed è passato alla storia del pensiero filosofico (europe, quindi anche ebraico).
Personali considerazioni: i filosofi, per tutelare il loro vasto sapere, leggono poco la produzione degli storici e rifuggono dagli archivi. Si sa. D'altra parte sapete come va la storiella: Gesù ha portato l'amore e gli ebrei lo hanno ucciso in nome della loro Legge. Spinoza ha portato la libertà di pensiero e gli ebrei lo hanno scomunicato in nome della loro Legge. Poi, in Palestina, tutti abbiamo visto in cosa consiste la Legge degli ebrei. Agli europei questa storia con gli ebrei nemici dell'Amore, della Libertà e della Patria piace davvero tanto. E voi, penserete mica che una faccenducola tra usurai (una bancarotta ... puah) possa oscurarne i filosofici splendori ?

ah, per gli interessati, il saggio è Vlessing, Odette, The Excommunication of Baruch Spinoza: A Conflict Between Jewish and Dutch Law in Jonathan Israel and Reinier Salverda, eds. Dutch Jewry: Its History and Secular Culture (1500-2000), 2002, pp. 141-172

ebrei virtuali

Da almeno una decina di anni l’Europa si è popolata di ebrei virtuali: persone che non sono ebrei, spesso non hanno alcun legame con la vita ebraica, ma sono frenetici consumatori e spesso capaci produttori di cultura ebraica. Comprano libri di argomento ebraico, partecipano a festival di cultura ebraica, visitano mostre sull’ebraismo e musei ebraici, spesso suonano musica di cui sottolineano orgogliosamente le influenze ebraiche. La cultura ebraica (o meglio, ciò che è percepito come ebraico) ha ora un posto di rilievo nel teatro, nella musica e negli spazi urbani dell’Europa: si restaurano quartieri, si aprono musei, anche in località in cui gli ebrei sono assenti da secoli. E’ diventato “normale” essere ebrei in Europa.
Ruth Ellen Gruber descrive questo interesse per la cultura e la storia degli ebrei (al cui interno si inserisce anche la Giornata della Memoria, decisa dal Parlamento Europeo nel gennaio 2000) ed offre sue interpretazioni. Secondo lei molto è dovuto ad un mutato atteggiamento della Chiesa cattolica, che ha posto termine ad una ostilità millenaria; alla fine della Guerra Fredda, durante la quale le classi colte erano quantomeno diffidenti verso l’ebraismo; e soprattutto al desiderio degli europei di riempire quello “spazio ebraico” delle proprie identità nazionali . Il fenomeno ovviamente riguarda anche l’Italia dove, secondo l’autrice di questo libro, si deve soprattutto di Moni Ovadia e Claudio Magris, figure guida di una scoperta della cultura yddish – significativamente, nessuno dei due è ebreo ashkenazita.
L’opinione della Gruber è che questa ondata di interesse per la cultura ebraica sia sostanzialmente positiva, anche se ha dei lati kitsch (caffé ebraici in Polonia dove il cibo servito non è né kasher né cucinato secondo ricette tradizionali ebraiche), anche se non è rara la semplificazione. Gli europei adesso ne sanno molto di più sull’ebraismo e gli ebrei. La responsabilità delle istituzioni ebraiche deve essere quella di presentare la loro vita e cultura in luce meno folklorica. E in questo modo gli ebrei possono contriibuire alla costruzione di una Europa multiculturale.
La Gruber mi convince sì e no. Sì perché ha scritto questo libro percorrendo gran parte d’Europa e descrive un fenomeno che ha toccato con mano. No, perché sono più diffidente di lei a proposito della riduzione a folklore. In tutto questo fiorire di cultura ebraica, io vedo molta gente alla ricerca dell’Altro, o della Alterità. E mi sembra di indovinare molta delusione quando si scopre che “gli ebrei sono come noi” – se non sono così diversi, sembra essere il sottinteso, perché occuparsene? Perché una Giornata della Cultura ebraica, se non ci si può ascoltare musica klezmer?
Hai voglia quindi a spiegare che ci sono angoli di mondo in cui gli ebrei non hanno mai ascoltato musica klezmer. Hai voglia a parlare dell’Amsterdam di Spinoza, dove gli europei hanno scoperto non gli ebrei ma la tolleranza, che pure dovrebbe essere uno dei valori fondanti di questa Europa unita – salta sempre fuori quello che ti deve raccontare la favola di Spinoza perseguitato dall’Inquisizione ebraica (per la cronaca, chi è andato a leggersi e carte d’archivio ha scoperto che le cose erano molto più banali). Perché, visto che ad Amsterdam gli ebrei non erano straccioni e sognatori come nella Belz visitata da Joseph Roth, allora erano poco ebraici, e quindi cattivi e intolleranti. Proprio come noi.

Ruth Ellen Gruber, Virtually Jewish: Reinventing Jewish Culture in Europe, niversity of California Press, 2002.