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martedì, giugno 17, 2008

la terra dei nomi

Mentre dall'altra parte del Mediterraneo gli ateniesi giocavano alla democrazia tra i padroni (e gli schiavi erano al lavoro) su questa sponda si inventava - o si scopriva- l'idea ancora adesso rivoluzionaria dell'eguaglianza e della dignità umana: tutti gli uomini sono creati ad immagne di Dio. I testi della nostra tradizione sono pieni di nomi di uomini comuni, i testi dei greci ricordano solo i nomi degli eroi. Lo dice una delle più belle poesie ebraiche contemporanee: לכל איש יש שם, ognuno ha un nome, che letteralmente farebbe: a ciascuno c'è un nome.
Dire il nome è il nostro modo di ricordare: vale per i ricordi privati, negli anniversari. E vale per le cerimonie pubbliche, quelle istituite dallo Stato di Israele per ricordare i morti nella Shoah (qui, la descrizione di una mia amica americana, che contrariamente a me è nata e cresciuta lontana dai luoghi dell'orrore), come per ricordare i caduti nella lotta per l'indipendenza e le vittime del terrorismo - lo Yom ha Zikharon.
Quest'anno per Yom ha Zikharon siamo stati al Liceo Rehavia di Gerusalemme, che per questa capitale è un po' come il Parini per Milano, la scuola prestigiosa per eccellenza, dove studiano i rampolli delle famiglie più prestigiose; ed è anche una scuola che esiste da un sacco di tempo, perché è stata fondata nel 1928. Come in ogni scuola del Paese si è tenuta una cerimonia commemorativa, in cui sono stati letti i nomi dei caduti ex allievi della scuola. Che sono tanti.
Una nostra amica, che è nipote di un famoso generale, ha riconosciuto i nomi di suoi parenti. Io ho riconosciuto qualcuno della famiglia Valero, imprenditori a cui era stato dedicato un libro. Poi ad un certo punto si è sentito il nome di Avraham Stern, Yair.
Avraham Stern non è stato un personaggio facile. Era un nazionalista che guardava con favore ai metodi del fascismo italiano; il suo gruppo (che gli inglesi chimavano gang, banda) ruppe con l'Irgun, il movimento nazionalista sionista, giudicandolo troppo moderato. Il suo gruppo aveva perfino vagheggiato una tregua con i nazisti, nel nome della lotta agli inglesi (lo ricordano, oggi, con una espressione schifata, gli stessi che vorrebbero un accordo con Hamas). Scrisse delle poesie, dove il tema della morte per la patria assume caratteristiche davvero difficili da sopportare. Rifiutava ogni collaborazione con gli inglesi, che dopo averlo catturato e ammanettato lo uccisero a freddo senza processo. Sul momento non portarono il lutto in molti. Il movimento sionista laburista ha infatti della pagine oscure (in cui finì anche qualche italiano), fatte anche di collaborazionismo con i britannici, per levarsi di torno l'Irgun e del Lehi - così si chiamava il gruppo di Stern. Qui accanto vedete un francobollo emesso dallo Stato di Israele per ricordarlo, ma è ancora, come si dice, una figura controversa.
Quando, un mese fa, ho sentito il nome di Avraham Stern nel cortile del Liceo di Rehavia, per un impercettibile secondo mi sono venute in mente le pagine che ho scritto, in corrispondenza con amici non ebrei e di sinistra, nello sforzo di rendere presentabile e dignitoso il movimento sionista. Non perdevo occasione per segnalare che noi, i compagni, i sionisti puliti, quello che sono idialmente vicini a Rabin due secondo prima della sua morte (mentre canta il canto per la pace, Shir ha Shalom), ecco, noi non c'entravamo niente con quelli della banda Stern, quelli cattivi, quelli come Shamir.
Quante cazzate.
Davvero, che cosa ridicola volersi presentare sempre come quelli che stanno a sinistra; che cosa umiliante sentirsi sempre costretti a rassicurare i compagni; e, per farlo, infangare chi ha dato la vita perché il popolo ebraico avesso uno Stato. Tanto quanto la ha data chi stava, secondo le schematizzazioni caricaturali della sinistra italiana "da un'altra parte", quella che volevo (senza riuscirci mai, che strano) presentare come "la parte giusta"; perché accanto al sostantivo sionista ci attaccava un aggettivo che poteva suonare socialista. Illudendosi (oh, che fesseria) di poter costruire "la pace" perché anche per gli arabi quell'aggettivo ha un significato; certo che ce lo ha un significato, il termine socialismo, per i nazionalisti arabi come Arafat o Nasser. Significa un Medio Oriente senza Israele: è quello che sognano. E sono sogni verso cui la sinistra italiana è sempre stata molto comprensiva. Molto più che verso Avraham Stern.
Contro Stern, come contro Begin, come contro Sharon, come contro Jabotinsky la sinistra italiana ha costruito una immagine surreale del sionismo, in cui non era ben preciso se essere a favore di qualcosa, e di cui l'unica cosa precisa era la lista dei cattivi, da apparentare volta per volta ai cattivi di turno, amerikani o italiani. E noi ebrei di sinistra troppe volte la abbiamo data per buona, nello sforzo patetico e umniliante di farsi accettare, via via come ebrei e non più come (non sia mai) sionisti. Che era sempre una cosa troppo difficile da spiegare.
E' da più di un mese, dall'ultimo Yom ha Zikharon, che non ho nessuna voglia di spiegare: la differenza tra Avraham Stern (il "revisionista", il "fascista") e i prozii della mia amica laburista ("compagni") era solo differenza nell'ordine alfabetico. Sono nomi, parte della lotta di questo popolo per vivere liberi nella propria terra.

domenica, giugno 15, 2008

belle notizie

Ruth Lautt è una donna bella, coraggiosa e determinata: una avvocata americana che è diventata suora domenicana per seguire una vocazione davvero importante: fermare il boicottaggio antisemita dello Stato di Israele e contrastare l'antisemitismo diffuso nelle Chiese cristiane. La sua ammirevole determinazione la porta anche a dissentire dalle posizione ufficiali del suo ordine. Questo è il sito web della sua organizzazione, Christians for Fair Witness on the Middle East. Ne ha parlato anche il New York Times, qui, che spiega che non c'entra niente con i Christian Zionist, i neocon e tutti gli altri babau che agitano il sonno dei nostalgici del cattocomunismo.

venerdì, giugno 13, 2008

Stato ebraico e Stato democratico

Negli anni Novanta i giuristi israeliani hanno discusso fino allo sfinimento sul significato dell'espressione "Stato ebraico e democratico". La ragione è che Israele non ha una Costituzione, ma un insieme di leggi che hanno carattere costituzionale: e nel 1992 la Knesset ha approvato due leggi in cui stava contenuto quella espressione e che esplicitamente citavano il documento fondativo dello Stato, la Dichiarazione di Indipendenza - che, lo so che a molti sembrerà strano, non dice affatto: siamo in questo territorio perché lo ha deciso Dio.
Secondo alcuni (soprattutto il giudice Aharon Barak) esistono però dei valori che sono ebraici e democratici al tempo stesso (rispetto della dignità della persona, uguaglianza davanti alla legge, ecc. ecc.) e che devono essere i valori espressi dalla nostra Costituzione e dalle leggi di questo Stato. Altri, e particolarmente il giudice e professore Menachem Elon, rispondono che la tradizione giuridica ebraica (la halakhà ed i responsa rabbinici) dovrebbero essere presi in considerazione, laddove non contraddicono, ma anzi rafforzano i valori democratici - il diritto ebraico, per esempio, esclude l'incarceramento per debiti, consentito e anzi ampiamente comminato nelle due fonti del diritto democratico (romano e anglosassone). I primi a questo punto rispondono che uno Stato è democratico se la legge è abbastanza astratta ed universale da rendere nulle le appartenenze religiose. Ed i secondi ribattono che Stato ebraico e democratico significa che ci deve essere un terreno comune tra ebraico e democratico, non che uno deve escludere l'altro.
Il dibattito è ovviamente molto interessante, e io qui lo ho riassunto tagliando con la motosega: però è importante ricordare che non tutti sono entusiasti di questa attività iper-legislativa della Corte Suprema. Soprattutto nel gruppo che sta lavorando a un progetto di Costituzione c'è chi pensa che delle eventuali contraddizioni tra ebraico e democratico dovrebbe occuparsi il Parlamento e non i giudici. E che l'interventismo dei rabbini a tutela (dal loro punto di vista) di quello che è ebraico - e ai danni di questo interventismo ho già accennato- è la risposta all'interventismo dei giudici a tutela di quel che per loro è democratico.
Il dibattito sul significato dell'espressione "ebraico e democratico" è sorto in un momento particolare della storia di questo Paese, cioé dopo la fine dell'egemonia laburista e dell'ethos collettivo che il socialismo israeliano ha cercato di costruire, affiancando propri valori e delle proprie cerimonie a quelli della tradizione della Diaspora (o, in qualche caso, sostituendoli).
Ad un certo punto però quel progetto è fallito, vuoi perché il socialismo era in crisi in tutto il mondo, vuoi per la guerra del Kippur, vuoi per i colpi presi da Menachem Begin e i suoi discorsi sulla sopravvivenza, vuoi per l'ingresso del consumismo e l'immigrazione dei russi - che verso il socialismo erano, diciamo, un po' allergici. Di ragioni ce ne sono tante, fatto è che Israele negli anni Novanta è un Paese in cui si parla molto più di diritti individuali, molto di più di quanto se ne parlasse in passato.
La storia del sionismo, di qualsiasi corrente sionista, è sempre una storia di ideali collettivisti, non solo a sinistra. A destra la voce che contava era quella nazionalista, non quella liberale. E nemmeno i sionisti religiosi hanno mai considerato un valore la tutela dei diritti dell'individuo.
Perché il problema è di che individuo stiamo parlando. Gli amici che mi scrivono chiedendomi come fa uno Stato ispirato a una religione ad essere anche uno Stato democratico hanno in mente un tipo preciso di democrazia: quella americana neoliberale, laddove la sovranità appartiene a una entità astratta chiamata individuo, slegato da ogni comunità, privo di ogni appartenenza, religione, legami familiari e culturali; e l'obiettivo del sistema giuridico è la felicità di questo individuo. Che è una finzione, perché in realtà negli USA esiste un predominio dell'etnia WASP, che non può scalfire alcuna eguaglianza giuridica formulata per legge. Mentre invece la generazione dei fondatori dello Stato di Israele, che ha scritto quella Dichiarazione di Indipendenza dove gli aggettivi ebraico e democratico compaiono per la prima volta accanto, aveva presente la democrazia rappresentativa, ovvero -come in Italia- proclamava che la sovranità appartiene al popolo. Non a caso nessuno in Israele si oppose alla istituzione di un sistema di welfare.
Israele è uno Stato democratico ed ebraico. Democrazia non significa dispotismo dell'individuo, ma sovranità del popolo. Che in questo caso è il popolo ebraico, ovvero quegli individui che hanno in comune l'appartenenza al popolo ebraico e che hanno creato uno Stato per assicurarvi continuità e diritti. In Israele, proprio come in Italia, la sovranità appartiene al popolo; il che non significa che chi non è ebreo non ha diritti individuali. Ma, proprio come in Italia i diritti nazionali sono del popolo italiano e non dei Walser, e in Francia sono del popolo francese e non dei Bretoni o dei Corsi, e in Spagna appartengono agli spagnoli e non ai Baschi. E qui posso anticipare che tra i miei lettori (se sono sopravvissuti fino a questo punto) ci sarà chi tristemente mi dice: ma allora il conflitto con gli arabi non si risolverà mai! La mia risposta è sì, probabilmente è così. Perché Israele è uno Stato normale, e in nessuno Stato le minoranze nazionali sono completamente soddisfatte. Di più: ogni Stato nazionale accetta all'interno dei propri confini solo le autorità di quelle minoranze che con quello Stato vengono a patti, non certo quelle che vogliono farlo saltare per aria. Il che vuol dire che il conflitto con le aspirazioni nazionalistiche degli arabi non può essere risolto all'interno di una prospettiva sionista. Si può (e si deve, dal mio punto di vista) trovare una modalità di convivenza con coloro che accettano che questo è uno Stato ebraico e democratico, perché tra gli scopi di ogni democrazia c'è anche: sviluppare il Paese a beneficio di tutti i suoi abitanti. Ma uno Stato non si può suicidare cambiando le proprie caratteristiche nazionali.
So che dal punto di vista della democrazia neo-liberale americana non esistono conflitti che non possono essere risolti. Nella salsa New Age preferita dai pacifisti, questo significa: allargate l'area della coscienza (povero Allen Ginsberg, se avesse saputo cosa avrebbero fatto di lui...) e la vita vi sorriderà. Ma nel mondo reale in cui viviamo un po' tutti, le cose stanno in maniera diversa.

giovedì, giugno 12, 2008

e parliamo di Nakbah

sabato, maggio 03, 2008

risposta ai commenti

Un giorno, lo prometto, pubblicherò una antologia di commenti cretini. E tutti potranno ammirare la raffica di post con cui mi si viene a spiegare la incomparabile superiorità morale di Rosa Luxemburg, e della sua indifferenza verso il dolore degli ebrei, a meno che per medicarlo non si riscattino i proletari di tutti i Paesi. Gli autori di questi post non sono ebrei, non sono mai stati in Israele e nemmeno in Palestina, ma soprattutto non tollerano il particolarismo di Jabotinsky. Per particolarismo si intende l'aver inteso prima di molti cosa aspettava gli ebrei che fossero rimasti in Europa, magari fidandosi di quel patto Ribbentrop-Molotov. Che doveva essere, immagino, la salvezza dei proletari di tutto il mondo. Ebrei inclusi, purché -ovviamente- smettessero con il loro particolarismo.
Ci sono poi quelli che rompono, è il caso di dire, l'anima, con il florilegio di citazioni profetiche - dimenticando che l'orizzonte, diciamo, ideologico dei profeti era una entità politica di cui gli ebrei avevano responsabilità in quanto ebrei, non in quanto generici "esseri umani" che anelano ad uno "Stato per tutti i cittadini" con gli ebrei, guarda che novità, in minoranza.
Insomma: un po' del vecchio album di famiglia (come diceva Vittorio Foa: non la bandiera rossa, ma il sogno della piazza piena di bandiere rosse); l'eterna presunzione di saper sempre giudicare cosa è buono e cosa no in base al metro dello stalinismo - il che si traduce in una insofferenza per gli ebrei che vogliono salvarsi da soli- e una spruzzatina di cattolicesimo paternalista anni Cinquanta. Questo è l'apparato ideologico con cui la Sinistra Arcobaleno si appresta a traversare il deserto berlusconiano. Auguri.

venerdì, maggio 02, 2008

appartenenze due

Sono cresciuto con l'idea che ci fosse un qualche apparentamento tra aspettativa messianica e socialismo, o tra gli ideali del movimento operaio e i valori dell'Ebraismo. O forse tra essere ebrei e la difesa dei più deboli. Beh, in questo Stato gli ebrei non sono più tanto deboli, e qui per gli antisemiti sta il problema. Per me, no. Per questo mi suona ridicolo, datato, chi collega la lotta all'antisemitismo a qualche generica lotta nel nome di qualcosa di altro. Per me la lotta contro l'antisemitismo significa difesa, non promessa di un mondo migliore conforme agli ideali internazionalisti, come sognava Rosa Luxemburg, qualche anno prima di venire uccisa perché ebrea. E lo so che a chi non è ebreo le sue parole sembrano nobili, molto più nobili di quelle di Jabotinsky a cui le ho accostate qualche giorno fa, nel post che mi ha attirato una quantità di insulti da record.
Sono stato tentato dall'approvarne qualcuno, di quegli insulti, tanto erano stupidi. I più divertenti mi segnalavano che in quel modo facevo vincere Berlusconi, ovvero la Nirenstein, e che i fascisti, tornati al governo, avrebbero perseguitato tutte le minoranze (ebrei inclusi, ovviamente) - sensazionale che i lettori non si siano accorti che tra l'epoca di Rosa Luxemburg e quella di Vladimir Jabotinsly c'è stata di mezzo la Shoah, che nel mio post era rappresentata dai cancelli di Auschwitz - un dettaglio che sembra sfuggire agli antifascisti antisionisti miltantisti. Per dire quanto glie ne importa della difesa degli ebrei in carne ed ossa.
La Luxemburg sembra più nobile perché nel suo modello di ebraismo non ci sono responsabilità politiche. Perché corrisponde all'ebreo debole, che si compiace di rimanere tale. E più penso alla sua sterilità, più mi sento vicino a un sionismo più minimale, lontano da progetti di palingenesi universale. Forse meno messianico, ma la Torah non sta al di là degli oceani e dei cieli.
E insomma, pigliatevi questa citazione: No one yet knows what awaits the Jews in the twenty-first century, but we must make every effort to ensure that it is better than what befell them in the twentieth, the century of the Holocaust. Lo ha detto Bibi Netaniahu, sì, lui.
E io sono d'accordo.

sabato, aprile 12, 2008

ragioni per essere sionisti

“I have no room in my heart for Jewish suffering... Why do you pester me with Jewish troubles? I feel equally close to the wretched victims of the rubber plantations in Putumayo or to the Negroes in Africa. ... I have no separate corner in my heart for the ghetto.”

Rosa Luxemburg, 1916 - tre anni prima di venire uccisa da nazionalisti tedeschi.



"I demand justice, and if I do not get it, the world will be transformed into a wasteland. In a place where I am a king among other kings - there the idea of progress will be realised. But if it is my fate to be cast outside of the framework, then I do not care if the rest of you go up in flames. And I will even help with this. There is no redemption for the world if I have no part in it. In the beginning, God created my demand."

Vladimir Ze'ev Jabotinsky, 1940 - nel pieno della catastrofe.

martedì, aprile 08, 2008

"complete equality of rights"

If we had a majority in the country, we would first of all create a situation of complete equality of rights, without exception. Jew or Arab, Armenian or German, there would be no distinctions in the eyes of the law, all ways will be open before all, all may be eligible to be prime minister, if their program finds favor with the majority.
The status of an Arab in the Land of Israel will be exactly equivalent to that of a Scot or Welshman in England. Balfour is Scottish and is proud of his identity, Lloyd George is Welsh and is proud of his identity, and both of them were prime ministers in Britain, and thus it must be in the Hebrew Land of Israel that will come. Apart from this, we would create an even more praiseworthy situation in the Land of Israel: we would not only grant complete equality of rights to individual citizens, but also to national languages.

Vladimir Jabotinsky, 1929. Testo completo qui

martedì, gennaio 29, 2008

burka

Klal Israel. Si può tradurre con "completezza di Israele". E' una bella cosa, il principio secondo il quale ognuno di noi c'entra con (o addirittura è responsabile per) qualcun altro. Implica che ognuno di noi ebrei è una parte del popolo ebraico, non lo rappresenta per intero. Il problema, secondo me, inizia quando questo principio viene tradotto in una istituzione sostenuta dallo Stato: perché ritengo che questo coinvolgimento dello Stato in faccende religiose non sia affatto un bene.
Lo Hartman Institute è una prestigiosa istituzione fondata e diretta da un rabbino ortodosso di idee molto liberali - e fa parte di quell'arcipelago che viene chiamato inter-denominazionale, in cui si cerca di mettere in pratica il principio del Klal Israel. Un po' di giorni fa David Hartman ha annunciato che avrebbe esteso la semicha, l'ordinazione rabbinica, anche alle donne. Avremo quindi donne rabbino ortodosse. Non che ci sia da montarsi la testa, ma comunque è una bella notizia.
Il problema è che in Italia, dove il principio del Klal Israel si traduce in una istituzione statale (l'UCEI, a direzione rabbinica ortodossa), a questa notizia è stato dato un risalto esagerato. Come a testimoniare che l'ortodossia intera si starebbe spostando a sinistra e che quindi non esisterebbe più l'esigenza di un pluralismo interno al mondo ebraico - ovvero un ebraismo indipendente dalla benedetta istituzione statale di cui sopra. Benedetta nel senso che la benedicono rabbini ortodossi, ovvero gente per la quale i Neture Karta sono ebrei e chi si è convertito con sinagoghe conservative, no.
Ora, io ho molto rispetto per chi cerca di spingere l'ortodossia su posizioni più moderne e magari inclusive. Ben venga la signora rabbina ortodossa. Però vorrei ricordare che in Israele, tra gli ortodossi le cose vanno più spesso in questo modo.


Sì, è un burka. La foto e la notizia sono tratte mica da un sito di provocatori o di anarchici contro il muro, o di deficienti che vogliono raccontare che da queste parti ci sarebbe una teocrazia. E' il blog di un tale che non è esattamente una colomba, e anzi uno che ha le sue buone ragioni per difendere lo Stato di Israele e la sua immagine: ecco qua, per esempio, cosa scrive sulla sceneggiata di Gaza a luci spente.
Insomma: ci sono donne ebree ortodosse che si mettono il burka in osservanza della loro interpretazione della tziniut. E scommetto che in Italia a tale notizia verrà data poca risonanza, eppure riguarda molte più donne della singola -di solito americana- che decide di diventare una rabbina senza sapere bene se, una volta finiti gli studi, troverà un lavoro che le permetterà di pagare i debiti fatti per studiare. A lei va tutto il mio rispetto. Rispetto meno chi la strumentalizza, e poi tace la storia di Bet Shemesh e i problemi che tali comportamenti suscitano.
Che poi coloro che tacciono su Bet Shemesh siano anche ideologicamente vicini a Moni Ovadia, è un'altra faccenda divertente. Sì, perché secondo Moni Ovadia, quelle signore col burka sarebbero parte degli anti-statalisti che verrebbero discriminati dallo Stato di Israele. Mentre il colono che rende nota la notizia anche a chi non legge l'ebraico, sarebbe un personaggio pericoloso. Io non la penso affatto così. Riguaratevi la foto. Non è Kabul. E' Israele, anno ebraico 5768. E quello è un burka. Sì, è vero, l'ortodossia si sta muovendo. Verso dove, mi sembra evidente.
Ah, io a quella gente farei fare il militare, perché Israele ha bisogno di essere difesa e perché quel genere di costumi tribali si sconfiggono con le maniere forti, tipo Afghanistan. So che Moni Ovadia la pensa in maniera diversa su tutti gli eserciti perchè nei quadri di Chagall gli eserciti non ci sono. Ma nemmeno i burka, aggiungo io. E tanti saluti a Moni Ovadia e ai suoi fan che mi scrivono scandalizzati.

domenica, gennaio 20, 2008

semplice da capire

"When we didn't have F-15s, we had Auschwitz"

giovedì, novembre 01, 2007

sionisti

Una volta rav Isaac Zev "Velvl" Soloveichick sentì uno dei Neture Karta maledire lo Stato di Israele e commentò così: "Quest'uomo è un sionista. Se fosse in Russia o in Polonia non potrebbe certo maledire il governo. Riconosce che la nascita dello Stato di Israele ha cambiato anche lui".

lunedì, ottobre 22, 2007

hey Joe ovvero sovranità

"Ma ci sarà pure una differenza tra ebreo e sionista!" bofonchia dall'altra parte di skype l'amico -non ebreo- intenzionato a "legittimare l'antisionismo", cioé a spiegarmi che non di antisemitismo si tratta. Ora, sta di fatto che questo concetto secondo cui a essere perseguitati sarebbero gli antisionisti a me sta sugli zebedei non da ieri, perché sottintende il famoso controllo ebraico dei media, tema che in rete sta avendo una certa popolarità grazie a quello che sembra proprio un provvedimento cretino del governo italiano, di cui si è fatto carico un tizio che si chiama Levi.
Beh sì, certo. Si può affermare che ebreo e sionista non sono sinomini, anche senza tirare in ballo masochisti patologici. L'esposizione più coerente di questo non-sionismo che ho sentito finora viene da un amico americano, che si trova da queste parti. Dice che Israele adesso gode della straordinaria protezione degli USA ("so far"). L'esperimento sionista mirava ad assicuare sovranità degli ebrei nel proprio Stato, e adesso questa sovranità non c'è. Dipendiamo dagli USA, cioé da qualcun altro.
Ora, mettiamo in chiaro una cosa: il mio amico -che si chiama Joe- non mette in questione il diritto degli ebrei ad avere uno Stato, non discute che, perlomeno fino ad un certo punto, questo Stato sia stata una buona idea, non pone questioni di doppia lealtà come quelli che ti chiedono "ti senti più italiano o più israeliano?" - che è la versione soft di: e se succede una guerra tra il mio Paese e quello statarello artificiale, fanatico e criminale di cui parlano i giornali, tu secondo me non ce lo hai mica il coraggio di sottrarti al controllo della poderosa lobby che si arrichisce con le guerre del mondo intero e diventare finalmente uno come me.
La posizione di Joe però ha un limite: viene dagli Stati Uniti d'America. Ovvero dal Paese che ha annullato la sovranità italiana per una serie cospicua di decenni, e il mantenimento di detta sovranità americana è stato pagato dall'Italia con una serie di bombe, che vanno da piazza Fontana all'Italicus.
Su Ustica e Bologna io continuo ad avere dei dubbi, il signor Gheddafi aveva preso poco bene la perdita del controllo su Malta - e comunque anche questa strage sarebbe da mettere nel conto che l'Italia ha pagato per essere alleata degli USA - o per aver rinunciato alla propria sovranità.
Voglio dire che uno Stato completamente sovrano, che non ha bisogno di alleanze per sopravvivere, non esiste. Per sopravvivere occorrono alleanze e l'alleanza con uno più forte di te significa, sostanzialmente, rinunciare a dei pezzi di sovranità. Così vanno le cose in questo mondo, di questi tempo; certo, negli anni formativi del Sionismo questa faccenda non era prevedibile. Israele può ringraziare che la protezione dell'amico americano non è costata la serie di morti che è costata all'Italia e di cui il mio amico Joe non era per nulla a conoscenza.
Adesso Israele ha un grande alleato che si chiama USA. Quando mio babbo era giovane il migliore alleato era la Francia e gli USA erano, perlomeno, scettici verso questo Stato degli ebrei socialisti. Le cose cambiano, le alleanze pure. Non mi sembrano buone ragioni per dichiarare chiuso un esperimento.
Joe ha detto che ci penserà e che, se passa in Italia, va a vedere se la lapide a Pinelli c'è ancora. E' una faccenda, questa del ferroviere anarchico che vola dalla finestra, che lo ha fatto particolarmente incazzare.

venerdì, ottobre 19, 2007

destra o sinistra

La parasha di questa settimana è Lekh lekha, con la quale inizia la storia di Abramo. Ne parlavamo tra studenti, perché qui si usa parlare di viaggio verso the rabbinate, di spiritual journey ecc. E ci si chiedeva in cosa siamo cambiati, in questi mesi. A differenza dei miei colleghi americani, che quando accendono skype di là dall'Oceano è notte o giù di lì, io quando mi collego al PC trovo più o meno le stesse persone che trovavo in Italia. Un contatto più stretto? Non so.
Questi amici non sono in viaggio con me. Un poco alla volta mi rendo conto che ci sono parole a cui diamo significati diversi. Tipo, chessò, sionismo, pensavo girando al cimitero di Kinneret. In Italia c'è un gran daffare per decidere se il sionismo di sinistra o di destra, con una parte che sottolinea le alleanze imbarazzanti dell'altra - e più passa il tempo in cui sono lontano dall'Italia, meno mi interessa questa battaglia. Mi pare uno sforzo classificatorio che raggiunge il culmine quando si può distinguere tra sionisti di destra e sionisti di sinistra. Il sogno supremo, immagino, sarebbe di metterli l'un contro l'altro e di vedere, finalmente, qui nella Terra Promessa, la destra sconfitta dalla sinistra. Non da un centro-sinistra come quello all'italiana, da una sinistra con bandiere rosse, inni alla fratellanza dei lavoratori e iconografia di stampo sovietico. Bene, tenetevi forte: da queste parti le cose non stanno affatto così.

Il principale discrimine, ora come ora, non è tra destra e sinistra, ma tra i partiti sionisti (destra e sinistra) e quelli antisionisti (i cosiddetti religiosi), il quale è un campo che si va sempre più frammentando. Aprendo a caso Haaretz scopri che il destro Lieberman vuole, nientemeno, conversioni rapide per i nuovi cittadini e che i sionisti religiosi istituiranno propri procedimenti per la conversione, approfondendo la rottura nei confronti del rabbinato centrale.
Pluralismo e cittadinanza sono le questioni centrali, da queste parti. Il nascituro partito democratico mi sembra abbia altri obiettivi, si vede che in Italia piace parlare di altro. Ma, per favore, rendetevi conto che le vostre chiacchiere sono, appunto, chiacchiere. Non unità di misura con cui decidere se questa sponda del Mediterraneo è a destra o a sinistra.

giovedì, ottobre 18, 2007

cimiteri


Nel cimitero di Kinneret sono seppelliti i grandi del Sionismo: la poetessa Rachel, Ber Borochov, Moshe Hess e così via. Tutti personaggi che hanno "fatto" la seconda alya, che ha portato qui, prima della Prima Guerra Mondiale, decine di migliaia di immigrati motivati, socialisti e di alta formazione intellettuale. Tutti determinati a costruire l'ebreo nuovo, rigenerato da una rivoluzione sociale, politica e culturale. Autori della rinascita dell'ebraico, fondatori dei sindacati... per questa gente, le cui figure di spicco qui hanno condotto una vita straordinariamente grama, gli ebrei erano prima di tutto un popolo - qualunque cosa significhi l'espressione- che doveva emanciparsi sia dalla società capitalista che dall'oppressione religiosa. Nei loro progetti avrebbe dovuto essere sostituita da quella specie di religione civica dello Stato di Israele, che è il fondamento dell'ideologia laburista.
Come è andata a finire lo sappiamo tutti (anche se là in Italia sembra lo sappiano in pochi): la religione ebraica non è affatto scomparsa. Quando questo Paese è stato in pericolo, ovvero durante la guerra del Kippur, l'esercito ha saputo dove andare a prendere i soldati - in sinagoga. Siccome gli israeliani vanno in sinagoga, il Paese si è salvato - che poi non fossero le preghiere a far vincere la guerra, questo è un altro discorso, d'altronde non sono molti gli ebrei che vanno in sinagoga per pregare. Ed è piuttosto malandato anche un altro caposaldo dell'ideologia laburista, quello che suona così: noi e i palestinesi siamo compagni, per questo ci possiamo capire. Che i palestinesi capiscano nessuno lo mette in dubbio, che abbiano desiderio di capire, ecco ... lasciamo perdere.
Nota che per malandato intendo che non ha più grande forza di mobilitazione, certo non la ha qui a Gerusalemme, dove la popolazione sefardita non è esattamente bendisposta verso il progetto di sostituire la nostra religione antica e familiare con la fede nelle magnifiche sorti progressive, che nel resto di mondo è appena passata di moda.
Ho camminato per ore dentro questo cimitero, sulle rive del lago di Kinneret; non avevo macchina fotografica, accontentatevi di roba presa qui. Mi ha colpito una cosa: sulle tombe non ci sono immagini. Per essere gente che voleva liberarsi dell'oppressione religiosa, i sionisti della seconda alya avevano ben presenti le proibizioni rabbiniche - però si vantavano di aver rotto il secolare tabù che impediva agli ebrei di impugnare armi; è nella seconda alya che nasce la Hashomer. Ho pensato a cimiteri ebraici italiani, dove vedevo persino delle statue - in una città emiliana pure quella di uno dei "martiri fascisti". Ebrei fascisti, armati e con una statua sulla tomba: forse è questa quella cosa che chiamano assimilazione. Eppure anche il martire fascista emiliano era ebreo. Ebree pure le figlie, che venivano in sinagoga un paio di volte l'anno, con un distintivo con fiamma tricolore sull'angolo del tailleur.
Quando si esce dal cimitero ti rendi conto che non puoi nemmeno fare la netillat yadaim. Niente rubinetti, niente acqua, niente che possa segnare il tuo passaggio dal cimitero al fuori: solo un muro, e neanche tanto alto. I sionisti della seconda alya sapevano cosa distruggere, ma non avevano ben presente con cosa sostituirlo. Il cimitero di Kinneret, così pieno di storie tragiche è anche un luogo molto indeterminato. Sogni e progetti che erano qui raccolti fanno parte della storia, del passato (forse persino della memoria) di tutti. Sionisti religiosi di destra, comunisti, laburisti di varia gradazione, Ortodossi e Reform ... tutti prima o poi visitano il cimitero di Kinneret, spesso in gruppi organizzati, come parte di qualche tyul (gita) che tocca i luoghi storici del Sionismo -poco lontano da qua c'è Degania, il primo kibbutz , C'è anche chi ci viene da solo, per esempio per lasciare un sasso sulla tomba di Naomi Shemer.

Lo fanno in molti.

giovedì, settembre 20, 2007

figli del sole

A quanto pare i kibbutz in Italia suscitano un entusiasmo bipartisan - che per me puzza molto di strumentalizzazioni. Mi è venuta voglia di raccontare un film che ho visto un paio di sere fa, che si intitola I figli del sole e racconta l'educazione nei kibbutzim socialisti. Il regista - Ron Tal - ha preso dei filmati realizzati nei kibbutzim e li ha fatti vedere a quei bambini, ormai cresciuti, e ai loro genitori. E ha registrato le loro voci.
Così si vedono, in bianco e nero, ragazzi e ragazze che giocano nei campi e si sentono voci di anziani che raccontano la scoperta della sessualità in stile socialista ("E come è stato il primo bacio?",chiede il regista "Ti ho detto che non te lo dico!", risponde una signora). Si vedono scene di lavoro nei campi ("Non esisteva una cosa come: non ho voglia di lavorare"), si sentono i signori cantare l'Internazionale in ebraico ("Ricordarmi ? Certo che me la ricordo, stai a sentire"). L'ebreo nuovo era anche molto fisico, anche se non so se gli ideatori del sistema avevano previsto la derisione ad opera del gruppo dei coetanei. Si faceva la doccia insieme fino ai tredici anni: le immagini di ragazzini ridenti sotto la doccia commentate dagli anziani di anni dopo non sono facili da sopportare e spiegano anche come mai una buona parte delle generazioni nate in quegli anni non sia tornava in kibbutz dopo il servizio militare.
Il contatto tra genitori e figli era limitato a poche ore al giorno, quando i genitori tornavano dai campi: i bambini dormivano nella Casa dei bimbi già a partire da pochi mesi di età e di loro si prendevano cura, a turno, le compagne - giacché vigeva il princìpio della rotazione degli incarichi: questo mese vai a trebbiare, il mese prossimo sei di turno nella Casa dei bimbi.

Chi ci è cresciuto dice che non ha sentito la mancanza della mamma e del babbo (voce di anziana signora: "E dopo tre mesi ha iniziato a dormire nella casa dei bambini. Separazione? Non era separazione. Era nel kibbutz!") ma non lo rifarebbe ai suoi figli, perché dei fratelli sì, di loro ha sentito la mancanza. Nell'ultima scena tu vedi scorrere i volti di questi ebrei nuovi, filmati dal basso verso l'alto, come li vedrebbe un bambino. E sorridono, ciascuno a modo suo. E poi le schermo diventa nero e alla fine dei titoli di coda, nell'angolo a destra in basso ti leggi le-abba le-ima e capisci che è l'omaggio del regista, cresciuto in kibbutz, ai suoi genitori, al loro mondo e ai loro sogni e alla grandezza di quei sogni. "Sono un ebreo nuovo? No, non so se sono un ebreo nuovo. Sono un ebreo del kibbutz. Sono un ebreo"
C'è una inquadratura che non mi esce di testa. E' un giorno di pioggia. Qualcuno dei compagni è uscito sotto la pioggia per fare una fotografia, o girare un piccolo frammento dei filmini di famiglia (di quello che nella società borghese sono i filmini di famiglia). I bambini sono rimasti nella Casa e guardano fuori, oltre la pioggia e hanno il naso spiaccicato contro il vetro della finestra. Ho pensato che chi ha girato quella breve sequenza pensava di fare una bella cosa per la sua comunità e per i genitori di quei bambini. Era un filmato che doveva ispirare tenerezza, allegria. Sentimenti che adesso percepisci impossibili, quando sai che un bimbo non sta con i genitori il più tempo possibile. Chissà se è questa, quella famosa natura umana che la storia non può cambiare.

domenica, luglio 29, 2007

עם ישראל חי

In queste settimane mi è capitato di conoscere personaggi che fanno la storia. Uno di loro è ufficiale dell'esercito israeliano e studente rabbino progressivo. E mi ha fatto un regalo di cui andrò sempre orgoglioso. Questo.

So che sono argomenti complessi, e prometto che ne parleremo, quando sarò meno emozionato. Per ora questa dichiaro questa copia del Tanakh la mia favorita di sempre.

domenica, luglio 15, 2007

shel zahav

Gerusalemme è bellissima; c’è anche una vita notturna. Appena fuori delle mura è stato costruito un complesso di negozi di vestiti e locali fashion, ben mimettizate nella bella pietra di queste parti. Ci passeggiano hilonim (israeliani secolari), haredim, donne arabe velate e no, e anche coppie gay. Insomma la stessa gente che vedi per le strade del centro. Forse è vero che lo sviluppo economico è la ricetta per fermare la guerra di religione. In ogni caso fa piacere vedere come la crisi economica sia ormai alle spalle. E che la città si sia riempita di gatti, ed i gatti, si sa, amano la pace.
C ‘è quella frase che ho letta in questi giorni. I traslochi ti portano nelle mani roba che non pensavi nemmeno di avere. Così mi sono ritrovato a leggere gli atti di due colloqui tra intellettuali ebrei europei, organizzati dalla rivista European Judaism.
Nel 1971, a Parigi, Piotr Rawicz, uno scrittore, spiegava che come ebreo francese aveva sempre trovato più affascinante il Non Essere, che l’Essere. Nozione forse cabalistica. C’è, dice, nell’Essere, un nonsoché di banale. In Israele è disorientato, perplesso, perché sente più forte l’essere ebreo (e non il non-essere chessò, cattolico, o comunista). L’anno dopo, a Roma, Aldo Rosselli spiegava che in Italia un gran numero di personalità pubbliche sono stati ebrei, ma che il loro ebraismo era una faccenda personale, intima, privata. Qualcosa che è privo di conseguenze sulla loro vita culturale e le loro attività. Qualcosa che, visto dal campus di Gerusalemme dello Hebrew Union College, assomiglia tanto al non essere.
Al Klita, centro di assorbimento per immigrati, è volata qualche battuta. I funzionari ci chiedevano ma karah be Italia, perché nelle ultime settimane c’è un aumento di olim, di ebrei che se ne vanno dall’Italia per vivere in Israele. Noi ebrei italiani siamo in fuga dall’Italia, a quanto pare. Perché?
Per l’antisemitismo (pardòn: la serrata critica alle posizioni pubbliche degli esponenti dell’Ebraismo italiano) di chi siede al ministero degli esteri (e si guarda bene dal fare simili critiche agli esponenti di altre religioni)? Non credo. Credo, piuttosto, che siamo in fuga dal non essere.
Da quella condizione diasporica e nevrotica secondo cui l’ebraismo è qualcosa che deve essere giustificato, spiegato, se possibile minimizzato. Mai vissuto per sé stesso, sempre messo in relazione ad altro. Sono ebreo E comunista - o di sinistra, o del partito democratico (non ti è mai venuto in mente che anche prima dell’Illuminismo il nesso tra religione e potere era già sato scoperto e sbeffeggiato?). Sono ebreo MA lavoro di sabato, mangio quel che mi va (contento per te, che genere di ebraismo hai trasmesso ai tuoi figli?). Sono ebreo MA per me si può dividere Gerusalemme perché l’ONU eccetera (vai a spiegarlo agli abitanti di Sarajevo). Sono ebreo MA Hitler ha ucciso anche i non ebrei (quale nobiltà di animo, nel ricordarlo; e soprattutto nel dimenticare che li ha uccisi PERCHE’ avevano caratteristiche, secondo lui, comuni agli ebrei). Sono ebreo MA per me tutte le religioni sono uguali - io invece sono ebreo e proprio PERCHE’ lo sono ritengo che tutte le religioni che sollevino la dignità degli esseri umani siano equivalenti e ammirevoli, tanto quanto l’assenza di religione, che è poi fede nel progresso. Per cui ho ragioni piuttosto forti contro il velo, la poligamia e l’infibulazione. E a favore del progresso.
Da questo ebraismo mutilato e mimetizzato si fugge. Qui, infatti, si sta meglio. A viso aperto e, se e quando ne hai voglia, con la kippa sulla testa.

Mi è gradito rinnovare ai fans dell’on. D’Alema che mi stanno tempestando di comunicazioni l’invito a venire a trovarmi a Gerusalemme. Sempre abbiano il coraggio di farsi vedere.

martedì, maggio 22, 2007

clowns for Israel

Mentre i Neture Karta distribuivano la loro propaganda, rabbi Yonah ha fatto una pacifica irruzione. Effetto assicurato. Non si capisce chi sono i pagliacci: se questi tizi nerovestiti oppure quello più colorato.



foto, qui.


mercoledì, maggio 16, 2007

yom Yerushalaim

Alpha Blondy - Jerusalem

mercoledì, aprile 25, 2007

25 aprile

Vabbé allora facciamo che ci troviamo al solito posto, ma ci si nota di più se dico che non vengo oppure se vengo, oppure se facciamo un saluto e poi ci spostiamo di là che ci sono gli anarchici i rifondaroli (azz quanti), il partito comunista internazionalista quelli di Falce e martello e i verdi trotzkisti dell'altra domenica, vabbé stiamo da una parte, così almeno non facciamo fare come nel novantavattelapesca che pioveva e ho tenuto io lo striscione dei due popoli due stati. Quello che regge lo striscione è tizio figlio di caio cugino della sorella mentre l'altro capo dello striscione non c'entra niente, ha lo stesso cognome di quello piccolo davanti no non con la barba quell'altro, ma loro sono di Livorno infatti mia zia. Quell'altra. E' sempre così che fai il giro dei saluti e poi ti trovi in mano stoazzo di striscione, per cui come ti dico stiamo da parte che almeno c'è ombra quando zzo si parte. Quandazzo si muove quandazzo si parte, stiamo fermi da ore e dice che c'è casino davanti dove ? davanti. Ah ecco allora ci si muove finalmente. E reggi tu lo striscione, no guarda vado a prendere l'Unità. Certo che 'sta storia del partito democratico è una ciofeca, per me ti dico davvero è il suicidio ma chedico suicidio la fine dei DS ma che dico DS della sinistra vabbè vedremo. Sì siamo parenti, ma non per via di quelli di Venezia, per via di Firenze, che poi erano, mi pare, pure un po' tunisini. Guarda ci applaudono. Son cose. Fammi leggere l'Unità.
Ancora fermi ma allora che sta succedendo. Siamo fermi. Guarda sono pure sbucati i socialisti. Incredibile socialisti con la falce e il martello. Ma lo sai che piuttosto che il partito della Binetti io vado con Boselli. E De Michelis. Sì l'avanzo di balera. Ma se si è tagliato i capelli. Azz siamo fermi. E' una metafora della sinistra. Sarà, guarda c'è pure la margherita, cioé i democristiani. Ma non ci si può spostare. Eh, siamo fermi. Vabbé non più. Aumentare il passo, siamo in Sanbabila. Ah bel posto. Anfatti. Non applaudono. Urlano. Urlano sono ossessionati. Bandiere palestinesi. Ah bella roba, la stessa nazionalità del famoso mufti, amico di Hitler. 'zzo quanto urlano. Pare che vogliano far risorgere Nasser, Arafat, ora glielo dico siete nazisti siete. Beh, suvvia siamo a piazza san babila i nazi ci si trovano, no? D'altronde sono infoiati perché adesso nemmeno Bertinotti li considera. Sai che faccio io li applaudo. Frii palestain frii palestain, beh siamo in San Babila si parla inglese, no? Tu la sai l'Internazionale in ebraico? Aspetta che gliela canto. Che dice lui? Dice Muf-tì, Muf-tì. Ah, avevo capito Mussi. Miii e guarda quello che faccia. Quello chi. Quello che urla, con la kefia al collo pure con 'sto caldo. Lo chiamo, ehi tu. Non sente Gli faccio un fischio: mi guarda. E gli dico: BUUUM! Oh, si è inc...queitato.

(25 aprile 2007, Milano)