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martedì, marzo 25, 2008

ma anche

Finii la tesi di laurea in una estate degli anni Novanta e il calendario accademico era quel che era, così la dovetti discutere in novembre. Mi presi un po' di tempo e venni a fare un (altro) giro in Israele. Mi accompagnava l'idea di trovare "lo specifico ebraico", che peraltro mi aveva inseguito anche durante la tesi di laurea - esiste uno specifico ebraico nella storia degli ebrei? O è solo storia di vittime, nel mio caso dell'Inquisizione? Così ho passato un po' di tempo con gente che aveva chiarissime idee sulla distinzione tra occidentale ed ebraico e la democrazia, secondo loro, entrava a far parte della prima categoria. Avevo idee diverse, e ora le ho un po' approfondite, per esmepio credo che l'ebraismo abbia contribuito non poco al sorgere della democrazia e mi accompagno a persone convinte che ebraismo e modernità non siano due pianeti diversi.
Però voglio spiegare come mai ero finito in così strane compagnie. Era finito il mio servizio civile, che è andato come ho già raccontato, e mi ero imbattuto in un atteggiamento intllettuale molto comune, quello del Ma anche. La conversazione di solito inizia quando qualcuno ti pone domande su cosa fanno gli ebrei in una data cosa, poniamo il Sabato, tu rispondi con una spiegazione piuttosto cortese e l'interlocutore Ma anche noi cristiani, o i pigmei, o gli indigeni della Papuasia, fanno così. E il sottinteso è: perchè darvi tanta pena di distinguervi da noi, perché vi ostinate con il vostro bizzarro Sabato e non festeggiate la domenica come tutti? Poteva essere lo Shabbat, la circoncisione, il monoteismo, la cucina senza cibo lievitato dieci giorni all'anno, costruire la sukkah, digiunare a Kippur, era tutto un Ma anche.
Che poi non è mica limitato alla mia amara esperienza della gente che ho conosciuto durante il servizio civile: mi è capitato di raccontare come la penso sui matrimoni interconfessionali, per sentirmi dire che ma anche i sardi preferiscono sposarsi tra di loro. O di spiegare come funziona la carriera di rabbino e, per tutta risposta, mi è stato detto che ma anche i cattolici mandano i figli in seminario. Ci sarebbe la piccola differenza che un prete non è un modello per tutti, perché non ha una vita sessuale, al contrario delle persone comuni, ma questa evidentemente sfugge. Come sfugge il fatto che gli ebrei non hanno una Chiesa, con gerarchia e papa. L'episodio più impagabile è stato quando una vicina di casa ha suonato, dice lei per sbaglio (slikha), si è attardata a chiaccherare di figli con mia moglie, è dovuta correre a prendere della roba e ha chiesto a mia moglie di dare un occhio al bambino per dieci minuti. Ed è da allora che abbiamo delle ottime relazioni con questa signora e i suoi nipotini, relazioni fatte di slikha, di porte sempre aperte, di ebraico con diversi accenti (latino il nostro, irakeno il loro) e di bambini che si conoscono. Tu vai a raccontare queste roba a un amico via ICQ e quello ti commenta che ma anche i napoletani ed i portoricani.
Ecco, io di questo Ma anche, che ora come ora mi causa solo una lieve irritazione, ero davvero un po' stufo, perchè dietro c'era attaccato molto malanimo, molto "ma cosa rompete i coglioni a fare, non vi basta che vi abbiamo regalato uno Stato". Per questo ero finito a cercare qualcosa di autenticamente ebraico: mica lo ho trovato, ovviamente; però ho imparato molte cose, pure in quella compagnia bizzarra. E nel frattempo ho notato che tutti quelli che commentano il poco di ebraismo con cui vengono a conoscenza, con uno dei loro antropologici Ma anche non stanno affatto indicando un fondo di umanità comune che travalica tutte le differenze culturali, perché a un sardo, a un cinese, a un napoletano o a un portoricano non direbbero mai che Ma anche gli ebrei. Figurarsi a un palestinese.

domenica, gennaio 20, 2008

sinagoga karaita

Non esiste un accordo tra gli studiosi a proposito dell'origine dei karaiti. Al Kirkisani, un autore del decimo secolo, dà un vivido resoconto delle varie posizioni in materia di rito e di calendario di diverse correnti ebraiche presenti a Babilonia. Per spiegare meglio al lettore un po' confuso, Kirkisani chiosa: "Ma la differenza tra noi e quelli che seguono i rabbini, è che loro ritengono che le loro leggi siano dettate dai profeti, pertanto immutabili. Noi guardiamo la Torah [Bibbia] e interpretiamo con la nostra ragione umana. E la ragione può portare a differenti risultati".
Nello stesso periodo si stabilisce a Gerusalemme Daniel ben Moshe al Kumisi, il primo studioso karaita. Da allora ad oggi la piccola sinagoga karaita nella Città Vecchia è sempre stata in uso. La vedete qua. Nel 1099 i crociati chiusero dentro la sinagoga i karaiti e li bruciarono vivi, ma pochi decenni dopo la comunità era tornata numerosa. Sono karaiti i gerosolimitani che traducono la Bibbia in arabo ed era molto probabilmente karaita Aharon ben Asher, l'autore del testo masoretico conservato nel Codice di Aleppo. La presenza dei karaiti a Gerusalemme è continuata ininterrotta salvo, naturalmente, la breve occupazione giordana di Gerusalemme, quando gli edifici del quartiere ebraico vennero trasformati in stalle.

Un signore ebreo egiziano che ho conosciuto a Milano dice che suo padre, al Cairo, aveva un grande rispetto per i karaiti. Persone oneste, famiglie onorate.

Le principali differenze tra karaiti e altri gruppi ebraici riguardano il modo di calcolare i gradi di parentela e il calendario. Hanno poi proprie regole alimentari (non osservano il divieto di mischiare carne e latte), propri tallitot - con il filo blu dentro gli tzitzit- e proprie regole per la circoncisione. Non hanno il Talmud, ma nei secoli hanno prodotto propri compendi di halacha. Mezuzah e tefillin sono da loro considerati in senso simbolico e non sono sottoposti a regole. Qualcuno affigge all'ingresso della casa un disegno stilizzato delle tavole della Legge. Nei casi dubbi seguono la regola della maggioranza degli ebrei locali.

Un amico romano che studiava per diventare rabbino ammira i karaiti. Dice che hanno scelto di basarsi su un testo indiscutibile.

"Siamo qualche decina di famiglie, molti vivono fuori dalla Città Vecchia. Non si può usare la macchina di Shabbat, ma noi teniamo la porta aperta. Tra ascoltare la tefillah e rimanere lontani dalla Comunità, ognuno sceglie. Yesh Shofet bashamaiim - c'è un Giudice nel cielo" - dice sorridendo la moglie di rav Moshe, hakham della comunità karaita di Gerusalemme.

La bibliografia sui karaiti comprende più di 7000 titoli. La questione che ultimamente appassiona molto gli studiosi è la presenza, all'interno della Ghenizah del Cairo, di documenti scoperti a Qumran. Assumendo l'origine del gruppo di Qumran in ambienti sadducei, si potrebbe collegare l'origine dei karaiti alla persistenza di dottrine sadducee: il rifiuto della legge orale, l'enfasi sulla Mikrah, il rigore rituale.

Come esiste un risveglio ebraico nella ex URSS, così c'è un certo fermento anche tra i karaiti. E' notizia di pochi mesi fa: in un villaggio siberiano vivono una ottantina di famiglie karaite, hanno scritto in Israele chiedendo libri per il culto.

La funzione è lunga: tre ore e mezzo. Le funzioni solenni durano anche cinque ore. Si prega stando in piedi oppure inginocchiandosi alla maniera musulmana. Ci si siede solo per la lettura della parasha, che è la stessa di tutte le sinagoghe del mondo. Le Haftarot sono differenti. Ogni parasha è divisa in sei (in qualche caso sette) alyot più il maftir. Quando si dice lo Shemà si allargano le palme delle mani. Le donne sono anche contate nel minyan, ma non salgono a Sefer. C'è la mechitzah, ma la moglie del rabbino la superava ogni volta che doveva aiutare noi a trovare il punto del Siddur efo anakhnu, dove siamo. Nel Siddur si riconoscono brani del Tanakh. Non c'è la Amidah, ma concludono la funzione con il canto Ein Kelohenu. C'è una vasta produzione di piutim, poemi liturgici. La cantillazione è molto simile a quella delle comunità medio-orientali: ma l'andamento è responsoriale, e le voci delle donne si sentono molto bene. Le parti bibliche che invocano la distruzione dei nemici sono recitate molto in fretta, oppure lette in silenzio. Tutto il rimanente è accuratamente scandito. ח e כ si distinguono chiaramente.

L'halakha karaita si basa su quattro regole esegetiche: kal va-homer o a fortiori, semukhin o analogia, bynian av / k'lal ha-ferat o sussunzione sotto un principio generale / individuazione del principio dal caso particolare, hagbarah o estensione di una nozione. Vi sono poi alcune particelle del testo biblico che loro considerano intercambiabili (et e kol) ed altre di cui danno una traduzione meno libera (min, rak). A queste regole esegetiche, presenti anche in una baraità del Talmud, i karaiti ne aggiungono di altre: il consenso della comunità, l'analogia logica, il significato letterale del versetto, il ricorso alla ragione umana.

Anni fa il manifesto riuscì a pubblicare un articolo pieno di frottole, in cui per elogiare i karaiti spiegava che non si ritengono ebrei. Era il periodo in cui un gruppo di nazionalisti russi aveva creato un "Fronte nazionale karaita" che sosteneva la loro origine non semitica e che, appoggiandosi a lavori di teorici filo-nazisti, dichiarava che la loro religione deriva dal culto di Mithra. Durò meno di un anno, il quotidiano comunista non ha informato sullo scioglimento.

I karaiti di Gerusalemme sono in gran parte nati in Egitto e arrivati qui dopo i sanguinosi pogrom ordinati da Nasser. Ma c'è anche un signore russo che è scappato dalla Crimea nel 1989, il KGB aveva scoperto dei libri a casa sua e volevano fargli delle domande.

Ieri siamo andati alla sinagoga karaita. Eravamo in quattro. Un paio di russi, un americano e io. Uno dei russi conosce bene i karaiti, nella sua città c'era uno dei centri più importanti. Lui è stato bambino negli ultimi anni di comunismo: i karaiti della sua città frequentano le sinagoghe locali. Sono tutti discendenti di famiglie molto ricche, proprietarie di piantagioni di tabacco. Qui a destra una incisione del secolo scorpo, tratta dalla Jewish Encyclopaedia. Nella Russia zarista i karaiti erano esentati dalle proibizioni che gravavano sugli ebrei. L'altro studente russo ha visitato l'unica sinagoga karaita polacca che è ancora in attività: apre un paio di volte all'anno. Io ieri sono salito a Sefer.

Il hakham rav Moshe mi ha spiegato: "Il mio lavoro è spiegare cosa è permesso e cosa è proibito. Cosa si può mangiare secondo la Mikrà [Bibbia] e cosa non si può mangiare. E come va conservato quel che si può mangiare. E quando, perché di Sabato non si può mangiare cibo riscaldato. Ma io non posso entrare in casa delle persone e aprire il frigorifero".

In Israele vive il maggior numero di karaiti: 30000, prevalentemente a Holon e Ashdod. Altri 10000 vivono in USA. Esiste una congregazione a San Francisco. Nei territori della ex Unione Sovietica ce ne è un paio di migliaia, soprattutto in Crimea. Qualche decina di famiglie è a Istambul. Alcune famiglie stanno in Europa, e (mi hanno detto) a Milano c'è un dentista; tutti frequentano le sinagoghe "rabbanite". Al Cairo, poche persone si prendono cura come possono della Grande Sinagoga: la biblioteca è piena di manoscritti preziosi.

La Grande Sinagoga karaita del Cairo

Scuola karaita, Il Cairo, 1920. Tratta da HJSE

venerdì, gennaio 18, 2008

yad vashem

E così, dopo sei mesi che sono a Gerusalemme, ho trovato il modo, il tempo, la voglia e una specie di coraggio di visitare Yad Vashem.

Poco prima di uscire di casa un tizio italiano mi ha chiesto via Internet in maniera strafottente che cosa mi aveva spinto a fare alyah. Probabilmente si aspettava un parere sull'antisemitismo in Italia. Che esiste, e che ho incontrato. Ma non ha nulla a che fare, almeno credo, con la mia decisione di venire fin qua per avere un passaporto dello Stato di Israele.
Comunque, mentre scendevo dall'autobus uno dei jingle di Radiopopolare continuava a saltellarmi in testa. Una roba allegra, scanzonata. Ma non mi sentivi fuori luogo. A Milano, città in cui ho vissuto, Radiopopolare è una presenza costante. Diciamo che la popolazione Lombardia si divide in due: quelli che ascoltano Radiopopolare perché sono dalla parte giusta, e quindi perdono le elezioni, e quelli che invece le vincono. E Yad Vashem fa parte di quell'insieme di ragioni storiche che mi hanno spinto in quella che continuo a ritenere la parte giusta.
Sulla nuova Yad Vashem, riorganizzata da qualche mese, ho poco da dire. Come molti musei israeliani, c'è un uso sapiente della luce naturale. Come molti musei contemporanei, le vicende storiche ci ampio respiro sono punteggiate da quelle individuale. Non ha l'obiettivo di mostrare più cose possibile (come era l'ultima volta che lo avevo visitato, anni fa), ma di mostrare vicende esemplari. Non segue più tutta l'Operazione Barbarossa, ma quello di uno dei "rami", lo Einsantzgruppen C, che percorse Ucraina e Galizia.
Funziona, questo nuovo sistema? Nel senso: insegna qualcosa alle generazioni più giovani? Non lo so. Vedremo tra qualche anno. Ho lavorato come storico per una decina di anni, nelle Università. Mi sono reso conto, parlando con i giovani che iniziano adesso "il bellissimo mestiere degli studi storici" (come diceva un grande maestro) che il rapporto con il passato sta cambiando, e nessuno sa ancora in che direzione.
Ho visitato tutto con attenzione, anche tenendomi sotto controllo. Appena superato l'ingresso sono tornato indietro a prendere un taccuino, di cui poi, durante la visita, ho riempito solo un paio di pagine. Ma comunque dovevo scrivere qualcosa. Dovevo comunque essere un po' scosso, perché ad un certo punto mi sono sentito battere una mano sulla spalla, ed era uno del Museo. Due chiacchere. La sua famiglia vive a Gerusalemme da tre generazioni. Ve-lifneh? E prima? E' una storia lunga. Lituania. E io? Io sono italiano. Haia lanu mazaal. Siamo stati fortunati. Io e lui, voglio dire.
Vabbé, come dico, in qualche modo sono arrivato alla fine. E la fine è, ed è giusto che sia così, le Displaced Persons, la nascita di Israele, il processo di Norimberga e il processo Eichman. Voglio dire che la "cornice narrativa" è rimasta uguale, Israele è presentato come la riscossa del popolo ebraico dopo il tentato sterminio. E sospetto che questo è esattamente quel che fa infuriare molta gente in Italia, anche quelli che stanno dalla parte giusta, quella che perde le elezioni ogni volta. Oppure ancora più a sinistra.
Poi, in un edificio a parte, l'auditorium in cui si tengono altre commemorazioni, ho visto una mostra. Questa. Sono i volti di musulmani balcanici. Albanesi, per la precisione. Ognuno di loro, decenni fa, ha salvato degli esseri umani, degli ebrei. C'erano delle cuffie, si poteva ascoltare una specie di colonna sonora. E così ho sentito la voce di un signore musulmano, che tra l'altro assomigliava in maniera impressionante a quegli "albanesi" che in Italia sono sinonimo di delinquente (gli occhi azzurri, il viso squadrato). E diceva certo che li abbiamo nascosti. A rischio delle nostre vite, certo. E se capita lo faremo ancora. Ecco, io lì ho pensato alle guerre che hanno devastato i Balcani quando io finivo l'Università e iniziavo a pensare a quel bellissimo mestiere che ha a che fare con altre guerre e mi rendevo conto di essere nato e cresciuto in un frammento di spazio e di tempo che è molto fortunato. E' lì che non mi sono più trattenuto.
Poi mia moglie ed io abbiamo cercato nell'elenco dei giusti tra le nazioni un paio di nomi, che qui non posso riportare e abbiamo fantasticato su altri nomi di giusti che non si potranno dire mai. L'elenco dei nomi dei giusti, di quelli che si conoscono, voglio dire, sta scolpito su delle lapidi, che per trovarle devi percorrere un bosco e, come forse saprete, ogni albero piantato in quel bosco ricorda uno dei giusti tra le nazioni e questi alberi, che si spera cresceranno, formano un bosco che uno vorrebbe più fitto.

Questa è una foto scattata dentro quel bosco e questo è un albero che non cresce. Dentro il tronco si è nascosto un ebreo che fuggiva alle marce della morte. Lui ce la ha fatta.

giovedì, gennaio 10, 2008

cosa c'è che non (mi) va in Moni Ovadia

Moni Ovadia è un buon musicista, appartiene a una generazione che ha vissuto intensamente politica e musica folk e ad un certo punto del suo percorso ha incontrato la musica klezmer. E grazie ai suoi spettacoli, in cui mette insieme vecchie canzoni e barzellette yddish tratte da libri di autori americani, si è costruito una solida fama, che ad un certo punto gli ha pure permesso di entrare in politica. Per il teatro italiano Ovadia è sinonimo di tutto esaurito e i suoi libri sono popolarissimi. Allora cosa c'è che non va?
Detto molto sinceramente. Moni Ovadia per me è un personaggio kitsch. Questo non per via del confine tra kitsch e "autentico", che pure da qualche parte esiste e che credo lui superi. Negli spettacoli di Moni Ovadia il mondo degli shtetl russi e polacchi di un secolo fa, che era caratterizzato dal silenzio, diventa qualcosa di urlato, che lui fa rivivere con la voce di un rabbino Chabad milanese che lui imita (appunto: imita) alla perfezione.
Moni Ovadia, con i suoi personaggi urlati, costruisce ad uso e consumo del pubblico un mondo popolato da rabbini e/o da morti di fame, tutti maschi - fateci caso, le donne sono presenti solo nel ruolo di madre e, qualche volta, di moglie rompicoglioni. Il pubblico apprezza. Apprezza una rappresentazione dell'Ebraismo dell'Europa dell'est in cui sono più o meno assenti tutti quelli che volevano fare degli ebrei un popolo come gli altri: territorialisti, autonomisti e naturalmente i sionisti. Del tutto inesistente è il Betar -il movimento nazionalistico che nel ghetto di Varsavia era maggioritario- proprio come era assente nella storiografia ufficiale israeliana negli anni Cinquanta e Sessanta.
Ovviamente non è colpa di Moni Ovadia se al pubblico italiano piace sentirsi raccontare -in forma di musica o di barzelletta- che la autentica esistenza ebraica è sempre altrove, all'epoca cui risalgono le prime fotografie dei nonni e che la Shoah ci avrebbe fatto fatto irrimediabilmente perdere. Ma non è vero. I hassidim esistono ancora, lo yddish si parla ancora. Sono stati profondamente feriti dalla Shoah (che per loro non è stata la peggiore catastrofe della storia - notizia sensazionale: i hassidim non conoscono Adorno); la Shoah è stata per loro solo una delle molte persecuzioni che il popolo ebraico ha subito. Gli ultraortodossi hanno reagito ricostruendo il loro mondo, che non è affatto "fuori dal tempo", come spesso si dice. Non suonano più (solo) klezmer: esistono musicisti hassid che fanno techno, hip hop, heavy metal, tutto in yddish - al simpatico lettore che mi ha chiesto dove può trovare i dischi di Lipa Schmeltzer, io rispondo di provare su internet e che se cerca con attenzione può trovare di molto.
Moni Ovadia mette in scena una rappresentazione dell'Ebraismo e degli "ebrei veri" che è la stessa dei cappelli neri. Mi spiego: qui a Gerusalemme gli "ebrei veri", quelli che credono alla stessa rappresentazione ovadiana li chiamiamo black-hat, in inglese, perché sono tutti americani (e parlano inglese, non ebraico); black hat non è sinonimo di haredi , ma di haredi "ritornato", cioé nato laico e diventato ad un certo punto ultraosservante, fino a trasferirsi qui.
Evidentemente al pubblico italiano piace questo immaginario dei cappelli neri. Perché? In Italia si parla molto di ebrei particolarmente in riferimento a due argomenti: la Shoah (cioé la memoria) e Israele. Quando i mass media si occupano di spiritualità o di morale, l'unica voce che conta è quella cattolica, che trasforma la spiritualità in morale. Tutte le altre voci sono accessorie: entrate in una libreria, cercate lo scaffale di ebraistica, nove volte su dieci è collocato tra le religioni e sta immediatamente accanto all'ultimo libro del/sul papa. Noi ebrei abbiamo un sacco di belle cose da dire. Per esempio sul rapporto tra modernità e tradizione, o sui diritti dei gay. Ma sembra che in Italia gli ebrei e l'Ebraismo interessino solo per due aspetti della loro storia recente: lo sterminio e Israele.
Che sono, se ci pensate bene, due varianti del tema della colpa. Ché se si parla della Shoah, è quasi meccanico parlare di risarcimenti e di scuse. Se si parla di Israele lo si fa (poco) per difenderne il diritto ad esistere oppure (molto, molto più spesso) per denunciarne le colpe. Parlare delle colpe di uno Stato, secondo me, è qualcosa di paradossale. Gli Stati non sono entità morali. Ma da Israele, siccome è stato fondato da superstiti della Shoah, ci si aspetta un comportamento più morale. E guarda caso se ne constata sempre l'assenza.
Al pubblico italiano che critica Israele, e a cui piace molto il Moni Ovadia che critica Israele, sfugge il fatto che essere stati fondati da superstiti della Shoah non significa assolutamente nulla sul piano morale, men che meno l'obbligo di osservare un comportamento più morale - perché se uno ha subito delle violenze sessuali mica diventa per forza uno psicologo. Ma questo, dicono, dovrebbe valere per le persone normali. Gli ebrei, quelli veri, che stanno nel loro altrove, devono comportarsi in maniera diversa. Se non lo fanno, ed è del tutto evidente che non lo fanno in Israele, che è uno Stato normale, dove gli ebrei di solito, quando sono feriti, sanguinano come tutti gli altri (giusto per citare uno che sull'antisemitsmo la sapeva lunga), se non lo fanno, dicevo, allora viene persa la Memoria della Shoah.
Scusate, non ci sto. Non ci sto a questo gioco in cui gli ebrei morti hanno sempre l'ultima parola rispetto agli ebrei vivi. Non ci sto a questo gioco secondo cui l'unico modo di vivere l'Ebraismo è vivere in un universo parallelo e irraggiungibile, penso -come Jabotinsky, sì- che l'Ebraismo sia qualcosa di più delle regole della kasherut e che la nostra tradizione abbia in sé dei forti valori: non opprimere l'orfano e lo straniero, per esempio - che ha tutto il diritto di rimanere straniero. Possiamo persino vivere secondo quei princìpi senza costruire intorno a noi delle barriere. O addirittura influire in senso positivo la società nella quale viviamo, senza bisogno di scomodare i morti della Shoah ogni volta che ci sono le elezioni.
In breve, di Moni Ovadia non mi piacciono gli ebrei "di altrove" che lui si inventa e che esistono solo nello spazio della rappresentazione, per compiacere il suo pubblico, il quale tra ebrei e persecutori (arabi, ultimamente) di solito mantiene una posizione terza, o peggio ne capisce le ragioni. Un pubblico pronto a identificarsi con questi ebrei immaginati, che dal loro altrove gettano disapprovazione sul legame tra Shoah e Israele. O su Israele e basta.

giovedì, dicembre 27, 2007

ariel elisha

Ariel Elisha è uno un po' matto che abita da queste parti, insegna piano ed è un hassid Breslover. Viene da San Francisco.

mercoledì, dicembre 19, 2007

Hillel

I haredim che vivono in Israele definiscono il loro mondo, oylem, il mondo (appunto) per ecellenza; e uno può mica uscire dal mondo così come esce di casa. Non è il paradiso descritto da Haim Potok, che comunque non era haredi. E non è nemmeno l'inferno descritto in alcuni film di Amos Gitai, che io ho trovato piuttosto morbosi. Orientati a soddisfare i gusti di un pubblico che associa spesso gli ebrei alla perversione o alla repressione sessuale - comunque a comportamenti patologici.
Quello dei haredim è un mondo in cui le decisioni più importanti sono già prese, in cui una cosa è bene per te perché è bene per te perché lo dice qualcun altro. Si studia mantenendosi all'interno del proprio mondo, si studia roba perfettamente inutile all'inserimento nel mondo del lavoro, ci si sposa appena terminati gli studi, o appena prima, e i figli (molti figli) arrivano subito dopo il matrimonio e sono la ragione per la quale lasciare quel mondo è impresa ardua. E ovviamente ci si sposa con persone che -in pratica- non hai mai visto prima. Non credo sia giusto definire "tradizionale" questo stile di vita perché, nei fatti, si è diffuso negli anni Cinquanta come reazione alla catastrofe della Shoah. E la stessa ideologia del mondo haredi codificata dal Hatam Sofer, è più recente dell'Ebraismo Reform - anzi, la ultra ortodossia è nata proprio per opposizione all'Ebraismo "tedesco" (Reform o neo-ortodosso). E le rare volte che quei rabbini fanno dichiarazioni pubbliche, noi Reform siamo il loro principale bersaglio polemico.
A qualcuno un mondo del genere può anche andare bene. C'è chi però cerca di uscirne, perché ad un certo punto preferisce decidere da solo cosa è bene per sé stesso (o per sé stessa) e la cosa non è facile, perché perdi gli amici e il contatto con la famiglia, che in quel tipo di adolescenza è, più o meno, tutto. Perdi pure l'esenzione dal servizio militare, e non è una cosa da poco.
Hillel è una organizzazione che cerca di aiutare chi la compie, una simile decisione. Io credo che aiutare Hillel sia un buon modo di combattere la povertà in Israele, perché è tramite Hillel che queste persone possono studiare, imparare un lavoro e magari continuare a pensare con la propria testa. Poi, vabbé, sarebbe bello capire cosa se ne pensa in Italia, di questa organizzazione. Ho il sospetto che anche i rabbini italiani, sedicenti modern-orthodox, non siano poi così entusiasti di offrire supporto a chi lascia uno stile di vita "tradizionale". Nei fatti, vedo mobilitzione e raccolte di fondi per organizzazioni che sono dirette da ultraortodossi.
Vabbé, ci tengo a precisare che non vorrei affatto che scomparissero. Ci sono giorni in cui nemmeno mi scompongo di fronte all'usuale ragionamento dei haredim di Gerusalemme. Il quale funziona così: "Perché dovrei fare il militare? Io ero qui prima che nascesse lo Stato di Israele, mio bisnonno non ha fatto il militare per i turchi, mio nonno non lo ha fatto per gli inglesi, perché dovrei farlo io per gli israeliani?" Un ragionamento del genere posso accettarlo, ripeto, in questa città; però non fuori da Gerusalemme, non da quei haredim che vivono, per esempio, a Bené Berak, e he devono la propria esistenza e sicurezza proprio a questo Stato.
No, non penso affatto ad una Gerusalemme senza haredim: fanno parte di questa città, tanto quanto me. Però quello che hanno sviluppato nell'ultimo mezzo secolo non è lo stile di vita adatto a una massa di persone - e negli USA lo stanno comprendendo anche loro. Per questo è una grande mitzwa aiutare chi vuole ad uscirne. Ci sarebbe poi la famosa storia di dare un pesce o insegnare a pescare, e decisamente quelli di Hillel insegnano a pescare. Date una occhiata al sito.

sabato, dicembre 08, 2007

una storia di Hannukkah


Si intitola Rock of Ages, sta sul sito di Notebook. L'autore è Jonathan Tropper, un brillante scrittore che inizia ad essere conosciuto anche in Italia.
Hag Sameakh a tutti e tutte.

giovedì, novembre 15, 2007

succede questo

Un alto dirigente dei Chabad in Israele arrestato con accuse poco piacevoli. Failed Messiah aveva accennato a queste faccende, più di un anno fa.

lunedì, ottobre 22, 2007

l'ineffabile quid

Nel secondo tomo degli Annali della Storia d'Italia Einaudi dedicato agli ebrei in Italia, avrebbe dovuto comparire anche un saggio dei curatori, Marino Berengo e Corrado Vivanti, a proposito dell'ingresso degli ebrei italiani nell'Università nell'età dell'Emancipazione. La prima fase del lavoro consisteva naturalmente nell'individuare le biografie da seguire. In una lettera a Vivanti, Berengo li definiva "correligionari", per poi aggiungere: "non mi viene altro termine in mente; è l'ineffabile quid che inseguiamo, non la religione, che ci accosta".

venerdì, ottobre 12, 2007

più d'uno

-Hai visto quelli de Il manifesto?
-umpf, CCVCMNF (cosa cazzo vuoi che me ne fr...)...
-No, aspetta, Israele non c'entra.
-Ah, no? Allora dimmi.
-Hanno fatto l'album di figurine
-Eh?
-Sì, le figurine dei grandi del comunismo. Ovviamente Panini Modena.
-A-ha. Se mi capita in mano quell'album ci scrivo minian sulla copertina. Anzi: minianim, che ce ne sarà più d'uno, suppongo.

martedì, ottobre 09, 2007

king withouth mashiach

Prendiamola così: dai Chabad si può uscire. Matisyahu, per esempio, anche se non mi pare se ne sia parlato molto in Italia, vai a sapere perché.

domenica, agosto 19, 2007

ho visto un cabalista

Nella sinagoga mizrahit in cui vado a dire le selichot è comparso stanotte un signore con una bella voce e una lunga barba. Ormai riesco a seguire il testo e mi accorgo se qualcuno aggiunge o leva delle parole. Sta di fatto che questo signore aggiunge spesso riferimenti ai mekubalim e ahava (amore) persino quando dice il kaddish (vel col Israel be-ahava) e io con la mia versione Reform (ve al kol Israel ve al kol bené Adam) mi sento un po' supportato
La mia ipotesi la ho scritta nel titolo, se lo rivedo provo a chiedergli qualcosa. Tutti voi che vedete ROSSO ogni volta che si esce da Maimonide siete avvisati.

domenica, giugno 03, 2007

da non demolire


Jay Michaelson, che è una persona seria, è venuto in contatto con uno dei doenmeh di Smirne, il quale chiede di rimanere anonimo - e di essere noto con lo pseudonimo di Barry Kapandji. Kapandji è preoccupato perché la casa natale di Sabatai Zevi, che fino a pochi decenni fa era luogo di culto (è stato girato anche un documentario), rischia di venire demolita, per far posto ad un parcheggio.
La casa, di cui non si riesce a risalire al proprietario, potrebbe diventare una attrazione turistica. Ma la situazione politica lo sconsiglia: la storia di una comunità segreta di islamici che in realtà erano ebrei, non è molto popolare di questi tempi. Googolate Sabbatianesimo oppure doenmeh e vi farete una idea: un pezzo forte dell'estremismo islamico è che la Turchia laica e alleata di Israele è la vittima di un complotto secolare di ebrei clandestini. E questo è il destino che attende la Francia dopo la vittoria di Sarkozy, almeno secondo antisemiti italiani di destra e di sinistra.
Michaelson ha scritto un bell'articolo su Forward e ci sono anche alcune belle foto pubblicate in numero di Zeek, dedicato quasi completamente al sabbatianesimo.
Ci sono però studiosi che contestano la veridicità della storia e citano un autorevole testo sulla storia degli ebrei in Turchia, che riproduce una immagine della casa di Sabbatai Zevi a Smirne. Questa non coincide con le foto che stanno circolando in rete.

venerdì, giugno 01, 2007

farla stare al suo posto

La signora nella foto è rabbi Gesa Shira Ederberg, che questa settimana inizierà a lavorare come rabbina della sinagoga Masorti di Berlino (B'rukha haBaa!). La JTA informa che il rabbino capo ortodosso berlinese, Yitzchak Ehrenberg, che è anche presidente dell'Assemblea rabbinica di Germania, non ha preso benissimo la faccenda. Ha scritto a tutto il consiglio della Comunità ebraica di Berlino, dicendosi turbato perché la signora si era permessa di chiamarlo collega, il che lo disonora e lo offende profondamente. Ricordando che la rabbina nemmeno sarebbe ebrea -si vede che in Germania adesso va di moda ricordare ai convertiti la loro provenienza- conclude la lettera invitando il presidente della Comunità "to show that woman her place".
Rabbi Ederberg ha risposto che il rabbino ortodosso ha tutto il diritto di vedere le cose a modo suo. Un consigliere della comunità ha aggiunto che questo non implica il diritto di imporre a tutto l'Ebraismo berlinese i canoni e le regole che in Germania (e nel mondo) sono osservati solo da una minoranza di ebrei. Io la penso come rav Walter Rotschild, rabbino (liberale) capo della regione Schleswig-Holstein: se a Ehrenberg dà fastidio essere collega di una donna, perché non si ritira?
In Italia mi è capitato di fronteggiare ottusità simili. Gli stessi che obiettavano alle donne rabbino sono quelli che considerano i DICO un'attentato alla civiltà occidentale; o quelli che ritengono che non sia il caso di litigare troppo con i DICO-fobici, perché è importante mantenere lo "spirito di unità" ed i progressi che porta (quali, non si capisce). Poi c'erano quelli che non erano ebrei, non volevano nemmeno diventarlo, ma "americanate" come le donne rabbino sembravano loro davvero intollerabili. Io invece sono a favore delle donne. Some of my best friends are women, infatti.
Davvero non vedo per quale ragione dovrei condividere uno "spirito di unità" con un rabbino che vuole rimettere le proprie colleghe "al loro posto". Le signore che conosco occupano magnificamente i loro posti di rabbine, studentesse, presidenti e vicepresidenti di comunità.

venerdì, maggio 11, 2007

What a wonderful world


Qui si parla di un libro interessante.

giovedì, maggio 10, 2007

da Mogadisho

Avraham è un ragazzo ebreo che vive a Mogadiscio, che ha un blog e che, quando ci riesce, lo aggiorna. Lui e sua madre sono probabilmente gli ultimi ebrei rimasti in quel Paese. Apro il suo blog ogni due o tre giorni e ogni volta spero di trovarci, come si dice, un segno di vita.

mercoledì, maggio 09, 2007

misheggas

Il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo non esattamente tenero nei confronti dei Chabad russi, ed in particolar modo dell'italiano Berel Lazar. Eccolo qua e grazie a Failed Messiah
Un interessante sguardo sui metodi con cui Chabad ha conquistato -e mantiene- la leadership dell'Ebraismo in Russia, pur contando solo su un 5% di affiliati. In breve: Lazar è la versione moderna dell'ebreo di corte. A Mosca c'è lo zar Putin, che ha una certa concezione, diciamo così, della democrazia e Lazar sostiene, sorridendo, che è molto importante avere una buona relazione con le autorità.
Chi scrive ricorda ancora Marco Formentini, sindaco leghista di Milano, invitato all'accensione della Hannukkiah Lubavitch in piazza San Babila nel 1994. Portava la kippah sulla testa e aveva la faccia, come scrisse Enzo Siciliano, di quello che guarda i tuoi libri e ti chiede se li hai letti tutti.

martedì, aprile 24, 2007

manuale di conversazione ebraica

Capitolo 1 - Definizione e origine
1.1. Definizione storica
1.2. Definizione di mia cugina
1.3. Contro-definizione di mia madre
1.4. La refutazione Feldmann (mia suocera)
1.5. Il principio assiomatico dello Schnorrer

Capitolo 2 - Obiettivi
(In seguito a lunga e approfondita riflessione e dopo innumerevoli tentativi, ho deciso di sopprimere completamente questo capitolo, per essere giunto alla seguente storica conclusione: la conversazione ebraica, ricchissima in ogni suo aspetto, manca completamente di obiettivi)

Capitolo 3 - Circostanze
3.1. Nelle quali accade la conversazione ebraica
3.2. Nelle quali dovrebbe accadere la conversazione ebraica
3.3. Nelle quali non dovrebbe mai accadere la conversazione ebraica
3.4. Nelle quali, nonostante tutto, accade la conversazione ebraica
3.5. Nelle quali, che cosa avete ancora da dire ?

Capitolo 4 - Pretesti per iniziare una conversazione ebraica
4.1. Con interesse commerciale (vd: Guadagni, cap. 18)
4.2. Con interesse affettivo (idem)
4.3. Con interesse sociale (ibidem)
4.4. Senza alcun interesse (vd cap. 2)

Capitolo 5 - Modalità per interrompere una conversazione ebraica
5.1. Squalifica dell'argomento di conversazione
5.2 Tecniche
5.2.a Tecnica del colpo sul tavolo
5.2.b Tecnica del colpo sulla scacchiera (metodo polacco)
5.2.c Tecnica del colpo sulla tavola da shesh-besh (metodo israeliano)
5.2.d Senza tavola né pedine (metodo sefardita)
5.3 Strategie
5.3.a La ripetizione lapidaria di Cohen (e allora lo so come va a finire) [ripetere fino allo svenimento dell'interlocutore]
5.3.b L'uso del sospiro e sue conseguenze. Excursus sul senso di colpa
5.4 Arti marziali
5.4.a Tae-kwon-do
5.4.b Karate
5.4.c Colpi vietati
5.4.d Uso dei tefillim
5.5. Tecniche manuali con il telefono
5.5.a "Non si sente, ti richiamo io, tu non chiamare"
5.5.b Il cellulare e le sue risorse

Capitolo 6 - Modalità per introdursi in una conversazione ebraica
6.1. Con interesse per l'argomento di conversazione
6.2. Con proposito di fornire informazioni essenziali
6.3. Con assoluta ignoranza dell'argomento di conversazione
6.4. Senza alcuna presentazione
6.4.a Scusi, ma IO credo che...
6.4.b. Mi scusi, proprio Lei che è ebreo dice questo?
6.4.c. Eh no, questa barzelletta finisce in un altro modo!

Capitolo 7 - Svolgimento della conversazione ebraica
7.1. Le relazioni interpersonali all'interno della conversazione ebraica
7.2. L'impiego di lingue conosciute
7.3. L'mpiego di lingue sconosciute agli interlocutori
7.4. I diversi modi per cui d'altra parte è vero anche il contrario
7.5. Di come conversare dormendo
7.6. L'astuzia nel presentarsi umile
7.7. Di come trasformare una conversazione ebraica casuale in una permanente
7.8. Viceversa

Capitolo 8 - Logistica della conversazione ebraica
8.1. I due interlocutori discutono del medesimo argomento
8.2. Ciascuno dei due interlocutori parla del proprio argomento
8.3. La costante rotazione degli argomenti
8.4. L'assenza dell'argomento

Capitolo 9 - Impiego delle mani
9.1. Scuola lituana (ambedue le mani sopra il capo)
9.2. Scuola polacca (ambedue le mani sopra il capo dell'interlocutore)
9.3. Scuola sefardita (ambedue le mani contro l'interlocutore)
9.4. Dizionario gestuale partenopeo-ebraico

Capitolo 10- Terminologia standard
10.1. Oy!
10.2. Barminnan!
10.3. Vey!
10.4. Ach! (vd cap. 24 - Der Deutschjuden Specht)
10.5. Pfui!
10.6. Nu?
10.7. Nu!
10.8. Nu?????
10.9. Nu, nu, nu
10.10. NU?
10.11. Oy vey!

Capitolo 11 - Etica della conversazione ebraica
11.1. Del vero
11.2. Del falso
11.3. Della sapiente combinazione di vero e falso
11.4. Come guadagnare denaro partecipando ad una conversazione con il minimo sforzo (vd. cap.30- La psicoanalisi)

Capitolo 12 - Esercizi di conversazione. Argomenti
12.1. Meteorologia e antisemitismo
12.2. Israele
12.3. La vita (oy!)
12.4. La morte (barminnan!)
12.5. I figli (oy vey!)
12.6. Gli affari (Pfui!)
12.7. La politica (NU?)

Capitolo XIII - Miscellanea
13.1. Dell'impiego del tempo nelle conversazioni a distanza
13.2. Tecnica del finestrino
13.3. Conversazione inter-religiosa, nel caso che uno degli interlocutori sia un vigile urbano e l'altro abbia tentato di passare con il rosso.
13.4. Introduzione allo sbraitare
13.5. Il sottile uso del Lei
13.6. Di come fingere di ascoltare mentre in realtà si sta parlando
13.7. Il raro dialogo ebraico tra muti
13.8. Il frequente dialogo ebraico tra sordi
13.9. Come conversare con la bocca piena, senza sputare
13.10. Come conversare con la bocca vuota sputando in faccia all'interlocutore

Cap 14 - Conclusione
14.1. Taci un attimo e stammi a sentire SOLO PER UN MOMENTO !

(Jorge Schussenheim)

martedì, aprile 17, 2007

invenzioni

Questo signore è nato nel 1883 a Konin (Russia, allora), con il nome di Israel Fromm. Immigrò in Germania con tutta la sua famiglia e cambiò il nome in Julius Fromm. All'indomani della prima guerra mondiale avviò una impresa, diventata fiorente grazie a una di quelle invenzioni che hanno cambiato la storia. Una invenzione che ha creato connessioni e relazioni spesso confortevoli e gratificanti, sempre sicure.
No, Fromm non ha proposto un "minimo denominatore halakhiko"; a dire il vero la sua invenzione sta poco simpatica agli ebrei ortodossi e, sai che novità, anche alla Chiesa cattolica - che ci si lancia contro con vere e proprie crociate.
Ma i fondamentalisti di ogni risma non possono nascondere che l'invenzione di Julius Fromm ha salvato e salva tuttora milioni di vite umane ed aiuta milioni di uomini e donne a vivere in maniera più gratificante. Wikipedia vi spiega quale è questa invenzione, nella scheda dedicata a Julius Fromm. Se poi siete interessati, in Germania hanno appena pubblicato un libro.
(grazie a conservative apikoros per la segnalazione)

martedì, aprile 10, 2007

quelli che l'avevano fatta grossa

La tesi di Cancellare le tracce, il libro di Pierluigi Battista (Rizzoli, 2007) è questa: gli intellettuali italiani hanno aderito massicciamente al fascismo (il che è vero) e la Resistenza è stata un fenomeno minoritario (vero anche questo). Per rifarsi una verginità dopo un ventennio di collaborazioni e compromissioni, la classe intellettuale e politica si è sentita in obbligo di demonizzare il fascismo ben oltre il dovuto. E qui dissento, perché non avverto alcuna necessità morale di porre dei limiti a questa supposta demonizzazione dei fascisti.
Ciò detto, Cancellare le tracce è un libro davvero interessante; necessario per l’apparato di note in cui vengono messi in luce, con i dovuti rimandi bibliografici, i cedimenti nei confronti del regime fascista, per esempio, dei Norberto Bobbio e dei Pietro Ingrao - due che ebbero almeno la decenza di vergognarsene, seppure con un certo ritardo. E una lettura interessante sono anche le opere giovanili di coloro, ben più numerosi, che nel dopoguerra rimossero accuratamente quegli anni dalla propria bibliografia. Prendiamo ad esempio i liquami che il giovane Luigi Firpo rovesciava nel 1938 sugli ebrei, di cui lo disgustava “il sogno vasto e ardito” di costituire “sulle rive mediterranee, sopra le rovine del tempio incendiato, uno Stato nuovo e potente”. O le invettive di Gabriele De Rosa, futuro decano degli storici cattolici, contro il sionismo, reo di voler costituire un “focolare ebraico” proprio nei luoghi in cui gli ebrei avevano crocefisso Gesù. De Rosa scrisse queste infamie nel 1939, mentre era in corso la persecuzione antisemita. Letture interessanti, dicevo, perché illuminano sull’atteggiamento degli intellettuali italiani verso il sionismo, e da sole spiegano quanto sia artificiosa la distinzione tra antisionismo ed antisemitismo.
Tra le caratteristiche di lungo periodo della classe intellettuale italiana che questo libro mette in luce c’è, oltre all’ostilità verso il sionismo –o, quando va bene, l’assoluta indifferenza nei confronti della cultura ebraica- anche una certa mentalità complottarda. De Rosa solo nel 2000 ammise di “averla fatta un po’ grossa”, beninteso prendendosela con l’anonimo che aveva “resuscitato il libercolo in occasione di un concorso universitario”, per fare le scarpe a lui, poverino. Fantasmi cospiratori che animano le pagine di Giorgio Bocca, quando lamenta di essere stato perseguitato da una certa “signora Ravenna del Centro di documentazione ebraico”; questa aveva riesumato suoi articoli giovanili in lode dei Protocolli dei Savi di Sion vendicandosi così di alcune corrispondenze ostili ad Israele. È indispensabile, che finalmente qualcuno (come fa Battista) scriva di quelli come Bocca:
“non sembra pentito delle invettive contro gli ebrei scritte qualche decennio prima. Se la prende invece con gli ebrei che gliele rinfacciano. Come se fosse oltraggioso riaprire una pagina dolorosa del passato, non le parole dettate nel cuore della persecuzione antiebraica” (pag. 59)
Un vero peccato è che questo libro lo abbia scritto un giornalista e non uno storico. Perché qualcuno interno all’accademia avrebbe potuto discendere i rami degli alberi genealogici accademici e familiari, ricostruire parentele e insegnamenti. E seguire come e in che modo una certa idea degli ebrei e di Israele si è mantenuta e diffusa nella cultura italiana. Sarebbe infatti interessante scoprire se e quali dei personaggi citati abbiano fatto almeno un viaggio in Israele; sospetto che il comunista Ingrao o il cattolico De Rosa abbiano avuto le loro ragioni per non prendere mai un aereo per quella Sionne da loro esecrata in gioventù: nei loro cuori stava, come sappiamo, la Palestina. Sappiamo cosa andava a fare in Israele Giorgio Bocca - e quali corrispondenze scriveva. Ancora, sarebbe davvero interessante scoprire se e quali allievi e discendenti dei Firpo o dei De Rosa abbiano mai avuto legami con il mondo accademico israeliano.
Come risulta da documenti pubblicati solo nel 2002 (A. Capristo, L’espulsione degli ebrei dalle accademie italiane, Zamorani 2002) è assai cospicuo l’elenco degli intellettuali italiani che nel 1938 risposero solleciti alla richiesta di “arianizzazione” dell’accademia, segnalando i nomi dei loro colleghi ebrei da espellere e/o professando la propria devota arianità e/o appartenenza salvifica alla religione cattolica. E si vedono così le non belle prove giovanili di Luigi Einaudi, Ugo Ojetti, Roberto Longhi, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Nicola Abbagnano, Guido Manacorda, Natalino Sapegno, Galvano Della Volpe, Arturo Carlo Jemolo, Antonio Banfi.
Non manca proprio nessuna delle correnti politiche dell’epoca: cattolici, liberali (con la lodevole eccezione di Benedetto Croce) socialisti e, sissignori!, pure comunisti (dicevate, a proposito di moralità?). Tutti determinati a sfruttare le occasioni di avanzamento di cariera che la legislazione razziale offriva a loro, prima della guerra. E, dopo la guerra, tutti uniti dalla comune volontà di nascondere pagine non esattamente gloriose. Certo, Togliatti seppe accogliere nel Partito Comunista una intera generazione di trasfughi intellettuali, cresciuti negli anni del totalitarismo fascista. Ma non considerò mai un particolare demerito aver partecipato alla macchina propagandistica antisemita, essersi giovati di cattedre rimaste vuote perché occupate da ebrei.

la tomba di Giorgio Bassani

E quanto agli ebrei stessi, l’atmosfera all’indomani della catastrofe era quella descritta in alcuni racconti di Giorgio Bassani. Cattolici impegnati a difendere le posizioni conquistate grazie al regime, intellettuali comunisti che dichiaravano che “si stava esagerando con le provvigioni a favore degli ebrei”, economisti liberali che invitavano a fare tesoro dell’esperienza delle leggi razziste e non indulgere nel vizio israelita dell’aiuto reciproco.
Tenendo presente questa atmosfera si capiscono meglio vicende come quella di Tullio Terni, biologo fascista estromesso perché ebreo dall’Accademia dei Lincei, reintegrato dopo la guerra, poi epurato e poi espulso perché fascista. E morto suicida nel 1946. Altri, fascisti come il Terni, si ritrovarono negli stessi anni ripuliti dalle compromissioni fasciste. Battista spiega che l’epurazione del dopoguerra venne condotta all’insegna dell’arbitrio. Ora ci vorrebbe qualcuno che, partendo da questo libro utile e necessario, si chieda perché tra i favoriti da questo arbitrio non vi sia alcun ebreo, proprio negli anni in cui nasceva lo Stato di Israele.