sabato, dicembre 15, 2007

giocare coi simboli

Dunque, siccome Israele sarebbe uno Stato teocratico, i signori che hanno scritto l'appello Gaza Vive (googolate anche questo, io non diffondo immondizia fascista) hanno deciso di portare i regali di Natale a Gaza. E iniziano il loro appello in questo laicissimo modo:
"1974 anni fa Gesù di Nazareth veniva crocefisso per aver promesso agli oppressi la speranza nella salvezza e nella giustizia.
1974 anni dopo,
negli stessi luoghi, un altro martirio è in corso, a subirlo è stavolta l’intero popolo palestinese. "
Notevole che l'appello venga diffuso da uno spocchiosetto che non ha mai letto il testo chiave dell'antisemitismo contemporaneo, ma è sicuro di poter riconoscere l'antisemitismo dove c'è. E in quell'appello -che gioca con l'accusa di deicidio- secondo lui, non ce ne è affatto.
Io vorrei avere maggiori informazioni su questi famosi stessi luoghi in cui si sarebbe consumato il martirio di Gesù: che io sappia, Gaza non è affatto nominata nei Vangeli. Ma per i laicissimi firmatari in partenza per Gaza, quello non è un luogo, è un simbolo. Il simbolo del male compiuto dagli ebrei, il simbolo di una linga serie di episodi che inizia con l'uccisione di Gesù.
Gaza è anche la città di origine di una delle figure più famose di tutta l'età moderna: un ebreo che causò uno degli sonquassoni messianici più portentosi della storia. Ed era di Gaza: per strano che sembri, gli ebrei nemmeno a Gaza sono completamente stranieri.
Gaza è anche il luogo dove i pogrom del 1929 uccisero più di 150 ebrei e gli inglesi, con il loro caratteristico approccio umanitario, decisero di proibire ulteriori insediamenti ... di ebrei. E' l'area dove negli anni Settanta, e con il pieno appoggio del governo laburista, vennero a stabilirsi i coloni del movimento Gush Emunim. Ed è anche dove, meno di due anni fa, è terminato il matrimonio tra la destra israeliana e il movimento dei coloni - con conseguenze deflagranti per il sionismo religioso.
Sono tutte storie che non entrano nella geografia mentale dei firmatari dell'evangelico appello su Gaza. E' straordinario come il potere dei simboli si mantenga per esclusioni. Un po' più prevedibile è che nell'immaginario di quei laici signori, così affezionati alla storia del deicidio, gli ebrei esistono solo per svolgere il ruolo degli assassini. Di Gesù o di un popolo intero. I sionisti di oggi sono malvagi come i nazisti di ieri, i quali sono crudeli come gli ebrei dell'altro ieri.
Certo, se non ci fossero gli ebrei, sarebbe un bel guaio per i laicissimi firmatari di Gaza vive: la loro visione delle cose si troverebbe priva dei cattivi di cui hanno disperatamente bisogno per sentirsi buoni. E i mali del mondo resterebbero senza spiegazione.

Foto tratta da Zeek.

video sconsigliato

Sconsiglio questo video a tutti i lettori del sito effedieffe (no che non lo linko, googolatevelo voi). Il direttore, Maurizio Blondet, già instancabile ricercatore delle tracce di entità aliene presenti sul nostro Pianeta, è diventato da qualche anno una star dei complottisti e va proponendo uan sua teoria secondo cui la Casa Bianca è ormai governata dalla setta ebraica Chabad (o Lubavitch), che mira ad assoggetare tutti i gentili, o non-ebrei. Un punto essenziale di questa delirante visione del mondo è che all'Ebraismo non ci si potrebbe convertire.
Ora, è vero che la conversione all'Ebraismo è di solito un processo lungo e difficile - e sempre inutile ai fini della salvezza dell'anima, visto che non ebrei non ci interessiamo molto dell'Aldilà e soprattutto non crediamo che in Paradiso ci vadano solo gli ebrei. Ed è anche vero che chi si converte diventa ebreo a tutti gli effetti e la nostra cultura considera, diciamo, maleducato, chiedere a chi si è convertito quali sono le ragioni di scelte così intime. Il punto essenziale della visione blondettiana di cui sopra è completamente falso. Alle conversioni all'Ebraismo è dedicato un numero intero della rivista Reform Judaism, con alcune storie commoventi
Non che queste questione siano ignare al prode Blondet e ai suoi affezionati lettori. La risposta d'uso è (ma dove la abbiamo già sentita?) che i Reform non sarebbero veri ebrei e che l'Ebraismo vero, gli ebrei veri, sono qualcun altro. Essendo i Reform la corrente maggioritaria della Diaspora, l'affermazione di cui sopra fa un po' ridere, ma siccome per i complottisti e per i fascisti non c'è limite al ridicolo, Blondet prosegue la sua rivelazione incurante del dato demografico e spiega che i veri ebrei, quelli protesi alla conquista del mondo e determinati a soggiogare tutti i gentili, sono appunto i Chabad, che mirano ad instaurare una teocrazia su questo pianeta. Non è chiaro se a tale regime teocratico dovranno sottomersi anche gli alieni, però (ripetiamo) siccome all'Ebraismo non ci si può convertire, la ragione di vita dei Chabad e dei loro servi neocon (tutti ebrei, guardacaso) è sottomettere il mondo intero.
Se siete lettori di Blondet non c'è bisogno di dire altro: conoscete già le argomentazioni dell'ufologo. Se non siete lettori di Blondet -e probabilmente pensate che queste sono tutte cazzate- limitatevi a ripetere quanto segue perché non è che leggendo Blondet trovate qualche argomento in più. Ovviamente, avete ragione: sono un sacco di cazzate.
1) All'Ebraismo non ci si può convertire.
2) I Chabad sono ebrei che vogliono assoggettare tutti i non ebrei.
3) L'Ebraismo è una religione razzista, perché non ci si può convertire all'Ebraismo.
4) Scopo dell'Ebraismo e dei Chabad è istituire la dittatura del Rebbe -capo spirituale dei Chabad- e a questo scopo i Chabad hanno creato i neocons e li hanno infiltrati nella Casa Bianca oltre che nei mass media.
5) I Chabad non accettano conversioni all'Ebraismo. Vedi al punto 1.
Ecco, se siete affezionati a Blondet e alle sue argomentazioni, NON GUARDATE QUESTO VIDEO. Il leader spirituale dei Chabad, il Rebbe di Lubavitch dice che bastano diciotto minuti per diventare ebrei. E lo dice a un tizio che non è ebreo. E il Rebbe spiega inoltre che la conversione a incoraggiata, perché il proselita non deve nemmeno rimetterci i soldi per la circoncisione, è uno spettacolo davvero molto forte. Chi costruisce la sua visione del mondo e l'interpretazione della realtà sulle 5 cazzate sopra enumerate è meglio che si tenga lontano da queste rivelazioni. Il suo equilibrio psicologico potrebbe risentirne. Non dite che non vi avevo avvertiti.
Comunque, a voi il video.

venerdì, dicembre 14, 2007

DNA strings - Ontrafel

La prima volta che sono venuto in Israele erano gli anni Novanta. A quell'epoca Israele era uno dei pochi Paesi a mantenere relazioni con il Sudafrica. E molti sudafricani includevano Israele nei propri itinerari. A volte erano neolaureati che si fermavano pure per lavorare, mettere da parte qualche soldo e spostarsi, di solito, in Thailandia o in Brasile. Altre volte venivano dalle fattorie dell'interno e il viaggio in Israele era la prima, e spesso l'unica, uscita dai confini patri - perché prima o poi ti viene voglia di vedere come va il mondo. Anche se sei cresciuto sentendo dire tutto il male possibile degli ebrei. C'era anche chi si lasciava dietro famiglie complicate, divorzi o peggio. Adesso sono passati tanti anni e sono cambiate tante cose, ma qualcuno di quei sudafricani qui si è femato. Mi è capitato di incontrarne qualcuno, che ha girato Israele in lungo e in largo (rispetto alle distanze cui era abituato nel paese d'origine non si tratta di un grande sforzo, eh). Mi hanno parlato di un gruppo che piace molto laggiù, sono questi qua e non sono affatto male.


mercoledì, dicembre 12, 2007

cinema cinema

Una delle cose più interessanti in Israele è Ma'ale, l'unica scuola di cinema ortodossa al mondo. E' aperta a tutti, gli insegnanti - così come gli attori- sono quasi tutti laici o reform. Le lezioni seguono il calendario ebraico e le uniche scene vietate sono quelle di nudo - il che permette la frequenza ai sionisti religiosi, ma anche una vastissima libertà di espressione. Ma'ale esiste da molto tempo e i film che ne escono da questa scuola (per ottenere il diploma bisogna dirigere un film) affrontano anche temi complessi e scottanti - quest'anno per esempio un allievo si è diplomato con un film su una storia di coming out all'interno di una yeshiva. Famoso è anche La moglie di Cohen, premiatissimo un po' dappertutto, che racconta le censure sulla violenza sessuale all'interno del mondo haredi. La casa numero 103 segue lo sgombero da Gaza di una famiglia di coloni, ed è un film che ha vinto un premio a Singapore: un docu-film, in cui non ci sono buoni e cattivi, ma solo la storia di una famiglia molto semplice e di soldati molto perplessi. Cinema che sa parlare a tutti.
Sono film che contribuiscono a far conoscere Israele e il mondo ebraico, e che allo stesso tempo permettono di affrontare temi che nella comunità ortodossa (e non solo) sono spesso passati sotto silenzio. Roba seria, insomma. E ora la battuta: li vedremo mai in Italia?

qui si discute così

Suzy: "Per dirla tutta, io non penso che sia un caso che i fondatori del socialismo ci fossero tanti ebrei, visto che per l'Ebraismo la giustizia è un obbligo religioso. La nostra religione chiede di fare tzedakà, non carità. Di seguire regole di giustizia sociale, non di fare ogni tanto delle elargizioni benevole e spontanee. E nella legislazione di Israele io vedo molto di tutto questo, soprattutto in ambito sindacale".
David: "La domanda allora è se tutto questo possa sopravvivere all'interno di un mercato globale, che tende ad appiattire le legislazioni, a restringere i diritti dei lavoratori; fino a che punto si può considerare ebraico uno Stato che importa beni, chessò, dall'India o dalla Cina, o da Paesi in cui il lavoro è schiavistico o quasi?"
Suzy: "o anche, quanto alle relazioni con gli altri Stati, la politica di occupazione dei Territori - lì davvero non c'è una legge unica per l'ebreo e per lo straniero. Ci sono due sistemi giuridici e questo è inaccettabile: questi non sono quel che io chiamo valori ebraici. Come non lo è per me questa santificazione della Terra, della patria..."
Io: "Scusate, mi sembra che qua stiamo dimenticando una cosa molto importante: anche nell'Europa di Antico Regime, all'interno dei ghetti, c'era un sistema di redistribuzione del reddito improntato a criteri di giustizia sociale, potrei anche dire avanzato se credessi a questo genere di progresso. Ma per poter realizzare quel tipo di società ebraica occorreva negoziare con autorità non ebraiche. In un contesto politico in cui gli ebrei erano un gradino al di sotto - in termini di diritti e di cittadinanza- di chi ebreo non era. Forse perché siamo tutti nati dopo il 1948, noi tendiamo a dare per scontato che esista uno Stato in cui gli ebrei non devono chiedere a nessuno il permesso per poter realizzare una società ebraica. Non è naturale, non è sempre stato così - esiste solo da poco più di mezzo secolo!"
Carole: "Ma l'Ebraismo chiede di essere prima di tutto leali cittadini dei Paesi in cui viviamo. Andrea, tu pensi che un politico ebreo segua un altro tipo di morale rispetto a un politico non ebreo? Che noi ebrei abbiamo, per natura o per cultura, una moralità superiore rispetto ai non ebrei?"
Io: "Dico che ogni politico segue la propria morale, e fa anzi del suo meglio per distinguersi da altri politici, anche sul piano morale. Ma dico anche che la democrazia si basa sulla ricerca del consenso. Ed in questo Paese il consenso lo si conquista dicendo: Ecco io sono un buon ebreo, per me i valori ebraici sono questi. Mi sembra una grandissima opportunità, sul piano storico. Che siano gli ebrei stessi a decidere sui propri valori e sulla loro applicazione qui ed ora, o in un domani all'interno delle nostre vite- non in un regno messianico di là da venire e nemmeno sottomettendosi alla legge del più forte".

martedì, dicembre 11, 2007

Oy Hannukkah

Stasera è l'ultima sera di Hannukkah. In Israele si usa fare regali la penultima sera e quindi io vi regalo lo spot pubblicitario di un DVD di Lipa Schmelzer, una star della musica hassidica contemporanea. Che si è evoluta un po' dall'epoca in cui sono ambientate le elegie di Moni Ovadia, dedicate agli ebrei morti. Hag Sameakh

sabato, dicembre 08, 2007

una storia di Hannukkah


Si intitola Rock of Ages, sta sul sito di Notebook. L'autore è Jonathan Tropper, un brillante scrittore che inizia ad essere conosciuto anche in Italia.
Hag Sameakh a tutti e tutte.

venerdì, dicembre 07, 2007

forse nemmeno serve

E' difficile raccontare la complessità di questo Paese e, dopotutto, non sono nemmeno sicuro che serva. Da quando sono arrivato qui non c'è stato un solo giorno in cui non sentissi qualcuno dall'Italia, e non c'è mai stato nessuno che chiedesse come vanno le cose. Ognuno ha le sue idee già perfezionate e cerca conferma - sembra sia impossibile per un cittadino italiano fare un giro a Gerusalemme semplicemente perché non c'è mai stato e vuol vedere come è.
Il puro e semplice fatto di aver fatto alyah, ovvero di avere in tasca un passaporto israeliano, mi trasforma -agli occhi degli amici di sinistra- più o meno in un traditore, la cui scelta, nel migliore dei casi, va giustificata, in base all'assunto che la presenza ebraica qui avrebbe qualcosa di artificiale. E più uno ti è amico, più ti mostra il suo impegno per giustificarti.
Poi ci sono quelli che hanno deciso che io starei diventando di destra, per il fatto che -stando qui- gli enormi limiti della sinistra italiana nel comprendere Israele mi appaiono evidenti. Dall'Italia si tende a sovrapporre le categorie italiane alla realtà di Israele. Così Barak diventa una specie di Bertinotti e Olmert una specie di Berlusconi, e ogni volta che Berlusconi vince ci si consola pensando a Barak. Ma non funziona, qui. Sinistra italiana e sinistra israeliana hanno storie molto diverse, differenti riferimenti ideali - per dire, non è che Gramsci fosse un gran sostenitore della specifictà culturale ebraica, che è invece quella sulla quale il sionismo socialista ha costruito la sua storia.
Ci sono poi quelli che cercano il demonio perché continuano a pensare che in Israele c'è qualcosa di sbagliato, e che quel qualcosa di sbagliato starebbe non nelle azioni dei politici di adesso, ma in qualche colpa ancestrale del passato. E così identificano il demonio in Jabotinsky, il quale aveva però più simpatie per Garibaldi e Labriola che per Mussolini. E lo so che è complicato. Infatti occorrerebbe leggere qualcosa di più.... Ma quando uno sa già tutto, perché la realtà gliela ha spiegata un editoriale che così chiaramente distingue tra buoni e cattivi, che bisogno c'è di leggere altro?

giovedì, dicembre 06, 2007

sentire le voci

Il nuovissimo blog di Kolot-Voci, curato da David Piazza, assessore ai giovani della Comunità ebraica di Milano, ospita al momento nove interventi, di cui cinque dedicati ai "riformati" e uno solo all'antisemitismo. Uno si chiede quale sarà mai la principale proccupazione della dirigenza delle Comunità italiane, di questi tempi.

mercoledì, dicembre 05, 2007

una di quelle giornate

Oggi sono stato a un incontro con Edgar Keret, che con Nanni Moretti ha girato un film in Italia che sta andando molto bene in questi giorni. Ha un sacco di storie da raccontare: due genitori sopravvissuti alla Shoa, che essendo orfani, non avevano bene le idee su come allevare i figli, così hanno scoperto che ai figli piaceva sentirsi raccontare storie e il talento di narrare è arrivato a Edgar. Che ha una sorella ultraortodossa (undici figli e due nipoti, per ora) che prima viveva in un insediamento, perché lì la vita cosa meno. Poi si è trasferita a Meah Shearim. E ha un fratello che è uno dei leader degli antiproibizionisti in Israele e di un gruppo estremista ed antisionista - un anarchico che ha insegnato agli ultraortodossi come documentare le violenze della polizia, quando gli ultraortodossi manifestavano contro il progetto di costruire una autostrada, e li ha aiutati perché, bhé, dopotutto sono anarchici anche loro, cioé contro lo Stato. Ma davvero? gli ha chiesto Edgar e la risposta è stata: Oh insomma è pur sempre mia sorella, e devo aiutarla. Per dire che quel che tiene insieme questo Paese, al di là delle differenze ideologiche, è questa faccenda di essere una famiglia. Non so se 'sta storia mi convince, comunque quel film israeliano (dove grazie a Dio non parla di guerra) sta andando bene in Italia. E uno.
E dopo abbiamo incontrato la prima rabbina atea della storia di Israele. Io personalmente non sono un gran sosenitore degli allievi di Wine. Mi sembra cerchino di dare con il cervello delle risposte a richieste che vengono dal cuore. La rabbina ha spiegato che per lei Dio è un personaggio di un libro che si chiama Bibbia e che è una creazione umana come tante, anche se lei si sente più legata alla Bibbia, che poniamo, all'Eneide, e quetso perché è israeliana. Solo che l'esempio che lei ha scelto per spiegare questa cosa del personaggio storico-letterario era, va a saper eperché, Giulietta che parla a Romeo da quel famoso balcone, che tutti sappiamo essere una roba poco vera, ma ci pare tanto poetica tanto è vero che se siamo a Verona è quel balcone che vogliamo vedere. E due.
Poi c'è stata una conferenza di Gadi Taub, uno dei tanti che sostiene che Israele dovrebbe abbandonare la West Bank il prima possibile per mantenere una maggioranza ebraica all'interno del Paese. Taub è famoso per la sua battaglia ideologica con chi sostiene che l'avventura degli insediamenti mostrerebbe una chiara impronta laburista - per lui gli insediamenti sono una responsabilità del Likud. Comunque quando gli si chiedeva che modello di convivenza aveva in mente tra arabi ed ebrei, lui ha chiarito -come fa pure nel suo blog- che il modello francese è un fallimento perché porta all'azzeramento delle identità culturali, mentre l'Italia in Alto Adige avrebbe risolto il problema: nessuno nega che gli altoatesini siano italiani, ma loro non pretendono di trasformare l'Italia in uno Stato a lingua tedesca. Suggerimenti da ponderare come dicono gli inglesi: interesting. Comunque: e tre.
In sintesi oggi è stata una di quelle giornate che è cool essere italiani. E adesso abbiamo ospiti dall'Italia, e siccome è Hannukkah ci sono più o meno inviti tutte le sere. Auguri a tutti.

lunedì, dicembre 03, 2007

Hannukkah

Hannukah per la halakha è una festa ma anche no. Non ha lo statuto dello Shabbat, ma nemmeno di Purim. Ricorda una serie di vittorie militari, riportate da gente che con l'Ebraismo di oggi ha poco a che fare. Segna un punto del calendario in cui le notti sono lunghe, e allora si accendono delle luci. le luci, questo lo sanno tutti, in un luogo che deve essere visibile. Ma ogni famiglia accende la sua, di luce. Hannukkah è il momento in cui le storie individuali incontrano quella collettiva. E questo, tanto per rimanere in tema, è il mio passaporto di Israele.
Auguri a tutti, ci risentiamo dopo le feste.

na na na

Di solito i messianisti sono gente esaltata e un po' pericolosa, come tutti quelli che dichiarano di conoscere in anticipo cosa è bene per te. Questi però non vogliono convincere nessuno e raccontano una filosofia molto profonda: è una grande mizwah essere felici. Da qualche anno li incontri un po' dappertutto in questo Paese, ed è impossibile non sorridere. Io ho preso da loro un paio di adesivi che dicono "parla con Dio e tutto si sistema". C'è il disegno di uno che sorride.

sabato, dicembre 01, 2007

נולדתי לשלום

Quello che segue è il mio commento sui colloqui di Annapolis. E' una canzone del 1979 il cui titolo si potrebbe tradurre Sono nato per la pace. Trovate prima il testo in ebraico e poi la traduzione in inglese. La canzone è stata scritta da Uzi Hitman z.l., uno che da queste parti era una star e che se ne è andato un po' di tempo fa. In effetti è da un po' di tempo che da queste parti speriamo che le cose si mettano meglio. A volte mi piace pensare che ci sono molti italiani a pensarla come me. Poi mi collego a Internet e sono costretto a cambiare idea. Canta Betty Goren, è un video tratto da un concerto in memoria dell'autore.



אני נולדתי אל המנגינות
ואל השירים של כל המדינות
נולדתי ללשון וגם למקום
למעט להמון שיושיט יד לשלום.

אני נולדתי לשלום שרק יגיע
אני נולדתי לשלום שרק יבוא
אני נולדתי לשלום שרק יופיע
אני רוצה אני רוצה להיות כבר בו.

אני נולדתי אל החלום
ובו אני רואה שיבוא השלום
נולדתי לרצון ולאמונה
שהנה הוא יבוא אחרי שלושים שנה.

אני נולדתי לשלום שרק יגיע
אני נולדתי לשלום שרק יבוא
אני נולדתי לשלום שרק יופיע
אני רוצה אני רוצה להיות כבר בו.

נולדתי לאומה ולה שנים אלפיים
שמורה לה אדמה ולה חלקת שמיים
והיא רואה צופה הנה עולה היום
וזו שעה יפה זוהי שעת שלום.

אני נולדתי לשלום שרק יגיע
אני נולדתי לשלום שרק יבוא
אני נולדתי לשלום שרק יופיע
אני רוצה אני רוצה להיות כבר בו.


I was born to the melodies
And songs of every country
I was born to the language, and to the land
To the few and the many
Who will give peace a hand.
I was born to peace - let it draw near
I was born to peace - let it come.
I was born to peace - let it appear
I want, I want to be in it already.
I was born to a people two thousand years old.
With a land of their own
And their own piece of heaven.
A people watching the new day unfold,
A beautiful moment
The coming of peace.

storie che non si dicono

Ogni tanto capita di incontrare dei beduini che hanno la pelle scura. Un documentario, di cui recentemente si parla molto qua in Israele, cerca di spiegare il perché. La ragione è semplice e terribile: fino a cinquanta anni fa i beduini avevano l'uso di rapire gente di colore per farne degli schiavi. Ecco il trailer. Dedicato a quelli che una volta i mulini erano bianchi, poi sono arrivati i sionisti cattivi.

martedì, novembre 27, 2007

vayeshev

Questo è il testo del mio primo D'var Torah.

Imagine this scene: Joseph has just been captured by his brothers. Shimon and Gad—says the Midrash—are ready to kill him, he tries to escape, hiding behind Zevulon, the tallest. At this point, the oldest Ruben says out loud: אל-תשפכו דם, “Do not shed blood” (Genesis 37:22). As the eldest, he tries to impose his moral authority.
Judaism, as we all know, puts a great emphasis on blood. Blood is the essence of life, so much so, that our tradition forbids us to embarrass other human beings. Even making someone ashamed is likened to shedding blood, because the face pales. Do not shed blood: that’s a very important moral teaching
Rashi maintains that Ruben feared being blamed for the death of Joseph. Being the firstborn, he carried the responsibility for all brothers’ safety. Several Midrashim explain Ruben’s intercession on Joseph's behalf due to his gratitude for having been included in Joseph's dream among the twelve stars—that is, among Jacob’s sons. Evidently, Ruben held some kind of complex about being excluded from the family and was grateful even to be included in what the other brothers considered an insulting dream.
Beyond this verbal defense, the Sephardi commentators, Abarbanel and Nachmanides, teach that Ruben was planning to rescue his brother from the pit in the desert– that empty pit, in which there was no water.
This apparent redundancy of the text is generally explained by linking water to Torah, a parallel often made by our Sages. The pit, though dry, was populated by snakes and scorpions, that is evil and falseness. The brothers threw Joseph into a place devoid of Torah, distant from life, where even the least sign of respect for the dignity of the human being was completely absent.
From such a place, the Sephardi commentators explain, Ruben planned to rescue Joseph. He tried to be a a mensch (even I am not sure that you can find this word in the Sephardi commentaries) in a place where no one else would be one.
Rabbenu Bakhya pointed out that Ruben says: do not shed dam, blood; and not: damo, his blood, Joseph’s blood. He knew how much they hated Joseph, so he carefully chose his words to convince his brothers to spare Joseph’s life, without antagonizing them. So, he appealed to them not to transgress one of the basic Noachide laws. Bakhya demonstrates a concern for tact and diplomacy in achieving desired ends. Maybe it is not by chance that the commentaries of Bachya, with this peculiar emphasis, were so popular in the era of Machiavelli.
And in this story Ruben is surely aware of the moral requirements of being the eldest brother. Ruben seems hesitant. First he says: “Let us not strike him a mortal blow!”. Then he pauses, and adds “Do not shed blood; throw him into this pit”. We can imagine him as he tries to guess from his brothers’ facial expression if and how they will follow his advice.
Moses Alsheykh notes that Ruben in this part of the story is mentioned by name, while the brothers are a collective anonymous entity. They are full of anger and looking for revenge. Ruben faces them alone. He might have been able to convince them at the moment, but we all know how the story ends. When he got back to the pit, his brother was not there anymore.
What a pitiful end. Ruben has neither been able to maintain his authority as eldest brother, nor to rescue Joseph. Again, imagine the scene: Ruben is alone, near that empty pit. He cannot but admit the failure of his plan.
Throughout this story, Ruben seems to try desperately to maintain his position and his authority as the eldest brother and to lead them to a very unpopular, but moral decision – sparing Joseph’s life.
To me, it appears that Ruben is not the most upright person in the world, but neither is he the basest character in this story. He is somewhere in the middle, in the grey area between black and white. Jacob in his testament in Genesis 49:3, said that Ruben, his firstborn, is יתר שאת ויתר עז excessive in exalting and excessive in strength. I would say that Reuven is excessive in exalting (שאת) by concern for his role of being the first-born, and excessive by his עז, his moral strength.
What can we learn from the misadventure of this distant ancestor of ours? I think the main teaching is: to take moral risks.
We may often feel Ruben’s moral dilemma, his concern for maintaining his position, his authority. But we need to weigh the need to protect our position by the moral imperative to stand up for principle and what is right.
To speak out clearly, at the right time, whenever the dignity of each human being is offended.
May we always have the moral fiber to speak out for those without voice. May we always be sources of inspiration for others, as members of the Jewish family and as human beings.
כן יהיה רצון

lunedì, novembre 26, 2007

הדג נחש - שירת הסטיקר

Da queste parti la gente ha l'abitudine di scrivere quel che pensa. OK, anche in Italia. Di scriverlo in forma breve e possibilmente rimata. Va bene, anche in Italia. Con giochi di parole, sovente sarcastici. Sì, lo so, anche in Italia. Qui però non lo scrivono sui muriת a parte quell'ultraortodosso che gira scarabocchiando Homo = filthy nei paraggi dei locali gay (sì, perché a Gerusalemme c'è una vita notturna gay). Qui gli slogan vengono stampati in forma adesiva e appiccicati un po' da tutte le parti. Questo in Italia non succede, almeno per come mi ricordo io. La cosa buffa è che il più delle volte gli slogan fanno il verso alla parte avversa. Uno dei miei preferiti è מדינת הלכה - הלכת המדינה, che tradotto suonerebbe così: Stato della Halakha? Lo Stato se ne va a farsi fott.... Per cui se leggete uno slogan che suona di destra molto probabilmente il tizio che lo ha attaccato alla sua auto, o al pilone, è un militante di sinistra. Un po' di tempo fa un gruppo rap ci ha fatto una canzone, con i testi degli adesivi, canzone che adesso ho trovato anche su You Tube, eccola qua (in rete trovate un sacco di roba su questo gruppo e su questo rap. Partite da wikipedia - oddio come sono didattico).




Gerusalemme si è riempita di teen agers maschi con kippà e di ragazzine in gonna lunga (ma senza parrucca): devono essere i figlioli dei settlers, di cui un gruppo sta sbraitando davanti al consolato USA. Ma io non ho voglia di parlare di Annapolis, se non per dirvi che, curiosaamente, non si vedono molti adesivi, in giro per questa città. Sarà che non si capisce bene cosa ha in testa il governo, quindi nessuno può dire se è d'accordo. Quando passa una macchina della polizia (e in questi giorni ne passano) si sente dire che vanno a portare Olmert in prigione - per dire la fiducia che c'è. Quanto al resto, staremo a vedere. Tra un paio di giorni andiamo al Nord. Ci si rivede.

sabato, novembre 24, 2007

prenotato

Non troverete su questo blog alcun resconto in diretta di cosa si dice nella capitale di Israele a proposito del vertice di Annapolis. Ho prenotato per qualche giorno nel Galil. Perché sì.

venerdì, novembre 23, 2007

la Morgantini e i nazisti

Luisa Morgantini non sapeva che la National Zeitung è quel che è. D'altronde quel che vede a Gaza, poverina, deve davvero traumatizzarla Son cose. Cose, appunto, buone per andare a braccetto con l'estrema destra tedesca, da sempre sostenitice della causa palestinese. E quando si dice sempre, vuol dire sempre.


mercoledì, novembre 21, 2007

jewish rock

c'è in giro questo documentario

lunedì, novembre 19, 2007

trenta anni fa

Il direttore d'orchestra non aveva lo spartito e dovette trascriverne le note ascoltando l'inno egiziano da una radio militare. Avevano avuto a disposizione solo una notte per impararlo. La porta dell'aereo fece fatica ad aprirsi. E per interminabili minuti non ne uscì nessuno, fino a quando comparve il suo sorriso. E il naso "semita" - come commentavano stizziti giornali inglesi, increduli che la pace fosse ottenuta dal fascista Begin.
A imperitura memoria delle piccinerie italiche bisogna pur ricordare che il giorno dell'elezione di Menachem Begin, Repubblica (sai che novità) pubblicò una vignetta infame, in cui simboli ebraici e nazisti venivano mischiato dal solito Forattini.
Comunque adesso c'era quell'uomo alto e magro, che percorreva il tappeto rosso all'aereoporto di Tel Aviv, smmerso da una selva di flash dei fotografi. "Poteva venire prima" commentò stizzita Golda Meir voltandosi verso Rabin. Di cui non conosciamo la risposta.
Begin faceva gli onori di casa. Presentò l'ospite a Ariel Sharon. "Eccoti qua", rise Sadat "la prossima volta che attraversi il mio Canale ..." "Non succederà. Adesso mi hanno messo in ufficio, faccio il ministro dell'agricoltura. Benvenuto in Israele, presidente".
Quando fu di fronte a Golda Meir disse: "Era tanto che volevo parlarle, signora". "Beh, siamo qua" rispose Golda "Shalom".


succede così

Campanello.
"E chi sarà?"
"Che ne so, vai tu ad aprire"
Rumore di lavaggio piatti.
Campanello bis.
"Va bene, vado"
E' una ragazza piccola di statura, jeans e maglione, con in mano un blocco e una penna. Per un attimo mi sono venuti in mente i suoi coetanei, che in Italia, fanno le ricerche di mercato, o vendono enciclopedie. O, quando ero un po' più giovane, facevano il censimento. Lavori così, da studente. Pure io ho distribuito elenchi telefonici.
Mi dice una cosa in ebraico con una parola che non capisco, che non ho studiato.
-Per favore, può ripetere in inglese.
-Mi manda il governo, sono qui per ritirare la maschera antigas.
-Ah. Beh no, noi non la abbiamo, siamo qui da luglio...
-Tov, scusate. Ma da dove venite?
-Italia.
-Ah ecco, l'accento non è così comune. Avrei detto Argentina. Comunque shalom.
-Shalom.
Pensi che l'ebraico ogni tanto ti rassicura e non sai perché. La maschera antigas. Succede che a un certo punto ti sembra la cosa più normale del mondo che in casa ci debba essere una maschera antigas. Voglio dire che è probabilmente una bella notizia, in vista del vertice di Annapolis il governo ritira le maschere antigas. Oppure no, c'è una specie di manutenzione e il governo sta prendendo nota di quelli che non la hanno. E, in caso (in caso che?) ce ne recapita di nuove.
Maschere antigas. Gas che uccide. Perché è questo Paese. E tu sei ebreo. E da qualche parte c'è del gas che uccide. Gas pensato per uccidere te, cittadino dell'unico Stato ebraico al mondo. Perché sei un cittadino di questo Stato. E perché questo piccolo Stato è l'unico Stato ebraico sulla faccia del Pianeta Terra.
Sono in tanti che lamentano che Israele non sa fare pubbliche relazioni, che gli israeliani non hanno la pazienza per ascoltare, capire, spiegare. Che se spiegassero meglio ci sarebbe meno incomprensione per le nostre ragioni. Forse meno antisemitismo. Tutto vero. Noi israeliani dovremmo imparare le buone maniere - come tutti i popoli mediterranei, dal resto. E magari potremmo astenerci dallo humour nero (l'ultima che ho sentito è che Sharon è in stato di shemittah) ed evitare quel genere di comportamenti che si riassumono nella camminata strascicata tipo Nu, sentiamo un po' cosa vuole questo qui - il che è oggettivamente poco bello da vedere, specialmente se questo qui sei tu e la camminata è quella di un impiegato che dovrebbe servirti (io qui non servo un cazzo di nessuno, dice quella camminata). Se poi si potesse reagire in maniera diversa e non sempre e comunque con quella alzata di sopacciglio che deriva da qualche shtetl e che vuol dire: C'è senz'altro di meglio in giro, OK, questo sarebbe bellissimo.
Però, guardate, una maschera antigas in casa non è una cosa leggera da portare. Pure se non la hai, solo si suppone che tu la abbia. Ti stanca, ti fa incazzare, e allora ti resta poca pazienza per spiegarti, e infatti non ho nessuna voglia di spiegare come è successo che mi sono trovato ad essere abituato all'idea che a pochi kilometri da qua c'è qualcuno determinato a ammazzare me e mia moglie.

sabato, novembre 17, 2007

Lolita

אתי אנקרי ודוד ד'אור

a proposito di cerchi concentrici

In una paio di sedi (la mailing list Kolot e la rivista Ha Kehillah) si sta svolgendo un dibattito quasi sempre cordiale nei toni, ed in risposta a richieste di alcuni ebrei Reform di entrare a far parte delle strutture comunitarie. Può sembrare piuttosto curioso che i Reform chiedano di essere riconosciuti dagli ortodossi e, diciamolo, non è esattamente un sintomo di maturità. Ma la vera bizzarria sta nella situazione italiana, in cui è un ente statale a rispondere alla domanda chi è ebreo? con quel che ne consegue, ed il tutto applicando criteri differenti da quelli dello Stato degli ebrei - dove i Reform, ricordiamolo, sono considerati ebrei a pieno titolo.
L'italica bizzarria sta anche nel fatto che ci si definisce ortodossi (o Modern Orthodox) quando l'osservanza delle mitzwot è bassa o nulla; quando i rabbini italiani non compaiono nelle liste che il rabbinato centrale di Israele considera abilitati a effettuare conversioni. E' vero, il dato dell'osservanza dice poco, perché in ogni comunità ortodossa non c'è sempre un livello alto di osservanza - ma sarebbe comunque interessante curioso comparare il tasso di matrimoni misti in Italia con quello di altre comunità ortodosse. Ma la questione della, diciamo, scarsa considerazione che il rabbinato centrale di Israele riserva ai rabbini italiani dovrebbe far pensare.
Ovviamente a me, da qui, non può interessare il lato politico della faccenda. L'Ebraismo progressivo in Italia è un fenomeno in crescita e una qualche forma di riconoscimento giuridico da parte dello Stato ci dovrà pure essere; e tutti sanno benissimo che l'anomalia istituzionale italiana prima o poi cadrà, visto che non è esattamente congruente con la concezione europea di libertà religiosa. In quale altro Paese occorre un atto notarile per cambiare religione?
Però le argomentazioni di parte ortodossa, quelle sì le trovo interessanti. Sia gli interventi su Kolot che quello su Ha Kehillah non dicono nulla sulla specifica ortodossia italiana, e pensare che solo pochi anni fa questo era l'argomento più diffuso tra chi invitava a non spezzare la bella unità. Ora ci spiegano che il modello italiano consiste nel fatto che un piccolo nucleo di osservanti tiene accesa la fiamma dell'Ebraismo intero, e che tutti gli altri starebbero attorno a questo nucleo, più o meno distanti dal livello di osservanza ideale.
E' una raffigurazione della comunità ebraica che per me è simile a quella di un monastero e degli abitanti dei terreni di proprietà del monastero. Non potendo questi ultimi mantenere lo stile di vita dei monaci, che osservano tutti i precetti, versano una quota delle loro ricchezze ai predetti monaci. Suvvia: siamo tutti (dovremmo essere tutti) consapevoli che lo-ba-shamaiim, la Torah non è nel cielo, né al di là degli oceani, e la Halacha è fatta per esser vissuta da tutti, in maniera egalitaria, senza costituire caste sacerdotali. Vissuta, intendo, anche da chi è omosessuale, che non è una scelta, ma per condizione: ai gay la Torah degli ortodossi cosa ha da insegnare? Che devono, giusta il modello monastico, reprimersi e sublimare? Questa sarebbe la halacha?
Il punto che mi convince di meno di tutto il dibattito è però un altro. Io conosco diversi ebrei progressivi e molti ebrei ortodossi. Non vedo una gran differenza di pratica. Questa storia secondo cui gli ebrei ortodossi sono quelli che praticano di più dei progressivi non regge alla prova dei fatti. In Italia le congregazioni progressive, per dirne una, hanno il minyan più spesso delle sinagoghe ortodosse. I progressivi, in Italia, non celebrano affatto matrimoni misti, e si sposano con maggiore frequenza degli ortodossi delle rispettive città. Ho anche l'impressione che siano pure più sionisti degli ortodossi, e con ragione: Israele dà loro quel riconoscimento che l'Italia ebraica non vuole dare. Se uno è affezionato al modello dei cerchi concentrici sappia che anche all'interno delle comunità progressive c'è chi pratica di più, chi pratica di meno e chi va al tempio solo a Kippur.
L'Ebraismo è policentrico ed inclusivo

Ma il problema, in fondo, è un altro. Lo stile di discussione adottato dalle voci ortodosse di questo dibattito è all'insegna dell'esclusione quando non della scomunica - e non mi pare esattamente felice. Né, per quel che vale, è una dimostazione di forza. Sarebbe invece interessante che chi sta nel cerchio più interno del mondo progressivo venga invitato al dialogo con chi occupa la analoga posizione per gli ortodossi. E che, come nelle discussioni del Talmud, ci si sforzi di trovare non il compromesso, ma la soluzione più inclusiva, che sappia comprendere tutte le posizioni per il bene comune degli ebrei di Italia.
Peccato che questo, per ora, non stia succedendo.

giovedì, novembre 15, 2007

succede questo

Un alto dirigente dei Chabad in Israele arrestato con accuse poco piacevoli. Failed Messiah aveva accennato a queste faccende, più di un anno fa.

martedì, novembre 13, 2007

I was made for love you babe



Il signore qua con la lingua lunga si chiama Chaim Klein Witz, è israeliano e con il nome di Gene Simmons fa il musicista. E' uno che sulla politica estera americana ha le idee piuttosto chiare. Non è obbligatorio andare d'accordo, d'altronde lui di mestiere fa il musicista rock.

sabato, novembre 10, 2007

minyan portoghese

Il termine Sefardita ha molti significati. Può indicare in genere gli ebrei di provenienza orientale, oppure il rito in uso dei gruppi hassidici il cui siddur è quello kabbalistico di Itzak Luria. Un particolare minhag sefardita è quello detto portoghese, o Western Sefardi, che è in uso in luoghi come la Esnoga di Amsterdam, Shearith Israel di New York, Bevis Marks di Londra, Livorno e luoghi come il Suriname o Giamaica. Il che spiega come mai molti di questi signori hanno la pelle un po' scura - i sefarditi portoghesi sono stati i primi a convertire anche persone di colore, e questo la dice lunga sulla generale attitudine dei loro rabbini.
Un minyan portoghese esiste anche a Gerusalemme, grazie all'impegno di un signore che è arrivato da Philadelphia che ha distrutto il suo passaporto americano il 19 maggio 1948, un giorno dopo la proclamazione dello Stato di Israele (chi ha detto che i sefarditi non sono sionisti?). Ci si trova una volta al mese nella Stambuli, una delle quattro sinagoghe sefardite della Città Vecchia - in ognuna delle quali c'è un arredamento di origine italiana. E che è questa qua a sinistra (illustrazione del 1835, dedicata a tutti quelli che "ma gli ebrei non sono originari e sono arrivati in Israele solo dopo la seconda guerra mondiale") A parte la bellissima esperienza di dire shachrit proprio nella Città Vecchia, a due passi dal Kotel, (il posto ha una acustica meravigliosa) l'esperienza è davvero degna. Il minhag è ovviamente ortodosso ma non pochi punti sono simili a noi Reform. Per esempio il decoro: niente barbe incolte, niente tzitzit; mai visto così tante cravatte a Gerusalemme. O anche l'uso di salutare tutti i presenti, appena si entra, che dà anche agli sconosciuti la sensazione di essere accolti e rispettati. E poi avere tra le mani il Siddur di David de Sola Pool ha un suo fascino anche per noi Reform. David de Sola Pool che aveva non tenui legami familiari con Mordechai Kaplan, proprio nel periodo in cui un gruppetto di rabbini ortodossi ne bruciava i libri. Siddur che è affascinante non solo perché straordinariamente chiaro e con una bella traduzione in inglese, ma anche perché i riferimenti al messianismo sono, diciamo, contenuti, come è più che naturale aspettarsi, visto che il sabbatianesimo è bastato a vaccinare dalla fascinazione nei confronti del Rebbe. Come da tradizione sefardi, inoltre, non ci sono del tutto le parti meno condivisibili dell'Alenu, quelle che invocano la maledizione sugli idolatri.
Insomma, oggi avevo tra le mani questo Siddur datato 1941, con tanto di traduzione e indicazione dei punti in cui ripetere al cantore. E ho pensato a quanto di noi Reform continuano a sentire il fascino di una cosa che chiamano tradizione e che in realtà è piuttosto nuova, non ha nemmeno una quarantina di anni ed è è l'ideologia di gruppi come gli Aish ha Torah o di altri baale teshuva. Per una ragione o per l'altra, anche all'interno del mondo non ortodosso, c'è chi vuole "più tradizione" e ogni tanto prova a mettere in piedi delle ibridazioni, prevalentemente di origine masorti: minyan ortodossi egalitari in cui se una donna vuole può non essere contata, posti che non hanno la mechitza ma uomini e donne siedono separati e poi c'è anche un terzo settore per le coppie che desiderano stare inisieme, siddur in cui si dice che vogliamo la ricostruzione del Tempio ma lo si dice in ebraico così non siamo obbligati a crederci ecc. ecc.). A me 'ste robe non piacciono per nulla. Io mi considero un ebreo emancipato, credo che lo Shabbat è Shabbat se lo si passa con una comunità che condivide i valori della modernità e non credo sia molto sensato provare a ricreare una volta alla settimana il mondo precedente l'Emancipazione. Però se ho voglia di tradizione, una volta ogni tanto, il minyan portoghese, con la sua gravidura (rispetto) è quello che fa per me.
E poi le melodie sono bellissime.

venerdì, novembre 09, 2007

riveciamo e vlonetirei plubbacihmo

fi yuo cna raed tihs, yuo hvae a sgtrane mnid too.
Cna yuo raed tihs? Olny 55 plepoe out of 100 can. i cdnuolt blveiee taht I cluod aulaclty uesdnatnrd waht I was rdanieg. The phaonmneal pweor of the hmuan mnid, aoccdrnig to a rscheearch at Cmabrigde Uinervtisy, it dseno't mtaetr in waht oerdr the ltteres in a wrod are, the olny iproamtnt tihng is taht the frsit and lsat ltteer be in the rghit pclae. The rset can be a taotl mses and you can sitll raed it whotuit a pboerlm. Tihs is bcuseae the huamn mnid deos not raed ervey lteter by istlef, but the wrod as a wlohe. Azanmig huh? yaeh and I awlyas tghuhot slpeling was ipmorantt! if you can raed tihs forwrad it.

giovedì, novembre 08, 2007

the classic halachic view

"A great representative of the classic halachic view was Rabbi Benzion Uziel, who served as chief Sephardic rabbi, first in British Mandate Palestine and then in the State of Israel, from 1938 to 1953.
Rabbi Uziel argued that not only may rabbis do conversions in less than ideal circumstances, but they are obligated to do so — even when the would-be convert is not expected to become fully observant religiously. Since so many conversion cases involve intermarriage or potential intermarriage, Rabbi Uziel believed we should perform conversions in order to maintain whole Jewish families that can raise Jewish children within the Jewish community. He viewed himself as being “strict” in his opposition to intermarriage, not as being “lenient” in matters of conversion. Historically, the halacha has allowed rabbis to draw on the full array of halachic sources; to consider the nuances of each individual conversion case; to use their own judgment on whether to accept or reject a candidate for conversion. Now, the halachic options have been sharply curtailed. A rabbinic bureaucracy is usurping the authority of individual rabbis."
A scrivere queste parole, che sono una dura condanna del rabbinato ortodosso contemporaneo non è uno studioso Reform alla ricerca di precedenti all'interno della tradizione (anche perché il gioco della ricerca di questo tipo di antenati è, come minimo, fuori moda). E' nientemeno che rav Marc Angel, persona nota per la pacatezza di toni e da decenni rabbino capo di Shearith Israel, la più importante sinagoga sefardita del mondo. Il testo completo dell'articolo sta qui.
Marc Angel è uno di quei leader ebraici noti per l'alto valore che danno al principio dell'unità del popolo di Israele. Che anche da quell'ambiente si levino voci forti e chiare contro la deriva dell'ortodossia contemporanea dovrebbe fare piuttosto riflettere. Dal mio punto di vista maggioritario (non ortodosso, cioé) mi chiedo cosa avrebbe pensato rabbi Uziel della distinzione tra accettazione delle mitzwot e osservanza delle stesse, che pare sia un artificio che va di moda in Italia.

the Real

The word “real”-- completely vexed foreign word
we use every day– “get real man”-- “reality tv”
oxymoron– not to be confused with the real
in real estate which comes from royal meaning
the king owns the land– no this real means
either the material concrete nubby substantial
toe stubbing, bullet piercing, ass hurting, scar
tissue forming, sidewalk scraping, hot flashing hardware–
or else the highest deepest broadest truest hidden
arrangement of light behind thought behind body
behind deed- the holy of holy of holies
in the high priest’s brain when the Ein Sof shouts down
its lightning and breaks open the heart of the universe
and time stops in its gears to unwind another year’s folly–
and all the people outside bow down muttering and kiss the ground–
their lips in the dust– but a minute later they wipe them off
brush off their clothes, stand up, start up that cycle
of what’s real man, what’s really really real & don’t you know
they get back to their business in a God damned minute?
Rodger Kamenetz (thans to Zeek)

mercoledì, novembre 07, 2007

dispute interne alla tribù

Il Pirké Avot spiega che ci sono due tipi di makhlokhet (dispute). Quelle le-shem ha Shamaim (in nome dei cieli), tipo quella tra Hillel e Shammai, e le altre, il cui modello è quella di Korach, e che non sono le-shem ha Shamaim. La principale differenza, e so che non sono originale, è che la competizione per il potere è più evidente nel caso di Korach che tra Hillel e Shammai. Per questo la storia di Korach ha una fine, quella di Hillel e Shammai no: e ha a che fare non con il potere ma principalmente con Dio. La differenza tra una disputa e una makhlokhet, una disputa ebraica, è che la seconda implica un terzo partecipante, che può essere Dio o -più comunemente- una cosa chiamata tradizione ebraica ed espressa in testi straordinariamente densi, vecchiotti, compulsivamente pluralisti fino alla auto-contraddizione ripetuta. O, più semplicemente è una disputa tra ebrei. Chi è ebreo? Ci sono definizioni diciamo giuridiche (figlio di madre ebrea, genitore di figli ebrei) che comunque cambiano con il tempo (cavolo, lo si può dire, senza che crollino i cieli) e che sono in ultima analisi autoreferenziali. Non vuol dire che se ne può fare a meno, vuol semplicemente dire che c'è anche dell'altro. Mettiamola così: un senso, secondo me poco verbalizzabile, di comune appartenenza.
Quando io so che qualcuno è ebreo, anche so lo incontro in metropolitana, sento di avere qualcosa in comune con lui. Posso invitarlo a cena, e so anche quando (perché abbiamo un calendario in comune, per esempio). Oppure lui può invitare a cena me. O se ci sono problemi possiamo andare al ristorante insieme. E' tribale? Certo che è tribale. Non vedo cosa ci sia di male. E' proprio facendo riferimento a questa tradizione tribale che riesco ad amare concetti generali come umanità, libertà, giustizia, in larga parte nati all'interno della mia tradizione, per quel che vale un atto di nascita di questo tipo e che senza il loro contesto mi sembrano terribilmente astratti e distanti. E diventano strumenti ideologici di visioni totalitarie. Tipo gli assistenti sociali che, per mostrare che sono utili a qualcosa (altrimenti perdono il lavoro) si imbarcano in liti senza fine con la famiglie Rom, in nome del "bene dei bambini" - il quale non è stare coi genitori, ma essere rieducati.
Dirò di più. Della tribù, secondo me, fanno parte anche persone con le quali il disaccordo ideologico e politico non potrebbe essere più grave. Tipo quei signori che vivono al di là della linea verde. E' un disaccordo ebraico, una makhlokhet: abbiamo in comune un tavolo su cui ci sono aperti gli stessi testi, forse su pagine diverse, che certo leggiamo in maniera diversa, ma gli stessi testi. E pestiamo i pugni sul tavolo nello stesso modo. Il gioco si interrompe solo se una delle parti scomunica l'altra, sostiene che della tribù non fa (più) parte. E succede abbastanza spesso, il che significa che non funziona neanche tanto. Perché non c'è una autorità che abbia il potere di ratificare questa scomunica, la quale quindi rientra tra gli episodi di questa disputa infinita.

lunedì, novembre 05, 2007

bendigamos

Esistono molte religioni che ringraziano Dio prima di mangiare. Noi ebrei ringraziamo soprattutto dopo, quando -soddisfatti per il pasto- si rischia di dimenticare che non siamo autosufficienti. La Birkat haMazon, per quanto possa essere divertente -e spesso lo è, tipo qui - a volte può essere un po' lunghetta. Io e mia moglie di solito diciamo (espressione sefardita per cantilenare) il Bendigamos, una preghiera diffusa tra i marrani. Prende meno di cinque minuti e consente di "uscire d'obbligo" perché ha tutte le benedizioni prescritte dalla tradizione. Questo il testo nell'edizione di rav David de Sola Pool

Bendigamos al Altísimo,
Al Senor que nos crió,
Démosle agradecimiento
Por los bienes que nos dió.
Alabado sea su Santo Nombre,
Porque siempre nos apiadó.
Load al Senor que es bueno,
Que para siempre su merced.
Bendigamos al Altísimo,
Por su Ley primeramente,
Que liga a nuestra jente
Con el cielo continuamente,
Alabado sea su Santo Nombre...
Bendigamos al Altísimo,
Por el pan segundamente,
Y también por los manjares
Que comimos juntamente.
Pues comimos y bebimos alegremente
Su merced nunca nos faltó.
Load al Senor que es bueno,
Que para siempre su merced.
Alabado sea su Santo Nombre...
Bendita sea la casa esta,
El hogar de su presencia,
Donde guardamos su fiesta,
Con alegría y permanencia.
Alabado sea su Santo Nombre...

anonimi

Quando ho aperto il blog ho deciso di non pubblicare commenti anonimi - che diventano troppo spesso occasione di interminabili litigi, di nessun interesse per i lettori, frastornati dalle identità che si sovrappongono. Fino a qualche tempo riuscivo comunque a leggere i commenti di anonimi, che poi rifiutavo, assieme a quelli di insulti, che -apparentemente- sono una costante per qualsiasi ebreo che abbia un blog, figurarsi se è israeliano. Proprio perché la rete è quella che è, mi sono dotato di antivirus e ho preso l'abitudine di non aprire mai gli allegati. Adesso, per qualche roba strana che deve avere a che fare con l'antivirus, non riesco nemmeno ad aprirli, i commenti degli anonimi lettori. Poco male, tanto non li avrei pubblicati lo stesso. Chi ha voglia di commentare, o anche solo di farmi leggere quel che pensa, deve -a quanto sembra- registrarsi come utente. Eddai, che vi costa. Se ce la ho fatta io non deve essere così difficile.

sabato, novembre 03, 2007

"i conti si fanno alla fine"

Io credo che la Lega Lombarda, con il suo portato di disgustoso razzismo maschilista, sia un perfetto prodotto della sua area di origine. Che è quella in cui sono cresciuto io. Là ogni posizione politica o filosofica deve passare l' esame dei fatti. Marx e Lenin non c'entrano niente, è piuttosto una componente della concezione del mondo di Aurelio Borghi, l'industriale semianalfabeta che fece tanti soldi negli anni Cinquanta riempendo l'Italia di frigoriferi e che era noto per l'intercalare "sa'l custa?" - quanto costa?, traduco per i non celtofoni.
L'esame dei fatti lombard-style funziona così: tu sostieni che le cose stanno in questo modo. Se ci fai i soldi, vuol dire che hai ragione. Questo è stato lo stile che ha sancito il trionfo di Berlusconi, di Comunione e Liberazione e la sconfitta (teoretica prima che politica) del comunismo - che mi risulti dalla provincia lombarda non sono venuti dirigenti di rilievo del PCI. Da ragazzino ho visto nascere innumerevoli beghe che si sono poi protratte all'infinito perché almeno una delle parti proseguiva urlando: Lo dico io come andrai a finire (sottinteso: solo ed in miseria). Siccome la seconda parte non finisce né sola né in miseria (per solito prosegue urlando lo steso refrain della prima parte) la bega prosegue all'infinito, tra ripicche e - se ci sono di mezzo i dané- spesso anche delle querele. Ogni successo della parte avversa è visto come premessa della sconfitta finale e il redde rationem è rinviato all'infinito - "i conti si fanno alla fine", quante volte ho sentito questa espressione.
Ci si può esercitare per ore a trovare le radici di questa mentalità. Io credo sia stata la Controriforma borromaica - che ha creato le strutture per l'alfabetizzazione- e la rivoluzione industriale che vi si è sovrapposta. Gli effetti in termini di controllo sociale sono pesantissimi. Chi cresce in questo genere di ambiente impara che esiste una gerarchia, che devi rspettare il sindaco, che rispetta il parroco (al quale ci si confessa), che rispetta il vescovo, che è rispettato dal prefetto e via crescendo. O ti conformi o sei fuori, e se sei fuori, dal momento che non ci sono spazi di mediazione ed ogni associazione è controllata da un esponente della gerarchia, finisce che spari al mondo intero perché non ne puoi più. La provincia lombarda ha prodotto pochi dirigenti PCI, ma molto cattocomunismo e diversi terroristi.
Aree, dicevo, profondamente cattoliche. Solo che è un cattolicesimo strano, quello secondo cui la ricompensa, per essersi conformati alla gerarchia, sta tutta nell'aldiqua. Pure la punizione, cioé l'inferno, sta nell'aldiqua. Se si dovesse un giorno contare tutti quelli che dicono di aspettare il cadavere del loro peggiore nemico (che è sempre un parente) sulla sponda del fiume, ci si spiegherebbe come mai nella provincia lombarda ci sono così tanti fiumi. Di regola, avvelenati.
Dopo diversi anni passati in una città (brutta e volgare, come) Milano, e in altre città, per poi approdare da queste parti, osservo da lontano le idiosincrasie di quello che una volta è stato il luogo dove abitavo. Diciamo che mi giungono echi, perché da quelle parti ho mantenuto diversi amici, che più passa il tempo più sono stufi dell'inacidirsi complessivo del loro ambiente -pure il governo di centrosinistra non ha cambiato un granché nella mentalità collettiva, e i nuovi capri espitori sono i rumeni, cioé gli zingari; faccio i migliori auguri ai miei amici Sinti lombardi, italianissimi e lombardissimi anche se vivono in roulottes, so che sono attrezzati a sopravvivere, in ogni caso non sembra che le cose si stiano mettendo meglio, per loro.
Sarà pur vero che i conti si fanno alla fine, e che alla fine significa che certamente i cattivi (cioé gli altri) moriranno in miseria e col mal i denti mentre i bravi diventeranno ricchi e contenti. Ma se qualcuno, ogni tanto, prova a fare il saldo, magari si rende conto che c'è stato qualcosa di sbagliato, da qualche parte. Perché tutti possono avere delle ragioni, o qualcosa di interessante da raccontare. Anche quelli che rimangono soli o quelli che sicuramente lo rimarranno, perché, certo, "i conti si fanno alla fine" e bla bla.

giovedì, novembre 01, 2007

sionisti

Una volta rav Isaac Zev "Velvl" Soloveichick sentì uno dei Neture Karta maledire lo Stato di Israele e commentò così: "Quest'uomo è un sionista. Se fosse in Russia o in Polonia non potrebbe certo maledire il governo. Riconosce che la nascita dello Stato di Israele ha cambiato anche lui".

martedì, ottobre 30, 2007

tradizione vuole che

Meron è una città nel Nord della Galilea. La tradizione vuole che vi sia sepolto Rabbi Shimon bar Yochai, cui viene attribuita la stesura dello Zohar. Nei pressi della tomba di Shimon bar Yochai si tiene ogni anno (a Lag ba'Omer) un pellegrinaggio, durante il quale si tagliano i capelli ai bambini. Ecco una foto del pellegrinaggio. Non è proprio nuovissima perché (stupoooooore!) non è che gli ebrei da queste parti sono arrivati per la prima volta negli anni Cinquanta, da Brooklyn.

In realtà mancano testimonianze dell'usanza precedenti il XVII secolo e sappiamo tutti che lo Zohar è stato scritto nella Spagna medievale. Cioé, lo sappiamo tutti tranne che la folla che si accalca a Meron e particolarmente mamme e babbi (ima e abba) che portano speranzosi il loro bimbo a farsi tagliare i capelli - cosa che, beninteso, fa bene ed è contro lo gnagnarà. Il mio prof di Talmud la chiama religiosità primordiale, facendo lo slalom concettuale tra il judgemental "patriarcale" e il paternalistico primitivo. E con buone ragioni: i sefarditi di questo Paese sono stati discriminati perché considerati, appunto "primitivi" dall'estabilishment ashkenazita.
In qualche modo speculare alla tomba di Shimon bar Yochai è la spiaggia di Tel Aviv.

Ora vi confesserò un segreto: il posto di Tel Aviv che mi piace di più è la stazione dell'autobus, perché serve per andarsene. Tel Aviv è una città mediterranea come Barcellona o Atene, con la stessa musica, gli stessi colori, lo stesso traffico e le stesse vetrine (che, francamente, sono ben cosa se paragonate a Londra o anche solo a Milano) solo che è tutto in ebraico, il che per una mezza giornata produce un certo straniamento. Poi basta. Ovviamente quando avevo qualche anno di meno le cose mi sembravano molto diverse e una festa sulla spiaggia di Tel Aviv era la cosa più bella del mondo, ho scoperto in questo modo Cheb Khaled e Noa, scusate se è poco, e un signore mi spiegava che Tel Aviv è il posto più bello del mondo.
"Yerushalaiim? Tu fumi? Betakh che fumi. Alla tua età tutti fumano. Ma non fumi ventiquattro ore al giorno, vero? Una sigaretta alla volta. Tu mangi? Barur, certo che mangi. Ma non mangi tutto il giorno, mangi a certe ore, segui un menu, il primo il secondo e tutto il resto. Uguale che preghi. A Yerushalaim preghi preghi e preghi. Tutto il giorno. Nella vita per ogni cosa c'è il suo tempo. Quindi io amo Tel Aviv, concludeva il signore i cui genitori erano nati in Russia e guarda come sono vissuto bene a Tel Aviv, i miei sono arrivati qui quando io ancora non c'ero e adesso ho più di ottant'anni. Dovunque ti volti ci sono ebrei. E' un posto unico al mondo" Io per un attimo ho pensato ai pogrom e alla Shoah e a Stalin e a tutte quello che ha significato per un ebreo russo nascere a Tel Aviv quando iniziava il ventesimo secolo. Quel signore mi ha fornito una convincente lezione di sionismo.
Da queste parti si usa pensare alla spiaggia di Tel Aviv, sempre affollata (anche di Shabbat, anche a Kippur) e con la skyline sullo sfondo, come ad un esito del sionismo socialista, quel movimento intellettuale e politico che voleva creare l'ebreo nuovo, che ovviamente non è uscito proprio come lo prevedevano i padri fondatori. Nel senso che per la gente che vive a Tel Aviv la religione ha ancora la sua importanza e sarebbe impossibile non celebrare il bar o bat mitzwa dei propri figlio. Beit Daniel, sinagoga progressiva, è da anni la sinagoga più popolare di Tel Aviv (notizia mai riportata dai media ebraici italiani), e il successo si deve proprio alla domanda di Ebraismo degli abitanti della città più secolarizzata di Israele, che mal digeriscono i rigori di una ortodossia sempre più medievale. (Per i lettori italiani: ho l'impressione che dalle vostre parti non ve la stiate passando benissimo).
A prima vista la tomba di Simon bar Yochai, lassù a Meron, e la spiaggia di Tel Aviv, sulla sponda del Mediterraneo, sembrano separati da una distanza siderale. Ci sarà ovviamente chi da questa distanza deduce che gli ebrei non hanno nulla in comune - ovvero non esistono o non dovrebbero esistere (non è che i goim sono tutti antisemiti, ci sono anche quelli che fanno fatica capire gli ebrei). E ci sarà chi si compiace della varietà dell'esperienza ebraica contemporanea . che è un bel modo per non prendere posizione nei conflitti che sono attualmente in atto. In realtà c'è molto di comune tra la tradizione sefardita primordiale, e quella identità ashkenazi, che ti porta dalla scuola (dove ovviamente hai studiato Bibbia) alla spiaggia durante Kippur. Ed è che in ambedue i casi il retroterra è di tipo tradizionale. In cui l'autorità si legittima non in base al consenso, ma in base alla tradizione.
Chi è cresciuto nel contesto sefardita orientale non ha conosciuto una vita ebraica caratterizzata dalla democrazia. Anche per chi è immigrato dall'Europa dell'Est l'alya era essenzialmente una ribellione nei confronti della società (ebraica e no) tradizionale. L'Ebraismo è un prendere o lasciare, in cui la decisione finale è demandata alle autorità tradizionali, sia per chi va a Meron a portare i bimbi per il taglio di capelli (e prende), sia per chi va sulla spiaggia di Tel Aviv anche a Kippur (e lascia - o prenderà quando sarà più grande). E, soprattutto, questo Ebraismo è un Ebraismo sponsorizzato dallo Stato, che con concordati e intese con le autorità politiche ne rafforza le strutture (leggi: clero) più retrive e conservatrici. Perché sia a società ebraica tradizionale sefardita che quella ashkenazita non hanno conosciuto l'Emancipazione - e le rispettive autorità religiose ortodosse attuali fanno di tutto per metterla tra parentesi e fingere che non sia mai accaduta - immaginandosi una continuità artificiosa con l'epoca in cui i rabbini avevano davvero potere giudiziario ed esecutivo.
Diverse sono le cose per noi, il movimento più numeroso della Diaspora, il cui libro di preghiera non insiste particolarmente (eufemiiiiismo) sulla recitazione della seconda parte dello Shemah (la preghiera fondamentale dell'Ebraismo), perché democraticamente è stato deciso che non andava d'accordo con i nostri princìpi, perché confligge con la nostra esperienza ebraica e persino con le nostre speranze. Mishkhan Tefillah è uno straordinario esempio di democrazia e di coinvolgimento di uomini e donne ebrei a qualsiasi livello. Purtroppo, dove l'Ebraismo è mantenuto in vita dallo Stato, manca questa esperienza di coinvolgimento dal basso e in sinagoga si va principalmente per ascoltare il rabbino che ti dice di no.
Io, personalmente, sono ottimista. Per quel che vedo, le nuove generazioni di israeliani non hanno molto entusiasmo per una religione fatta di divieti e sentono un bisogno di coerenza intellettuale - che non vedono molto né nei sionisti socialisti, né nel rabbinato ortodosso, la cui presa sulla società israeliana è sempre più in crisi.

lunedì, ottobre 29, 2007

שבע

ריקוד הנביא - Profet dance

no smoking

Il dibattito scientifico sui danni del fumo è stato preso in considerazione anche dai rabbini di tutte le denominazioni; che quindi hanno deciso di proibire il fumo. Ma i fumatori ebrei non smettono.
L'ebreo fumatore liberale legge il divieto rabbinico, consulta la letteratura medica e poi, in nome dell'autonomia, continua a fumare.
L'ebreo fumatore Reform legge il divieto rabbinico, consulta la letteratura medica e poi, dal momento che la halakhà non è vincolante, compie la decisione informata di continuare a fumare.
L'ebreo fumatore Massorti legge con attenzione il divieto rabbinico, consulta la letteratura storica, formula una opinione favorevole ed una contraria e poi decide di continuare a fumare in casa, ma di evitare di fumare in pubblico.
L'ebreo fumatore ortodosso continua a fumare. Ha affittato i polmoni a un goy.

sabato, ottobre 27, 2007

datemi un test

Sì, uno di quei test che trovi on line, che servono a decidere da che parte stai politicamente, o la tua percentuale di Take That inside, quale è la capitale europea in cui ti troveresti meglio (quello lo ho fatto, e non sono d'accordo con il risultato). Spiegatemi dove devo collocarmi.
Sono un ebreo reform e vivo a Gerusalemme. Ma, contrariamente al 90 per cento degli ebrei reform che sono a Gerusalemme, non sono ashkenazita, cioé quando ho l'influenza non mi curo col brodo di pollo ma col nasello, dire tefillah per me non significa fare la gara chi fa l'assolo più lungo, di Shabbat (e non Shabes) mi metto il talled (e non il tallis) e ho intenzione di regalarne uno a mio figlio quando avrà sette anni (sì, sette, prima che entri a minyan, ovvero il bar mitzeh). Sono convinto che qualsiasi cosa sia più buona se ci sono i pinoli, non vado pazzo per il gefilte fish, non sento alcuna parentela con Bob Dylan. Nelle occasioni sociali mi capita sempre di incrociare gente che è nata (o i cui genitori e nonni sono nati) non tanto lontano da qui, perlomeno dal punto di vista climatico: Libia, Iran, Marocco, Italia, Suriname (e non Bielorussia, Ucraina o Polonia). Con loro condivido la convinzione secondo cui uno che passa la notte al tavolo da gioco e poi va in sinagoga è un bravo ebreo e un ortodosso è uno che di Shabbat va a fare Shachrit in sinagoga e il pomeriggio allo stadio. La havdalah di solito la facciamo in casa. Inoltre dondoliamo (poco) di lato e non davanti, solo in pochi di noi si mettono il tallet sulla testa e quando la sinagoga a Kippur si svuota per l'yzkor ci guardiamo intorno chiedendoci se per caso, barminnan, non ci sia qualcuno che è svenuto. E a Kippur il momento più importante è sotto il talled - tutta la famiglia, ovviamente. E poi c'è quella storia dell'uovo - se è fecondato, noi buttiamo via solo il pezzettino rosso, gli ashkenazi tutto l'uovo. Il Talmud offre sempre due soluzioni, la strada stretta e quella più larga e ho imparato che noi siamo per la seconda. Embrionalmente Reform (sì, pensate pure all'uovo).
E poi c'è quel viscerale, pre-politico, attaccamento ad Israele. Lo condivido con i pochi altri sefarditi studenti miei colleghi - pochini, devo dire: una che ha la mamma di Rodi, uno che ha il babbo egiziano... Non ci piace, bederekh k'lal, partecipare a discussioni su Israele. Non abbiamo molta teoria. Israele certo è importante perché è l'unico posto al mondo che non metterà mai limiti all'immigrazione ebraica, limiti che qualche decennio fa andava di moda mettere. Israele è un esperimento, uno Stato in cui gli ebrei hanno responsabilità politiche, mai tentato prima e che sta dando anche ottimi risultati. Ci emoziona la storia della Haganah e del sionismo socialista, che qui ha un certo grado di ufficialità, ma anche quella del Lehi e dell'Irgun, non fosse altro che perché quella è stata la gente che ha accolto i sefarditi in fuga dal Nord Africa. Per pessime ed ideologiche ragioni, certo. Quando c'è stato da fare la pace con l'Egitto, c'era il Likud, con i suoi elettori bottegai e piccolo borghesi. Che hanno studiato e sono diventati avvocati ed ingegneri. Ne ho conosciuti. Ben Gurion è un nome che a loro non dice niente. Menahem Begin è per loro un eroe.
Ora succede che la mia mailbox è tempestata da gente che si è fissata che io sarei razzista perché sono sionista. Ho degli amici che vorrebbero io cogliessi l'occasione per rimettere le cose a posto e fornire una spiegazione del sionismo secondo le coordinate ideologiche di sinistra - in Italia ho sempre votato DS, Verde o Rifondazione, non dovrebbe essere difficle, mi dicono. Penso a quanti chiedono dei palestinesi e del perché non ne parlo (ma io non parlo nemmeno dei giordani e manco degli egiziani, se per questo: sono oleh chadash, uscire dai confini di questo Stato per questo anno è una faccenda troppo complicata). Ma sottintendono che se veramente io avessi fede nei valori universalistici dell'Ebraismo, allora dovrei vedere le similitudini tra i palestinesi e gli ebrei - però per quel che vedo da qui non c'è nessun piano di sterminio, nessun forno crematorio, nessun esperimento sui bambini, nessun progetto di costruire uno Stato basato su una gerarchia razziale. A tutta questa gente mi viene da rispondere che io mi preoccuperò dei diritti dei palestinesi quando vedrò loro, i difensori dell'umanità universale, indaffararsi per gli ebrei che sopravvivono (male) in Siria, Iran, Libano e posti così. Per la loro, vivaddio, memoria. Gente che ha lasciato là tutti i beni ed è potuta uscire solo in mutande e che in questo Paese ha trovato pane, lavoro e un tetto. Gente come me. Cresciuti magari lontano dalla equazione automatica ebraismo=bolscevismo, che per quel che ne so era più cara agli antisemiti che agli ebrei. Ma certo cresciuti ebrei. Buoni ebrei. C'è qualcosa di male nel fatto che abbiamo trovato casa?

giovedì, ottobre 25, 2007

antistatalisti

Sono antistatalisti, ci spiega Moni Ovadia. Sono antisionisti. E picchiano le donne che non vogliono stare al loro posto. Failed Messiah offre delle interessanti considerazioni. Qui.

martedì, ottobre 23, 2007

12 חשון

יצחק רבין ז''ל

lunedì, ottobre 22, 2007

l'ineffabile quid

Nel secondo tomo degli Annali della Storia d'Italia Einaudi dedicato agli ebrei in Italia, avrebbe dovuto comparire anche un saggio dei curatori, Marino Berengo e Corrado Vivanti, a proposito dell'ingresso degli ebrei italiani nell'Università nell'età dell'Emancipazione. La prima fase del lavoro consisteva naturalmente nell'individuare le biografie da seguire. In una lettera a Vivanti, Berengo li definiva "correligionari", per poi aggiungere: "non mi viene altro termine in mente; è l'ineffabile quid che inseguiamo, non la religione, che ci accosta".

hey Joe ovvero sovranità

"Ma ci sarà pure una differenza tra ebreo e sionista!" bofonchia dall'altra parte di skype l'amico -non ebreo- intenzionato a "legittimare l'antisionismo", cioé a spiegarmi che non di antisemitismo si tratta. Ora, sta di fatto che questo concetto secondo cui a essere perseguitati sarebbero gli antisionisti a me sta sugli zebedei non da ieri, perché sottintende il famoso controllo ebraico dei media, tema che in rete sta avendo una certa popolarità grazie a quello che sembra proprio un provvedimento cretino del governo italiano, di cui si è fatto carico un tizio che si chiama Levi.
Beh sì, certo. Si può affermare che ebreo e sionista non sono sinomini, anche senza tirare in ballo masochisti patologici. L'esposizione più coerente di questo non-sionismo che ho sentito finora viene da un amico americano, che si trova da queste parti. Dice che Israele adesso gode della straordinaria protezione degli USA ("so far"). L'esperimento sionista mirava ad assicuare sovranità degli ebrei nel proprio Stato, e adesso questa sovranità non c'è. Dipendiamo dagli USA, cioé da qualcun altro.
Ora, mettiamo in chiaro una cosa: il mio amico -che si chiama Joe- non mette in questione il diritto degli ebrei ad avere uno Stato, non discute che, perlomeno fino ad un certo punto, questo Stato sia stata una buona idea, non pone questioni di doppia lealtà come quelli che ti chiedono "ti senti più italiano o più israeliano?" - che è la versione soft di: e se succede una guerra tra il mio Paese e quello statarello artificiale, fanatico e criminale di cui parlano i giornali, tu secondo me non ce lo hai mica il coraggio di sottrarti al controllo della poderosa lobby che si arrichisce con le guerre del mondo intero e diventare finalmente uno come me.
La posizione di Joe però ha un limite: viene dagli Stati Uniti d'America. Ovvero dal Paese che ha annullato la sovranità italiana per una serie cospicua di decenni, e il mantenimento di detta sovranità americana è stato pagato dall'Italia con una serie di bombe, che vanno da piazza Fontana all'Italicus.
Su Ustica e Bologna io continuo ad avere dei dubbi, il signor Gheddafi aveva preso poco bene la perdita del controllo su Malta - e comunque anche questa strage sarebbe da mettere nel conto che l'Italia ha pagato per essere alleata degli USA - o per aver rinunciato alla propria sovranità.
Voglio dire che uno Stato completamente sovrano, che non ha bisogno di alleanze per sopravvivere, non esiste. Per sopravvivere occorrono alleanze e l'alleanza con uno più forte di te significa, sostanzialmente, rinunciare a dei pezzi di sovranità. Così vanno le cose in questo mondo, di questi tempo; certo, negli anni formativi del Sionismo questa faccenda non era prevedibile. Israele può ringraziare che la protezione dell'amico americano non è costata la serie di morti che è costata all'Italia e di cui il mio amico Joe non era per nulla a conoscenza.
Adesso Israele ha un grande alleato che si chiama USA. Quando mio babbo era giovane il migliore alleato era la Francia e gli USA erano, perlomeno, scettici verso questo Stato degli ebrei socialisti. Le cose cambiano, le alleanze pure. Non mi sembrano buone ragioni per dichiarare chiuso un esperimento.
Joe ha detto che ci penserà e che, se passa in Italia, va a vedere se la lapide a Pinelli c'è ancora. E' una faccenda, questa del ferroviere anarchico che vola dalla finestra, che lo ha fatto particolarmente incazzare.

domenica, ottobre 21, 2007

yom ehad

Di sabato pomeriggio vado a visitare gli ospiti di una casa di riposo dalle parti di Katamon, uno dei quartieri decentrati di Gerusalemme. Sono uomini e donne che parlicchiano inglese (poco) russo, yddish, ladino ... e soprattutto ebraico, così mi esercito in questa lingua. Quando arrivo al piano vedo una foto che mi ricorda quanto è importante Israele: una soldatessa che aiuta una signora a mettere la maschera antigas. La foto è del periodo della Guerra del Golfo, quando in Italia facevamo le assemblee "contro la guerra" e dicevamo che Saddam aveva le sue ragioni. E la signora è ancora in giro per la casa di riposo, con il foulard intorno alla testa come le contadine russe con il vestito della festa (non chiamatela russa, è ghirusit, georgiana), è piuttosto acciaccata ma è viva ed è contenta di essere scappata ai gas di Hitler (che pure lui, chissà, aveva le sue ragioni) e a quelli di Saddam. Di solito mi siedo al tavolo cui è seduto mar Haim, il signor Haim, un signore di ottanta anni che fa finta di non esserci con la testa e in realtà non gli sfugge niente. E sto ad ascoltare le storie del signor Haim, punteggiate di haverì -amico mio- e che mi ricorda mio nonno, solo che invece di iniziae le frasi con "un bel giorno" (era sempre un bel giorno, per la generazione dei miei nonni) dice "yom ehad", e le finisce con "tov", anziché con "bon", come facevano i miei nonni, ma con la stessa espressione, lo stesso sospiro, la stessa pazienza, lo stesso sguardo. Mar Haim è nato a Casablanca.
Yom ehad mar Haim aveva vent'anni e tutti a Casablanca dicevano bisogna andare a Yerushalaim. Tov, dice lui, andiamo a Yerushalaim. Lui e altri quattro ebrei trovano un passeur che li fa camminare per giorni e notti. Casablanca è una città grande, se sei capace trovi tutto, trovi anche un passeur che ti porta dove vuoi. Pagare, certo, bisogna pagare, haverì. Lunga strada, haverì, da Casablanca a Yerushalaiim. A notte fonda si trovano in un cimitero ebraico, e il passeur gli dice; siete arrivati, fuori i soldi. Loro pagano e tov. Esausti, dormicchiano per qualche ora tra le tombe ma alla mattina si rendono conto che il passeur non li ha affatto portati a Yerushalaiim. Sono in un cimitero ebraico di un paesino algerino appena al di là della frontiera. Chissà quale lungo giro in mezzo al deserto e di notte ha fatto fare il passeur. Giornate intere a camminare nel deserto e dire stiamo andando a Yerushalaim. E loro a crederci. Da lì ci sono quelli incazzati che tornano a Casablanca mentre mar Haim in un paio di settimane riesce ad arrivare a Parigi. Tov, haverì. E da lì a Yerushalaim, come ha fatto me lo spiega un'altra volta.
Arrivato a Yerushalaim, mar Haim ha trovato lavoro come autista. Nessuno prendeva il lavoro di autista, tov, lo ha preso lui. Chevrolet, marca internazionale, lo aveva guidato anche a Casablanca. Doveva passare per Meah Shearim, dove ci sono i datiim. Haverì, in Marocco non ho mai visto gente del genere. Sporchi, che non curano i bambini e vivono di carità. Non sono buone cose, non sono case onorate. Un uomo se ha onore deve lavorare per sé e la sua famiglia. Yom ehad arriva Sukkot. E Meah Shearim è tutta piena di sukka. E mar Haim deve passare con il suo Chevrolet, marca internazionale. Tov. Yom ehad, stufo di sentirsi gli accidenti di chi riceveva le consegne in ritardo e ugualmente stufo di prendersi minacce di multa, mar Haim va dal suo capo e gli dice: come passo per Meah Shearim che c'è tutta quella roba di mezzo? E il boss, che era un irakeno, gli dice in arabo: "Il Signore ha inventato il fuoco". Tov. Mar Haim ha cambiato lavoro, che non voleva rogne con quelli vestiti di nero, ma soprattutto con il Signore.