mercoledì, novembre 22, 2006

la razione K


Nutrirsi
significa cacciare giù per l'esofago verso lo stomaco della roba che possiamo chiamare cibo - ma anche no.
Mangiare significa qualcosa di più: relazionarsi. Si mangia del cibo; "ho mangiato del nutrimento" credo sia una frase tanto strampalata che non esce nemmeno da Babelfish. Siamo in contatto con chi ha preparato fisicamente il cibo che mangiamo: sia che lo vediamo, sia che non lo vediamo. Con chi ha raccolto il cacao, con chi ha inventato la formula del cioccolato, con chi ha appiccicato l'etichetta della Nutella sul barattolo.
Siamo in relazione anche con chi pesca dal nostro stesso barattolo di Nutella. Con coloro che fisicamente siedono a tavola con noi. E anche se non abbiamo mai sentito parlare di Nanni Moretti, siamo in contatto anche con la setta degli adoratori della Nutella, e con la tribù che conosce il significato della parola Nutella. Attraverso il cibo che mangiamo siamo in contatto con altri esseri umani di cui condividiamo regole e valori.
Mia cugina e le sue amiche, per esempio, sono convinte che la Terra meriti di essere salvata dal riscaldamento globale perché solo su questo pianeta esiste (indovinate) la Nutella. Probabilmente anche qualche ragazzo (maschio) condivide questi valori. E tutti quanti combattono una quotidiana e vittoriosa battaglia contro i genitori, che sperano prima o poi di riuscire ad insegnare ai loro figli adolescenti che la Nutella si mangia utilizzando pane e posate e non, per dire, dita e patatine fritte.
Insomma quando mangiamo ci confrontiamo sempre con un sistema di regole, anche quando non ce ne accorgiamo. Il complesso delle regole alimentari ebraiche si chiama kasherut. E l'aggettivo che indica il cibo conforme a queste regole è kasher - כ ש ר, parola che assomiglia a kesher, legame - .ק ש ר Le due parole si assomigliano nel senso che differiscono per una sola lettera: la כ diventa la ק che crea legami.
Niente avviene a caso nell'ebraico. Non c'è nemmeno una parola per indicare il caso: la parola ebraica che si usa per tradurre caso significa principalmente fortuna. La prima lettera, quella delle regole, vale numericamente 20. La seconda, quella dei legami, vale 100. Ci sono 80 punti di differenza tra le regole e il legame. E anche questo non è un caso. Perché 80 è il valore di ע ו ד , radice delle parole tradizione, testimone, ancòra. E qui c'è una logica: una testimonianza ripetuta, detta ancòra, diventa una tradizione.
Cerchiamo di capire questo caso. Vediamo di esplorare questa fortuna. Il problema è: quando scelgo di mangiare kasher, a chi e come mi sto legando? A coloro che hanno confezionato, raccolto, preparato, impacchettato, spedito e cucinato il cibo che sto mangiando? A quelli che sono seduti al mio stesso tavolo? A coloro che condividono il mio stesso insieme di regole che, come tutte le regole, esprimono dei valori? E quali sono questi valori?
Proviamo a far tornare i conti. Testimoniare con il cibo e pubblicamente il proprio legame con una tradizione, quella ebraica. In una parola: conformismo. Troppo facile.
[II parte]

1 commento:

La cuisine du diable ha detto...

Sino circa il 1750 i pasti erano abbondanti e copiosi, si parla che per solo i poveri assivavano anche a 12 pasti al giorno, i banchetti dei Signori potvano avere sino a 300 portate e ciò in tutto il bacino mediterraneo, di tutte le nazioni la Roma antica poi l'Italia erano quelli in cui il cibo era fra i più ricchi (di costosi) e copiosi (sia quantità che qualità), gli alimenti erano svariati e mal equilibrati.
Nel prendere sempre più importanza il cattolicesimo si basarono sula carestia (religiosa) divulgando il peccato della gola, così i pasti giornalieri diminuirono, ma l'impoverimento lasciò posto ad una nuova gastronomia, sicuramente avrebbe avuto un impatto molto più importante di quello che abbiamo ora.
Vedi anche La cultura della pasta
BisousSSS
Ruggero