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domenica, luglio 20, 2008

ממש the bubble

Straniante. Percorrere di Shabbat le strade di Gerusalemme, passare accanto ai luoghi importanti della guerra di Indipendenza (che qui sono tutti segnati con delle targhe azzurre e bianche) attraversare Meah Shearim, che forse non c'entra molto con la guerra, ma con il fanatismo sì. E per tutto il tempo l'unico argomento di conversazione sono gli anni Settanta in Italia. Spesso noi europei sfottiamo gli olim americani, dicendo che vivono in una bubble, in una bolla: si frequentano solo tra di loro, cercano nei negozi gli stessi cereali che acquistano a New York o nel Minnesota, non interagiscono con la società israeliana. E per qualche ora mi è capitata la stessa situazione. Che poi anche a chi considera gli anni Settanta il centro del mondo, questa città e questa passeggiata avrebbero molte cose da dire. In Italia c'è chi ha tentato l'assalto al cielo e gli è andata male, qui un gruppo definito "terrorista" ha cacciato gli inglesi (il più grande Impero della storia, per dire) e partecipato alla costruzione di uno Stato - come raccontato da quelle targhe bianche e azzurre, a volerle leggere. Certo, bisognerebbe accorgersi che ci sono... Che là, fuori dalla bolla, c'è qualcosa.

venerdì, luglio 11, 2008

asini e profeti - last minute

Scusate: io qui, come ho già detto, starei preparando un sermone in ebraico. Parlerò della storia di Balaam, la trovate che inizia dalle parti di Numeri 22. Balaam era un pallone gonfiato che si sentiva molto importante e nemmeno era capace di capire quel che gli diceva la sua asina. Che aveva la vista molto migliore della sua. E' stato assunto da uno che cercava di far fuori Israele con gli ultimi ritrovati della tecnologia. Ha cercato di lanciare delle maledizioni contro Israele ma ha fatto un pasticcio e gli sono uscite delle benedizioni. Ed è stato licenziato.
Adesso mi dicono che ci sarebbe un articolo di Moni Ovadia su l'Unità che dovrei leggere. Wow, un articolo di Moni Ovadia: capirete che qui a Gerusalemme si tratta di cose fondamentali. Quel che vorrei sapere è se Ovadia ha difeso il diritto di Israele all'esistenza come Stato ebraico oppure ha lasciato aperta, come fanno da tempo i sodali di Diliberto, la bislacca possibilità di uno "Stato binazionale", che per quelli che hanno bisogno di traduzione significa: famiglie sefardite rispedite in Nordafrica, ed ebrei in minoranza, con l'extra bonus del diritto di cittadinanza assicurato a chiunque non sia ebreo, dichiari di essere palestinese e si appresti a massacrare i sionisti invasori. Nella mia sinagoga, come credo avrete capito, c'è qualcuno per il quale la locuzione "autodeterminazione del popolo ebraico" non è la formuletta che si usa a Milano per introdurre la solita lagna sull'olocausto palestinese: ecco, non vorrei perdere l'opportunità di strappare qualche sorriso a questi simpatici vecchietti (che poi, vecchietti: ci arrivassi io, così lucido e reattivo, a quella età).
Mi pare di ricordare che Moni Ovadia sappia offrire spunti pregevoli a proposito di profeti, asini e palloni gonfiati. Mi piacerebbe accennarvi, nel mio sermone. Anche se qui la cronaca locale d'Italia interessa poco e quella dell'ombelico di chi occupa i palcoscenici in Italia, inspiegabilmente, ancor meno. Se seguite da vicino asini e profeti e conoscete le maledizioni che Ovadia lancia su questo Stato (di cui non credo sia cittadino), e ovviamente avete letto il suo mperdibile articolo mentre io perdevo tempo tra commentari e midrashim, sapete mica dirmi se l'esimio Moni si è accorto che questo è uno Stato ebraico e che dovrebbe avere il diritto di esistere in quanto tale? Se ne avete notizia, per favore fate sapere: prima di stasera, grazie, che così ne parlo nel sermone.

venerdì, giugno 13, 2008

operazioni impossibili

Oggi mi sono trovato in mail un articolo di David Bidussa. E, ispirato da un post del mitico Uriel, ho deciso di fornirvi una traduzione in lingua italiana, con qualche integrazione che renda comprensibile il pensiero dell'autore. So che l'impresa è ardua, comunque ecco il risultato.

David Bidussa
Non temo il Mein Kampf, ma la mancanza di cultura
in “il Secolo XIX”, 12 giugno 2008, p. 19

E’ possibile che il Mein Kampf di Adolf Hitler, il testo di riferimento teorico dell’ideologia nazista torni a circolare liberamente in libreria in Germania. Non è né una spacconata, né soprattutto, sembra aver suscitato grande clamore. Un’edizione, che dovrebbe essere accompagnata da una commento di adeguate proporzioni. Un’edizione, infine, a cui non si sono apposte le Comunità ebraiche tedesche.

Traduzione: dunque c'è una notizia di cui frega un cazzo a nessuno.

Molti ritengono sorprendente questa notizia. Personalmente non sono di quest’avviso. Non sono contrario alla pubblicazione del Mein Kampf nemmeno in Germania, ma non mi convincono le motivazioni usate per spingere alla sua diffusione. Vale la pena discutere, almeno per tre buone ragioni

Traduzione: ci sarà probabilmente qualcuno a cui questa notizia interessa, ma a me no. Quindi, come posso astenermi dal commentare? Dirò di più, vado a scrivere non uno, non due, ma ben tre commenti. Pronti?

La prima riguarda il fatto che ancora sembra che il nazismo sia un fatto privato degli ebrei. Perché dovrebbe dare il suo assenso la comunità ebraica? Non è questo un atto di deresponsabilizzazione?

Traduzione: Be-reshit barà Adonay... e poi Dio creò l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e ispirò nel profetico suo Presidente un viaggio in Israele assieme a Gianfranco Fini. Come è noto. doveva trattarsi di una faccenda tutta interna al mondo ebraico, ma ebbe lo strano ed imprevisto effetto dello sdoganamento dei fascisti ad opera degli ebrei e per conto di tutti gli antifascisti. Il vero problema quindi è: come mai non mi hanno invitato?

La seconda riguarda la libera circolazione dei testi. Qualcuno deve aver pensato che nell’epoca di internet quando per leggere il Mein Kampf come I Protocolli dei savi anziani di Sion è sufficiente navigare in rete e scaricare un file, la cultura dell’interdetto non sia efficace. Non è un ragionamento improprio, del resto in Italia circola un’edizione dal 2002 e nessuno se ne è accorto. Ma appunto: perché nessuno se ne è accorto? Non per distrazione, ma perché quell’operazione non ha un valore. A chi si rivolge il commento che accompagnerà l’opera di Hitler?

Traduzione: il secondo problema è: perché nessuno mi ha chiesto di scrivere il commento al Mein Kampf? Eppure avevo già pronta una traccia, eccola.

Se si rivolge a coloro che la studiano come la traccia di una mentalità nei cui confronti occorre preparare degli antidoti, ha il valore di una predica ai convertiti. Se invece intende rivolgersi a chi è affascinato e provare a smuoverlo dalle proprie convinzioni è alquanto improbabile che quell’operazione sia di una qualche efficacia. Semplicemente perché la storia dell’uso di quel testo è eguale a quella del ritorno ciclico dei razzismi come dimostrano Guido Barbujani e Pietro Cheli (Sono razzista, ma sto cercando di smettere, Laterza): pur dopo che si sono dimostrate infondate, in tutti i loro presupposti, ritornano costantemente. Non si rinnovano, semplicemente si ripresentano. Nessuno impara mai dalla sconfitta precedente

Avete visto? c'è pure la bibliografia. E nell'ultima frase accenno a Veltroni. Chissà come mai nessuno ha pensato a chiedermi un commento per l'edizione tedesca del Mein Kampf.

La terza ragione riguarda la convinzione che sia possibile disinnescare una possibile escalation di cultura razzista, immettendo un testo e emblematico ne libero mercato e sottraendolo al circuito della clandestinità, non solo è discutibile, ma è anche troppo semplicistico.

Traduzione: La libertà di parola è una bella cosa ma va assunta a piccole dosi, soprattutto controllate. Lo sanno tutti i danni che ha fatto la televisione privata in Israele.

Perché presume che a un problema si risponda solo togliendo il fascino del “proibito” sgonfiandone l’interesse trasgressivo. Dietro alla questione del fascino che oggi hanno le parole razziste e dunque della loro possibile diffusione sta una questione diversa.

Traduzione: Si fa in fretta a dire razzismo, bisogna poi specificare con attenzione e fare i distinguo. La discriminazione contro i chamchakim per esempio ha portato la splendida Israele al governo, e loro irriconoscenti hanno votato Likud e adesso non si può più dividere Gerusalemme. Lo vedete che c'erano delle ragioni per tenerli lontani dai posti di responsabilità? Comunque il problema, come sempre, è a monte.
E ora, visto che mi sono ricordato che sono ebreo e gli ebrei fanno un sacco di domande, ce ne metto qualcuna qui. Anche perché se non ero ebreo mica chiedevano a me di commentare questa non notizia.

Come si costruisce una cultura pubblica in grado di non soggiacere alle sirene dell’antisemitismo o dei razzismi risorgenti? Si risponde con un manuale? Si delega alla scuola e agli insegnanti?. Ma non è limitato – e di nuovo troppo facile – pensare che la questione del razzismo riguardi solo gli insegnanti e i programmi scolastici? Il fatto che si presenti questa questione non indica il fatto che sia in atto una crisi culturale complessiva? Rimettere ufficialmente nel circolo librario un testo, il cui solo fatto di acquistarlo costituisce un atto iniziatico, non è di per sé un errore.

Quando ho preparato la mia bella antologia sul sionismo per i tipi di Feltrinelli, che ha avuto una recensione positiva sul manifesto (ben nove righe, eh!) sono stato bene attento ad evitare di includere personaggi come Jabotinsky o Eldad, perché appunto la cultura italiana non subisse quel sulfureo fascino iniziatico.

Ma sarebbe un errore considerare che solo un accurato apparato di commento sia lo strumento efficace per smontarlo.

Infatti io mica ho commentato gli scritti di Jabotinsky, mi son ben guardato dal nominarlo. Eh, che signor commento che ho scritto...

Per rispondere alle banalità del razzismo occorre una preparazione culturale e una sensibilità culturale che non sembrano diffuse

Particolarmente, va detto, tra i sefarditi. Che sono pure un po' negri e, non casualmente, votano Likud.

e che comunque la scuola non è in grado da sola di risolvere. Una cultura e una sensibilità, per di più, e questo è il dato su cui vale la pena riflettere, che nessuno avverte come necessarie. E’ solo perché gli insegnanti non sono preparati?

In questo caso, chiaramente, la colpa è di Begin.

domenica, giugno 01, 2008

ciao manifesto

Scusate, dove sono finiti quelli che "a sinistra si aprono degli spazi"? Quelli che ci spiegano, ammiccando, che persino il manifesto sta manifestando delle aperture? Oggi il quotidiano comunista fornisce un elenco di letture ad uso del militante colto; e avvisa che Ilan Pappe va bene, Benny Morris no, è "oggi allineato sulle posizioni più bellicose". Che questo allineamento dipenda da quel che ha scoperto nel corso delle sue ricerche, sembra non glielo si possa concedere, a Morris. E a fianco dell'elenco di letture consigliate, beccatevi il percorso di lettura suggerito da Enzo Traverso, con la divisione tra storici "funzionalisti" e "intenzionalisti" della Nakbah: gli stessi termini che vengono utilizzati per discutere della storiografia sulla Shoah. Nessuna menzione del progetto di pulizia etnica che le armate arabe avevano in mente nel 1948 - solo compatimento per i palestinesi rimasti in Israele, e allusioni alla stanica elite che si impegnò della "de-arabizzazione" dei profughi ebrei dai Paesi arabi. E ovviamente non una riga sulle ragioni per cui quei profughi arrivarono in Israele.
Un tal concentrato di guano che fa comprendere come ogni correzione sia inutile, quel che non va è proprio l'impostazione di fondo. Che non sarà antisemita, ma certo è noiosa nel voler ribadire fino allo sfinimento che gli ebrei non sono popolo, sono religione.
Adesso ci sarà magari qualcuno che scrive una revisione, un commento, che dà vita al dibattito. Come se fosse legittimo dibattere con chi fa strame della memoria della Shoa, usandola per infamanti paragoni. E già me li vedo scondizolare felici perché Il manifesto ha pubblicato la recensione del riassunto del dibattito con la relativa puntualizzazione.
Scusate, non mi basta. Io non ho in tasca il passaporto di uno Stato razzista e teocratico. Questo Paese non è nato come gentile concessione delle potenze alleate, ma sorge da una lotta di liberazione che per una persona di sinistra dovrebbe avere la stessa dignitià di quella dei palestinesi. Io mi sono stufato di non vedermela riconoscere questa dignità, o di vederla legata a condizioni sempre più impossibili da soddisfare, tipo "prendere le distanze da" qualcuno che è morto e sepolto; o -come fa Traverso- alla creazione di uno "Stato per tutti i cittadini" che significa far sparire il carattere ebraico dello Stato. E abolire la Legge del ritorno, ovviamente.
Ma perché chiunque si sente legittimato a infilarsi nel dibattito interno agli ebrei ed al movimento sionista e a distribuire patenti di legittimità e di fedeltà al verbo della sinistra, e nessuno, cacchio, nessuno, prova a fare lo stesso con i palestinesi?
E con questo Il manifesto finisce definitivamente nel cestino della carta straccia. Non ho nessuna voglia di sprecare tempo e meningi per ribattere a così plateale malafede, figurarsi per dialogare o inventarsi "spazi di dialogo" che non ci sono. O in cui, per entrare, bisogna (sai che novità) dimenticarsi di essere ebrei, salvo tirarlo fuori, questo essere ebrei, ogni volta che parla Gianfranco Fini.
Io sono ebreo perché sì, e non devo giustificarlo a nessuno, e non credo sia una cosa intelligente amputare questa appartenza per "dialogare" con chi la reputa un ostacolo. E questa appartenenza implica un legame con un bel Paese che si chiama Israele e che fareste bene a visitare in fretta. Gnegnegnegnegne.

mercoledì, maggio 14, 2008

sono troppi

L'ineffabile presidente della Provincia di Milano, esattamente come il neoeetto sindaco di Roma, ha le idee chiare sui Rom. Ce ne sono troppi. Ora io qui non racconterò per la millesima volta che la Cecoslovacchia comunista, la Svezia socialdemocratica e la Svizzera capitalista hanno affrontato la questione Rom con gli stessi identici strumenti (sterilizzazione forzata delle donne, rapimento dei figli). Non racconterò nemmeno per quale ragione io devo molto a amici Sinti. Dico solo che la stragrande maggioranza dei Rom che vivono in Provincia di Milano o nel Comune di Roma hanno passaporto italiano, perché si diventa italiani se si è nati in Italia e i Rom fanno, come si dice, un sacco di figli e questo Penati e Alemanno lo sanno benissimo.
La cosa più atrocemente imbecille sta nel nome. Nell'invenzione di un addirittura Commissario con poteri straordinari per risolvere il problema Rom, problema iniziato per una panzana clamorosa, quella della zingara che avrebbe cercato di rapire un bambino a Napoli. Roba non verificata e sulla quale la polizia getta inutilmente acqua sul fuoco e che viene, sai che novità, data per scontata. Per venire incontro al famoso bisogno di sicurezza della stracazzo di famosissima ggggente, non si pensa a istituire un commissariato, una autorità alla sicureza, un comitato ordine pubblico, no. Si indica da subito, nel nome il colpevole e il capro espiatorio. E Penati, da sinistra, si accoda. Adesso ditemi, se voi foste un rom abruzzese, un sinto mantovano, uno di quelli che vivono nelle case, insomma, li mandereste le figlie a scuola? Domani? A stare accanto a compagni di scuola che a casa hanno detto ai genitori Sai che ho una zingara in classe?


martedì, maggio 13, 2008

tsunami

I capelli non ce li ho quasi più, ma mi ci tirano. Insomma, vogliono da me un commento a questo post di Rosa, che quasi tutti trovano intelligente e che a me ha fatto sbadigliare.
Rosa inizia spiegando che accostare, o paragonare, due atti criminali è una cazzata strumentale. Ora, se c'è qualcosa che posso aver imparato in un anno di studio intensivo delle fonti ebraiche, è che in un qualsiasi dibattito vince chi impone le regole. L'accostamento imbecille e strumentale tra omicidio razzista a Verona e rogo di bandiere israeliane, è un accostamento, appunto, imbecille e strumentale (sì, anche se lo fanno Gianfranco Fini o Bruno Vespa - davvero curioso pensare che Fini o Vespa dicano delle robe imbecilli e strumentali?) e mi domando perché dare retta (= dedicare spazio, tempo e bytes) a un accostamento imbecille. Perché farsi dettare le regole del discorso da qualcun altro.
Una volta accettate le regole del discorso, Rosa passa a parlare non di bandiere e skinheads, ma di ebrei e fascisti. Cioé, no: prima fa una specie di scoperta dell'acqua calda, ovvero che per la piccola borghesia italiana quando c'era Lui i treni arrivavano in orario. E che, da un po' di tempo, ha preso piede una visione rosea del Fascismo, appena oscurata dalla piccola ombra delle leggi razziali, che se non ci fossero state sai che figata. Ragazzi, che scoperta interessante. Ricordo di aver sentito una decina di anni fa Andreotti dire con la sua solita voce sorniona: "penso che il consenso al fascismo sia finito con le leggi razziali". Ma ricordo che prima ancora, quando il Comune socialista di Milano organizzò una mostra dedicata agli anni Trenta, di leggi razziali manco si parlava. E nella mia Università (quella di Chabod) il solo sfiorare l'argomento causava degli imbarazzati silenzi, con la solita docente di destra che si premurava di spiegare, cambiando discorso, che lei era appena stata all'Unversità EBBraica di Gerusalemme (sì, raddoppiava le B, la signora).
In altre parole, io sono molto più pessimista di Rosa, penso che l'antifascismo organizzato e consapevole sia stato in Italia scelta ideale di una minoranza, la quale minoranza ha creduto di trovare consenso solo quando qualcuno brontolava che piove governo ladro. Il consenso al fascismo c'è stato, si è interrotto quando piatti e pentole erano vuote, si è trasformato in nostalgia rassicurante ad ogni avvisaglia di conflitto sociale e si è esteso fino a coprire di oblio le leggi razziali. Che oggi vengono ricordate solo per dire che gli italiani hanno salvato gli ebrei.
Ma seguiamo il ragionamento di Rosa. C'è stata la premessa maggiore, basata sulla accettazione di un paragone imbecille. Ne è seguita la parentesi storica, in guisa di premessa minore. E ora vediamo la conclusione del sillogismo. Ci sono ebrei che si prestano al gioco, che ringraziano Fini per aver baciato la bandiera di Israele. E se Rosa può capire Fini e la sua disperata (?) ricerca di legittimazione, quello che non riesce a tollerare sono gli ebrei che cercano di andare d'accordo con il governo in carica. E viene da chiedersi che cavolo d'altro dovrebbero fare, gli ebrei, per ottenere la approvazione di Rosa.
Passare il tempo a confrontarsi con fascisti alla Martinez, convinto che sia il Mossad ad aver ordinato ad Alemanno di cacciare i Rom dal territorio della capitale? Invitare Israele a scatenare una guerra contro il governo italiano, democraticamente eletto, e che per ora non minaccia affatto la popolazione ebraica? C'è stato un periodo in cui ero intrigato da tutta questa cagnara sul web, in cui gli ebrei diventavano la raffigurazione disincarnata dell'eterno antifascista o del sempiterno oppressore. Mi chiedevo come fosse possibile che persone in carne ed ossa venissero così rapidamente trasformate in simboli. Trasformare le persone in simboli è una operazione complicata -e alcuni poeti, mai tradotti in italiano, qua in Israele lo fanno con esiti letterari molto superiori a Celine ed Ezra Pound e Drieu La Rochelle e tutta la robaccia fascistoide che è stata rispolverata nei fetenti anni Ottanta.
Ma sul web, quando ci sono di mezzo gli ebrei, le cose diventano molto più facili e immediate. Per qualcuno l'Ebreo è il simbolo del capitale globalizzatore, che distrugge foreste vergini e costruisce villette e centri commerciali. E per qualcun altro l'Ebreo è diventato l'oppositore sempiterno del Fascista, ovunque e comunque. Peggio: ci si ricorda che gli ebrei esistono solo quando e se c'è un nostalgico fascista che va zittito. Che la storia sia maledettamente più complicata ce lo si dimentica. Si stende un velo neanche tanto pietoso sulle vicissitudini degli ebrei fascisti, di chi si è fatto abbindolare, come la maggioranza assoluta della borghesia italiana, dalla retorica risorgimentale e in qualche caso persino anticlericale con la quale Mussolini conquistò il consenso degli italiani.
E prima che una ondata di noia mi tramortisca definitivamente, faccio in tempo a intravvedere la vetta lirica di Rosa: le persecuzioni antiebraiche sono sempre l'inizio della fine, l'incipit di uno "tsunami" che prima o poi travolge tutti. Uh. Vai a spiegarlo agli ebrei russi e polacchi, egiziani o siriani: negli anni Sessanta del secolo scorso, ovvero quando io e Rosa siamo nati, le persecuzioni antisemite (Posso chiamarle così? Posso, davvero? Anche se lo fa Gianfranco Fini?) prendevano di mira gli ebrei e solo gli ebrei e quando e se sono finite, ricominciavano contro gli ebrei e morta lì. Altro che tsunami. C'è qualcosa di morboso, secondo me, in questa raffigurazione degli ebrei come agnelli sacrificali, vittime predestinate di ogni dittatura, primi a morire sempre e comunque. Per Rosa, a quanto pare, è una specie di pietra angolare della sua visione del mondo, della politica e dell'ebraismo intero. Fonda quella eterna opposizione tra ebrei e fascisti che sta, secondo lei, nel mondo delle idee e ogni tanto si incarna su questa terra, il fascista con le vesti di Silvio Berlusconi e l'ebreo, boh - forse con quelle di Bertinotti, soprattutto quando visita il Salone del Libro. O di Marco Travaglio, anche egli perseguitato, se ci fate caso.
E (bis) questi sarebbero gli strumenti concettuali con cui la sinistra italiana si appresta ad attraversare il deserto berlusconiano. Che per me sarà davvero un deserto, sia chiaro, magari anche costellato di miraggi identitari. Auguri, ripeto.

domenica, maggio 04, 2008

italia, 2008

Per il 42% degli italiani gli ebrei sono "simpatici", il 32% ritiene invece il contrario e un 26% non si pronuncia. Un italiano su tre è dunque - rivela il sondaggio - 'ostile' agli Ebrei: il picco è tra i maschi, tra le persone tra i 50 e i 60 anni, tra i lavoratori autonomi, tra i residenti al centro specie nei comuni medio-grandi. Ma le più accentuate variazioni dell"antipatià verso gli Ebrei - sottolinea il sondaggio - si rilevano in relazione all'orientamento politico: i più esplicitamente sfavorevoli sono tra coloro che si dichiarano di sinistra e laici. Un dato piuttosto "allarmante" del sondaggio è quello che indica un 23% di popolazione nazionale d'accordo con l'affermazione che "gli Ebrei non sono Italiani fino in fondo", di fronte ad un 33% che invece non concorda e ad un'ampia percentuale di neutrali (44%). Infine il sondaggio rileva che solo l'11% della popolazione riesce a stimare con relativa precisione il numero degli ebrei in Italia, il 56% invece non riesce a dare una risposta. Per Mannheimer sulla base della più recenti studi, si possono distinguere almeno tre "tipi" di antisemitismo: quello "classico" (10%), di natura più religiosa, quello "moderno" (11%), di carattere più xenofobo e quello "contingente" (11%), spesso connesso al giudizio su Israele. (ANSA)
Tutto questo sarà inevitabile fino a quando gli ebrei della Diaspora continueranno a stare al gioco di Israele, a confondere religione e politica attirandosi la simpatia degli integralisti di ogni risma (commentatrice noiosa di questo blog, 2008).

Gli ebrei nel mondo si distinguono per motivi culturali e/o religiosi, e sono da secoli integrati socialmente (le persecuzioni sono delle aberranti eccezioni della società nella quale si trovavano ovviamente, non degli ebrei). Sono i sionisti che hanno creato un grosso branco di nazionalisti con le funeste conseguenze che vediamo in Medio Oriente ed i riflessi in tutto il mondo. I nazionalsionisti saranno pure ebrei in maggioranza, ma non sono l'ebraismo che ha attraversato i millenni. Purtroppo anche nelle statistiche i termini vengono "miratamente" confusi, ma per gli ebrei in quanto tali non esiste antisemitismo, c'è sicuramente un diffuso antisionismo dovuto al nazionalismo coloniale dei sionisti che hanno invaso la Palestina (militante di sinistra, dal forum it.politica.internazionale)

[Lo scopo degli ebrei] dovrebbe essere di fondersi sempre meglio con gli altri italiani; procurando di cancellare quella distinzione e divisione nella quale hanno persistito nei secoli e che, come ha dato occasione e pretesto in passato alle persecuzioni, è da temere ne dia ancora in avvenire. (Benedetto Croce, 1946)

Paragonare Rosa Luxemburg con Vladimir Jabotinsky? Beh, bisogna distinguere, come insegna Benedetto Croce, tra religione, ideologia e contesto storico (dotto commentatore di questo blog, 2008)


venerdì, maggio 02, 2008

appartenenze uno

Mi dice una signora, di quelle che forse siamo parenti: "Sono arrivata qui nel 1950, assieme alla mia mamma, ero così piccola, sette anni, sono cresciuta qui e non sono mai salita su un aereo perché sono pahadosa [paurosa, in dialetto giudeo-livornese], non ho più visto l'Italia ma mi sento italiana, non c'è niente da fare, ma ala'assot".
Quando faccio la spesa provo il mio ebraico. Devo avere un accento sudamericano, mi prendono per argentino o brasiliano. Ultimamente anche per americano, sarà per via dei miei compagni di scuola che mi hanno passato qualche erre arrotolata. Tocca sempre a me dire: lo, anì meItalia, no, vengo dall'Italia. Non ci sono molti italiani qui.
Arabi o ebrei, che in questa città a volte distingui solo perché i secondi portano la kippà, ti scodellano allora i soliti luoghi comuni: calcio, pasta. Qualcuno ride e dice Berlusconi, proprio come in Grecia ridevano e dicevano Andreotti - era il periodo che Andreotti era sotto processo e la Grecia aveava cercato di uscire da una sua Tangentopoli con un governo composto da conservatori e comunisti. Chi è cresciuto in Russia ride aggiungendo che il nostro Partito Comunista non era niente di serio, comunisti che amavano il vino e rispettavano le chiese.
Anche se i quotidiani raccontano di bandiere bruciate, c'è l'idea che l'Italia sia un Paese genericamente amichevole, al limite, mi dice un amico impegnato per i diritti dei gay, "un po' conservatore". Io non ho mai sentito un conflitto tra i due passaporti che adesso ho in tasca. Anche se non sono affatto sicuro che l'Italia sia un Paese amichevole con gli ebrei. Imbecilli antisemiti ce ne sono, là - anche se non tutti arrivano a bruciare bandiere.
Ieri Gerusalemme si è fermata per due lunghissimi minuti - nell'elenco dei nomi che abbiamo letto c'era anche qualche nome italiano. E la cerimonia è finita cantando Ha Tikwa, l'inno di Israele. Una specie di cenno a Yom ha Atzmaut, il Giorno dell'Indipendenza, che nel calendario di Israele segue Yom ha Shoa. Israele come risposta ebraica alla catastrofe, rifugio dalla persecuzioni, in una parola -appunto- Tikwa, speranza.
Il che comporta qualche problema. Cito la mia amica Dena: Israele, il sionismo, mira ad annullare la Diaspora. Un israeliano dovrebbe guardare alla civiltà della Diaspora nello stesso modo in cui gli egiziani di oggi, musulmani, guardano alle piramidi. Relitti di un passato splendido e chiuso.
Però non è andata così: ebrei e israeliani hanno in comune una stessa religione, un calendario e un linguaggio - il che non vuol dire che tutti gli ebrei sappiano leggere un quotidiano israeliano, ma riconoscere la data, quello sì. E riconoscere una data vuol dire collocare sé stessi nel tempo, sincronizzarsi.
Insomma: il sionismo non è riuscito a sostituirsi, come religione civica, con i propri riti e il proprio calendario, alla religione ebraica. Ha solo creata un altra interpretazione degli stessi testi, a volte un po' più povera e divenuta rapidamente datata, come le haggadot filo-sovietiche della Hashomer Hatzair, sulle quali i miei amici russi si fanno della gran risate, ormai più nemmeno tanto amare.

venerdì, aprile 25, 2008

25 aprile 2008

Il 25 aprile per me è sempre stata festa. Da un certo punto in poi divenne anche un impegno. C'ero anche io, infatti, sotto la pioggia scrosciante di Milano, quel 25 aprile successivo alla elezione di Berlusconi, che portava -me incredulo- i missini al governo. Radiopopolare aveva barato, annunciando una giornata di sole. Io -professorale, come sempre- telefonai in redazione per ricordare che in Europa c'era un altro 25 aprile, quello dei portoghesi. Sentii dall'altra parte il calore di un sorriso, come si dice, tra compagni. Anche gli anni successivi telefonai, e qualche volta capitò anche che la radio fece ascoltare Grandola Villa Morena (adesso vedo che la hanno pure inclusa in un loro disco). Sfilai assieme agli amici e compagni del Gruppo Martin Buber, della Hashomer Hatzair, della rediviva Federazione Giovanile Ebraica Italiana. Avevamo fatto il nostro angolo ebraico nel corteo, Moni Ovadia cantava I Morti di Reggio Emilia e ci prendemmo qualche applauso, oltre ad acqua "a secchi rovesci", come diceva un veneziano, che sosteneva di essere mio parente.
Quando scesi dal trenino che mi riportava a casa incontrai un ferroviere comunista, meridionale, che conoscevo da tempo. Era uno dei tanti che, infuriati con le gerarchie sindacali, avevano votato Lega; non capiva cosa ci fosse di male in quel suo voto di protesta, in quei leader politici tutto sommato nuovi che parlavano un linguaggio che lui capiva (sicurezza, innanzitutto; ma anche stipendi al riparo dalla concorrenza extracomunitaria).
Negli anni successivi ho sempre pensato a quella manifestazione come a quella che seguì l'attentato di Piazza Fontana, quando la Milano medaglia d'oro della Resistenza fece capire ai fascisti che non ci sarebbe stato spazio per soluzioni autoritarie. Mi sbagliavo? Forse: il fascismo di oggi non ha bisogno di soluzioni autoritarie e poi la storia si ripete solo come farsa.
Comunque ogni anno mi sono quindi sentito obbligato a partecipare alle manifestazioni per il 25 aprile, anche quando era difficile; e con gli anni, partecipare in quanto ebrei, è diventato sempre più difficile.
Un paio di anni fa mi sono invece trovato ad essere a Gerusalemme. Il 25 aprile coincideva con Yom ha Shoah, quando tutto il Paese si ferma pensando alla catastrofe più grande per il popolo ebraico, che è anche il punto più basso della storia umana - mai prima, e mai poi, la logica dello sterminio ha avuto la meglio sulla logica economica. Mi sono sembrate irrimediabilmente lontane le strumentalizzazioni italiane di quel tornante storico - che è lo stesso da cui Israele è nato. Voglio dire che mentre in Israele si è in contatto con la storia, in Italia si usa la storia per svolgere la conta di chi c'è e di chi non c'è (e se io fossi un amministratore pubblico considererei obbligatorio esserci, anche se rischio i fischi - fischiano me, non la mia carica). E non manca mai il solito deficiente che vede nei palestinesi i continuatori dei partigiani - quando dovrebbe essere chiaro da che parte combatteva il Muftì di Gerusalemme- e che, essendo un deficiente, si sente obbligato a riempire la parte deficitaria della sua identità argomentando con te. E tu fesso che stai al gioco.
Anche quest'anno siamo in Israele per il 25 aprile. Che capita in una settimana in cui tutto il popolo ebraico pensa alla propria libertà. Siccome gli ebrei sono quello che sono, e non sono capaci di pensare a stomaco vuoto, men che meno di mangiare in silenzio, questo pensare alla libertà si traduce in cibi non lievitati, che ricordano i duri anni nel deserto, quando il cibo lievitato era un lusso per i ricchi e gli oppressori. C'è poi il fatto che violenza, oppressione e lievito in ebraico sono parole molto simili, e quando uno va a fare la spesa qui la fa (indovinate) in ebraico e ha una formidabile occasione per pensarci.
Non penso più che la libertà del popolo italiano sia a rischio, con il governo che si sono scelti. Mi piacerebbe dire che la sinistra li ha costretti a sceglierselo così, ma non è vero. Ci sono, e forse sono la maggioranza, italiani che sono indifferenti alla sinistra e che rimarrebbero tali, o addirittura ostili, anche nella ormai remota possibilità che la sinistra si presenti unita, capace di governare, esperta nella mediazione, e che il suo governo renda l'Italia un Paese più equo e più giusto. Esiste tutto un settore di italiani che questa roba la cerca altrove e che si sente (spesso a ragione) demonizzata dagli eredi dei partigiani, ovvero da noi. Bisognerebbe capire meglio, perché sospetto che il consenso di questi ceti sia cruciale per vincere i prossimi confronti elettorali, sui quali non riesco ad essere ottimista. Ma preferisco evitare pensieri deprimenti perché oggi è un giorno di festa. Anche se alle manifestazioni per il 25 aprile non ci sarò, questa data continua ad essere un giorno speciale per me e la mia famiglia. Dovunque ci troviamo.
Auguri a tutti.

giovedì, aprile 17, 2008

e adesso quale hasbarà

No, qui non scriverò alcun compendio halachico a proposito di questa bizzarra successione di date e del sovrapporsi di due diverse dimensioni del sacro (pessima traduzione di kadosh). C'è in rete abbastanza roba e anche dettagliate istruzioni su come affrontare i problemi, che non sono da poco (di Shabbat si mangia, e un pasto è tale se c'è del pane, ma il pane dovremmo averlo già eliminato, con tutti i cibi lievitati....).
Ho solo un pensiero che voglio scrivere qui: si dice che è stato più difficile fare uscire l'Egitto dal cuore degli ebrei, che gli ebrei dall'Egitto. Facciamo tutti un sacco di fatica nello spiegare al mondo non ebraico, nel giustificare questa o quell'usanza, questa o quella politica di Israele, questo o quel partito israeliano. E se questo fosse l'Egitto, la casa di schiavitù, che abbiamo dentro? Se questo bisogno di renderci presentabili, morali, accettabili, agli occhi altrui, se fosse questo il nostro Egitto, la nostra caduta, la nostra schiavitù? E' solo una domanda, che però non mi abbandona da giorni. Ci deve essere una ragione per la quale mettiamo così tante energie (un lavoro da schiavi, si dice qui in Israele) in questa opera di cui si vedono, ad essere generosi, solo pochi risultati.
Vabbé, è un pensiero che mi deriva dal fatto che le ultime elezioni, se non altro, renderanno inutile in Italia l'opera di hasbarà: il prossimo governo, pur con tante robe brutte, sarà probabilmente un buon amico di Israele. C'è da chiedersi a cosa si dedicheranno gli amici di Informazione Corretta, che hanno sempre sottolineato con puntualità le sbavature della stampa, partendo dal presupposto che sia la stampa a influenzare la sensibilità collettiva e, tramite essa, i politici.
Ma forse no, forse per la hasbarà c'è ancora spazio. Dopo una sconfitta di queste proporzioni ci si dà alla ricerca di un capro espiatorio; la sensibilità della sinistra attuale è molto vicina all'integralismo cattolico: indovina con chi se la prenderanno per la sconfitta. Indovina quale battaglia sceglieranno per riaggregarsi dietro qualche bandiera e ripetersi la litania autoconsolatoria: noi perdiamo perché siamo moralmente superiori; ma guardate quanto sono cattivi gli altri. Vabbé, ma anche se fosse, vale la pena di perdere tempo per spiegare, quando è chiaro che non si vedono risultati, che la maggior parte degli italiani non sono interessati a identificarsi con "i palestinesi" cari alla propaganda del partito di Diliberto?
Perché forse è tutta la hasbarà, la spiegazione, che è priva di risultati e che è inutile. Le ultime elezioni non sono state vinte da leader politici che passano tanto tempo a spiegare. Potrà non piacere, e a me non piace per niente, ma questa è la realtà dell'Italia, che poi non è così diversa da quella di altri Paesi.
Oggi siamo schiavi, domani saremo liberi. Hag sameakh a tutti.

sulle elezioni

Non gioisco affatto per il risultato elettorale in Italia, e per un sacco di ragioni. Ragioni estetiche, per esempio. Immagino fascisti e leghisti festeggiare per le strade d'Italia, i primi all'insegna del "siamo tornati e il nostro onore si chiama fedeltà" e i secondi che sbraitano contro gli stessi clandestini che sfruttano nelle fabbricheette.
Mi consola un poco immaginare che la politica estera dell'Italia sarà un poco più equilibrata per quanto riguarda un Paese del Medio Oriente, indovinate un po' quale, e che la RAI non mostrerà più (ma davvero più) giornalisti che raccontano che Haifa è territorio occupato. Anche se resta tutto da dimostrare che questo genere di informazione possa influenzare il modo in cui gli italiani immaginano Israele.
A guardare i numeri del turismo c'è un genere di informazione che ha un successo migliore delle fesserie dei TG. Questo:

martedì, marzo 25, 2008

ma anche

Finii la tesi di laurea in una estate degli anni Novanta e il calendario accademico era quel che era, così la dovetti discutere in novembre. Mi presi un po' di tempo e venni a fare un (altro) giro in Israele. Mi accompagnava l'idea di trovare "lo specifico ebraico", che peraltro mi aveva inseguito anche durante la tesi di laurea - esiste uno specifico ebraico nella storia degli ebrei? O è solo storia di vittime, nel mio caso dell'Inquisizione? Così ho passato un po' di tempo con gente che aveva chiarissime idee sulla distinzione tra occidentale ed ebraico e la democrazia, secondo loro, entrava a far parte della prima categoria. Avevo idee diverse, e ora le ho un po' approfondite, per esmepio credo che l'ebraismo abbia contribuito non poco al sorgere della democrazia e mi accompagno a persone convinte che ebraismo e modernità non siano due pianeti diversi.
Però voglio spiegare come mai ero finito in così strane compagnie. Era finito il mio servizio civile, che è andato come ho già raccontato, e mi ero imbattuto in un atteggiamento intllettuale molto comune, quello del Ma anche. La conversazione di solito inizia quando qualcuno ti pone domande su cosa fanno gli ebrei in una data cosa, poniamo il Sabato, tu rispondi con una spiegazione piuttosto cortese e l'interlocutore Ma anche noi cristiani, o i pigmei, o gli indigeni della Papuasia, fanno così. E il sottinteso è: perchè darvi tanta pena di distinguervi da noi, perché vi ostinate con il vostro bizzarro Sabato e non festeggiate la domenica come tutti? Poteva essere lo Shabbat, la circoncisione, il monoteismo, la cucina senza cibo lievitato dieci giorni all'anno, costruire la sukkah, digiunare a Kippur, era tutto un Ma anche.
Che poi non è mica limitato alla mia amara esperienza della gente che ho conosciuto durante il servizio civile: mi è capitato di raccontare come la penso sui matrimoni interconfessionali, per sentirmi dire che ma anche i sardi preferiscono sposarsi tra di loro. O di spiegare come funziona la carriera di rabbino e, per tutta risposta, mi è stato detto che ma anche i cattolici mandano i figli in seminario. Ci sarebbe la piccola differenza che un prete non è un modello per tutti, perché non ha una vita sessuale, al contrario delle persone comuni, ma questa evidentemente sfugge. Come sfugge il fatto che gli ebrei non hanno una Chiesa, con gerarchia e papa. L'episodio più impagabile è stato quando una vicina di casa ha suonato, dice lei per sbaglio (slikha), si è attardata a chiaccherare di figli con mia moglie, è dovuta correre a prendere della roba e ha chiesto a mia moglie di dare un occhio al bambino per dieci minuti. Ed è da allora che abbiamo delle ottime relazioni con questa signora e i suoi nipotini, relazioni fatte di slikha, di porte sempre aperte, di ebraico con diversi accenti (latino il nostro, irakeno il loro) e di bambini che si conoscono. Tu vai a raccontare queste roba a un amico via ICQ e quello ti commenta che ma anche i napoletani ed i portoricani.
Ecco, io di questo Ma anche, che ora come ora mi causa solo una lieve irritazione, ero davvero un po' stufo, perchè dietro c'era attaccato molto malanimo, molto "ma cosa rompete i coglioni a fare, non vi basta che vi abbiamo regalato uno Stato". Per questo ero finito a cercare qualcosa di autenticamente ebraico: mica lo ho trovato, ovviamente; però ho imparato molte cose, pure in quella compagnia bizzarra. E nel frattempo ho notato che tutti quelli che commentano il poco di ebraismo con cui vengono a conoscenza, con uno dei loro antropologici Ma anche non stanno affatto indicando un fondo di umanità comune che travalica tutte le differenze culturali, perché a un sardo, a un cinese, a un napoletano o a un portoricano non direbbero mai che Ma anche gli ebrei. Figurarsi a un palestinese.

venerdì, marzo 21, 2008

פורים

Ringrazio il mio amico F. Levi M. per il bel biglietto di auguri, da cui ho piratato l'immagine che vedete sopra.

Si avvicinano le elezioni e (ma come abbiamo fatto a vivere senza) si è scatenata la solita, prevedibile polemica: la destra è amica degli ebrei anche se candida dei fascisti? La sinistra ha davvero chiuso con l'antisionismo? E se al centro c'è Casini, siamo sicuri che non preghi per la conversione degli ebrei? Particolarmente noiosa è la cagnara attorno a Fiamma Nirenstein, che ha pensato bene di candidarsi con la destra -e io, tra uno sbadiglio e l'altro, tiro un sospiro di sollievo: si chiariscono un po' di cose sul suo percorso personale. A sinistra c'è chi ha pensato di sfruttare elettoralmente la faccenda, per due ragioni: la prima è che un ebreo che si candida con chi puzza di fascismo è oggettivamente un piatto succulento - sì, è vero, Ciarrapico puzza di fascismo: peraltro aveva anche pubblicato la traduzione in italiano dell'autobiografia di Begin, quindi non è esattamente un nemico di Israele. E la seconda, che a me fa particolarmente ridere, è l'idea, neanche tanto sottintesa, che gli ebrei abbiano il potere di decretare la vittoria dell'uno o dell'altro schieramento: "sdoganando" gli (ex?) fascisti oppure chiamando alla mobilitazione contro il nazifascismo -anzi, c'è pure chi di questa roba vorrebbe addirittura fare un obbligo morale. Per tutti costoro io ho una notizia terribile: il Dio degli ebrei non è quello delle vignette di Guareschi degli anni Cinquanta, Nel segreto della cabina Dio (o la Memoria) ti vede, Stalin no. Il nostro Dio ha smesso di occuparsi di politica un paio di millenni fa e noi votiamo un po' per chi c** ci pare - proprio come voi, strano, vero?
Sta di fatto che Fiamma Nirenstein è stata raffigurata da Vauro in una vignetta che NON mette insieme la "stella di David" (scusate, lo chiamo così, perché il suo nome originario, Maghen David, sembra sprecato in questa polemica da cortile, così come ogni richiamo all'ebraismo) con la svastica ma con il fascio littorio - che a ben guadare non ci sarebbe niente di strano, visto che la dirigenza dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane appoggiò il fascismo in maniera entusiastica, all'epoca. E che l'antifascismo fu impegno di pochissimi - lo riconosce persino Ha Kehillah, che una volta voleva farne una bandiera, di questa identificazione tra antifascismo ed ebraismo italiano.
La Nirenstein, come da copione, se la è presa un sacco. Vauro è uno che gioca in maniera oscena con l'immaginario antisemita: vedi i suoi Gesù bambini avvolti in kefya, o la vignetta sull'autobus esploso a Tel Aviv in cui era difficile distinguere tra ragioni e torti. Non deve essergli sembrata vera la possibilità di querelare chiunque gli dia dell'antisemita, per sperare di potersi presentare, del tutto mondato del terribile stigma (che -si sa- fa peredere le elezioni) certificato da una sentenza in nome del popolo italiano; che poi la stessa magistratura chiuda gli occhi davanti ai berlusconiani conflitti di interessi o a più orridi slogan negli stadi, si sa, è un dettaglio. Improvvisamente la magistratura è diventata, per Vauro e i suoi noiosissimi sostenitori, la fonte autorevole che permette di distinguere tra le vignette degli anni 2000 (in cui si vedono ebrei che uccidono Gesù) da quelle degli anni Trenta (in cui idem).
Scusate: che palle. Che rotonde, sferiche, immense, noiosissime, insostenibili palle. Quanto è lontana tutta questa roba dalla vita concreta degli ebrei reali, dai missili che piovono su Sderot, dalle trattative per il futuro di Gerusalemme, dalle sinagoghe sempre più vuote e dai musei sempre più costosi.
Io ci avrei anche un suggerimento, per quelli che sono interessati. Siamo a Purim, giusto? Ma facciamoci una festa in maschera. A Purim leggiamo la storia del perfido Haman, del suo tentativo di sterminare gli ebrei e della sua miseranda fine, impiccato o impalato (io preferisco pensare che sia la seconda) alle stesse forche che aveva fatto alzare per uccidere gli ebrei, popolo che ai suoi occhi aveva la colpa di "stare sempre per conto suo". Ma travestiamoci da Haman, che diamine! Qualcuno vuol venire con la kefyah (made in China) attorno alla capoccia, e ben venga! Qualcun altro vuol venire vestito da Vauro, da Dacia Valent, da Oliviero Diliberto, con il distintivo di Hezbollah (partito-perfettamente-legale)? E che faccia pure, voglio vederli i compagni che ci querelano perché noi ci si diverte, e poi vanno in tribunale a spiegare che secondo loro gli ebrei possono tenere i festeggiamenti per Purim solo se non offendono quella che secondo loro è la Memoria della Resistenza. Io per l'occasione mi travestirei da D'Alema, con indosso una urna elettorale e pitturato fuori il simbolo di Hamas e la scritta: "Hanno vinto le elezioni... loro".
Davvero non capisco perché e quando abbiamo perso la capacità di ridere dei nostri nemici; ooops, pardòn, degli equidistanti tra lo Stato degli ebrei e quelli che lo vogliono spianare e che vanno a braccetto con terroristi islamici e nazifascisti. Trovo anzi che questa incapacità di ricorrere a una bellissima parte della nostra tradizione sia un pericoloso sintomo di assimilazione.
E ora beccatevi questo video, assieme ai miei auguri. Che qui a Gerusalemme Purim quest'anno dura tre giorni, a me gira ancora la testa per la bevuta di ieri, e stasera si ricomincia.



Per le persone serie, invece, qui trovate un bellissimo pyut per Purim. Viene dal repertorio della comunità ebraica sefardita siriana di Gerusalemme, che sta qui da più di un paio di secoli E ovviamente Purim sameakh a tutti, pure a Fiamma Nirenstein. A Vauro no, non è ebreo e non sa che significa.

martedì, febbraio 26, 2008

immaginate un fascista - 3

Un forum Usenet ha un nome che è composto almeno da tre parti. it.cultura.ebraica, per esempio, significa che la lingua è l'italiano (it.) i gruppi che iniziano con it. sono, diciamo, amministrati dal GCN), e che l'argomento è la cultura ebraica. Ma c'è anche it.cultura.religione, dove pure può capitare di trovare qualcosa sull'ebraismo. Difficilmente, perlomeno in linea di principio, si dovrebbe trovare argomenti ebraici in it.cultura.cattolica. Più facile, volendo, in it.politica.internazionale -se si parla di Israele, (l'argomento è, o dovrebbe essere - il gruppo non è moderato, la politica internazionale). Ci sono poi it.hobby.umorismo, it.hobby.cucina e così via. Sono possibili anche giochi di parole: it.fan.culo, p. es., non è il fan club di Jennifer Lopez, ma un gruppo in cui si manda a fare in culo chi ti sta antipatico (oh, c'è anche it.discussioni.litigi). Se il fondatore non fosse stato un membro del Gruppo Coordinamento Newsgroup, ben difficilmente, credo, il gruppo sarebbe stato approvato. Ma non si sa mai. Per iscriversi a un gruppo occorre scegliere un modo in cui firmarsi, e la maggior parte preferisce uno pseudonimo, e (di nuovo) la maggior parte dei frequentatori di newsgroups Usenet prima o poi dà un occhio, per così dire, all'appartamento accanto, cioé scrive qualcosa in uno degli altri gruppi.
Si formano quindi (e lo so che il termine non sarà molto originale) comunità virtuali, in cui si è conosciuti più per pseudonimo che per nome, in cui si stringono legami tramite qualche messanger; p. es. andava di moda firmarsi con il proprio codice di ICQ. Comunità di gente he si incontra su Usenet in una specie di bar sempre aperto, in cui lasci il tuo messaggio, e prima o poi qualcuno, di cui riconosci nome (pseudonimo) e magari pure lo stile, ti risponde, poi interviene un altro, poi tu di nuovo e così via. Una caratteristica saliente è che l'argomento che sta nella riga del subject di tutti questi messaggi, di solito dopo un paio di giorni non c'entra più un accidente con l'argomento di cui si è finiti a parlare.
Molto importante: periodicamente, qualcuno organizza dei raduni (cioé delle cene qua e là) in cui chi ha voglia di faesi vedere e di uscire dall'anonimato si fa, appunto, trovare. Usenet inoltre ha un proprio gergo, di cui formirò qualche esempio.
Come si sarà capito, un utente abituale di Usenet è uno che ha un sacco di tempo a disposizione, che consulta Internet più volte al giorno; e sei popolare più sei reattivo, più spesso intervieni, più decisamente leghi il tuo nicknames a un dato gruppo di argomenti e idee, o semplicemente a uno stile. Il mio primo post (messaggio) in it.fan.culo venne accolto da una serie di applausi virtuali, del genere: "benvenuto in queste lande, trita-beghini ufficiale di Usenet" perché in it.cultura.religioni e it.cultura.storia avevo flammato (litigato in maniera accesa) con un sacerdote cattolico in vena di evangelizzazione e/o apologetica.

immaginate un fascista - 2

Il forum di cultura ebraica di cui stiamo parlando è un gruppo di discussione Usenet. Quando non erano ancora diffuse la ADSL e altre connessioni diciamo perenni, io, come molti altri, frequentavamo i gruppi Usenet perché per leggere i messaggi non c'era bisogno di stare sempre collegati in rete e pagare ogni secondo di discussione. Scaricavo i messaggi assieme alla posta elettronica, scrivevo i miei interventi e le mie risposte (con tanto di riga del subject, come nelle E mail) e spedivo alla connessione successiva.
Nella Usenet di lingua italiana esistevano già allora centinaia di forum di discussione, e per crearne uno nuovo c'era, e c'è ancora, una procedura precisa, che grossomodo consiste nel raccogliere un numero di interessati. Molti gruppi erano (e sono) moderati, nel senso che il messaggio, per comparire ed essere scaricato da tutti gli altri utenti, deve essere letto e aprovato da un tale, che si definisce moderatore. La moderazione serve ad evitare lo spam (cioé la pubblicità molesta) che rallenta i tempi e in quell'epoca alleggeriva le tasche. Ma la moderazione ha anche altre comprensibili funzioni, in gruppi di discussione che sono oggetto, diciamo, di attenzioni e provocazioni - e i gruppi di discussioni ebraici in italiano sono uno di questi.
Il moderatore di solito è la persona che ha proposto il gruppo. Se costui si stufa e trova un altro modo di passare il tempo, il moderatore viene individuato da un gruppo di persone, che si definisce Gruppo di Coordinamento Newsgroup e che è stato costituito agli inizi della rete Usenet in italiano, da parte di gente interessata a questa forma di comunicazione.

lunedì, febbraio 25, 2008

immaginate un fascista - 1

Sì, immaginatevi un fascista, uno di quelli veri, mica un liberal-conservatore come il cavalier Tedeschi, un signore che leggeva Il Giornale "quando c'era Lui" (cioé "l'Indro"), stramalediva i sindacati per l'inflazione e i comunisti perché c'erano troppi capelloni in giro e chiedeva sempre lo sconto quando ero ragazzino e io davo una mano ai miei in negozio "perché sa, tra di noi..." (noi 'sto par di palle, cavaliere, pensavo io, il prezzo è uguale per tutti e si chiama democrazia ed uguaglianza, c'ha presente?). Il cavalier Tedeschi non era fascista, e comunque non è il tipo di fascista che vi chiedo di immaginare.
Vi chiedo di invece immaginare uno sui trenta-quaranta anni, figlio (poniamo) di un reduce di Salò per nulla pentito, che è in buoni rapporti con militanti di estrema destra (lui, mica suo padre) e ovviamente anche con negazionisti, quella gente che racconta che Auschwitz è un baraccone messo su dal Mossad per creare Israele sfruttando il senso di colpa dei tedeschi e dei non ebrei in generale. Il fascista di cui stiamo parlando ha anche in casa diversi libri scritti da quella gente, per dire questo genere di porcate. Ecco, vi chiedo di immaginarlo: con tanto di capello corto e occhiali da sole Ray Ban.
Secondo voi è una persona adatta a moderare un forum di discussione di argomento ebraico? Lo so che è una domanda retorica, perché il minimo che si può dire di un personaggio del genere è che di ebraismo non capisce una fava e che solo a un imbecille può venire in mente di dargli la possibilità di decidere di cosa si può parlare in un contesto di argomento ebraico (il moderatore di un forum di discussione ha un solo strumento a disposizione: impedire a un dato messaggio - o, in casi estremi, a un dato utente- di comparire all'interno del forum).
Solo che gli imbecilli esistono, ed esiste anche quel tipo di imbecilli (quelli che permettono a quel tipo di fascista ecc. ecc.). Nei prossimi giorni vi racconto in che senso esistono questo genere di imbecilli.

martedì, febbraio 19, 2008

tagliare, tagliare

E' iniziata la campagna elettorale e i politici italiani fanno l'usuale gara a chi la spara più grossa, che è come dire a chi piscia più lontano. Siccome tra i politici non c'è nessuna faccia nuova rispetto a dieci anni fa, è facile fare battute sulla prostata. Infatti questa campagna elettorale ha già uno spiccato carattere fallico. Fini dice: Votatemi che castrerò i pedofili. Di Pietro dice: Votatemi che taglierò le reti (le palle) a Berlusconi. Tutti che vogliono ridurre le misure di qualcuno, del cattivo e del nemico. Intanto pochi pensano che nei Balcani sta ricominciando un altro casino e che la NATO prevedibilmente interverrà (anche se Israele non vuole riconoscere il Kossovo, ma non dominava la lobby neocon sionista, alla Casa Bianca?). Questo significa che dall'Italia, qualunque sarà il governo, partiranno aerei per sparare missili veri.

domenica, febbraio 17, 2008

ciao Luca

Eravamo d'accordo che ti avrei fatto pubblicità quando avessi trovato qualcosa che valeva la pena di essere pubblicizzato. Questo tuo post, ad esempio, merita davvero. Ora immagino che dovremmo salutarci dicendo Un cordiale shalom, ma mi viene da ridere.

lunedì, febbraio 11, 2008

frasi

Mi resteranno scolpite nella memoria delle frasi. Di alcune vorrei avere il copyright, come questa: I am an equal opportunity person. I am just not an equal opportunity lover. Ci farei Tshirt, adesivi, spillette e farei - anche un sacco di soldi. Oppure quella, che ovviamente è antisionista e alza la mano e chiede: Scusate, io non ho capito, ma perché gli ebrei dal Marocco sono emigrati in Israele? (bimba, qualcuno ti ha spiegato che esistono ebrei anche fuori da Manhattan? Ti è mai venuto il lontano sospetto che possono non passarsela bene?). Oppure: "No, il sionismo non funziona. In Israele non c'è una classe operaia ebrea. Siamo troppo intelligenti".
Problema: perché qui, tra ebrei, riusciamo a dire che siamo tanto intelligenti e capaci di fare soldi e non ci sembra per niente un male, mentre là, nella bloggosfera che riflette l'Italia, qualsiasi aggettivo attaccato alla parola ebrei ci mette in allarme? E' un periodo che tengo le dita legate, per non precipitarmi sulla tastiera e andare a flammare (ovvero, nel gergo dei blogger, a rompere i coglioni) a tutti quelli che intervengono per minimizzare l'infame lista di professori ebrei - gli argomenti impiegati variano da: Ma quanto rompete i coglioni a C'è un complotto per nascondere le porcherie dei sionisti. Mi ci tufferei in queste polemiche, voglio dire, perché conosco i miei polli e farli infuriare e gettare la maschera ci si mette davvero poco. Ma ha un prezzo. Il prezzo di non potersi trovare con altri amici, ebrei, e fare discussioni più divertenti, che inizino con Rashi e terminino con le previsioni del tempo di Gerusalemme. Qualcosa, insomma, di ebraico e di non difensivo di cui in Italia si è persa la memoria.

venerdì, febbraio 08, 2008

congetture

Congetture su come si colora una strada

Se non ho capito male, un mio connazionale ha appena risolto un problema importante. Voi che nmon siete umanisti e che di matematica ci masticate (io avevo problemi con le equazioni, per dire) aiutate a capirci qualcosa? Grazie.

Altro genere di congetture
Qui, invece, cercando di tenere basso il tono, vi parlo di qualcosa che vi aiuta a congetturare sull'Università italiana e il suo futuro. In caso vi interessi sapere perché ho fatto alya. Ho deciso di prendere la cittadinanza di Israele perché, come dice la voce di Wikipedia, mi appassionano i problemi per risolvere i quali occorre chiedere consiglio agli amici, e qui -a quanto pare- ci sono degli esperti. Perché, cosa altro avevate pensato?