domenica, luglio 20, 2008
venerdì, luglio 11, 2008
asini e profeti - last minute
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venerdì, giugno 13, 2008
operazioni impossibili
David Bidussa
Non temo il Mein Kampf, ma la mancanza di cultura
in “il Secolo XIX”, 12 giugno 2008, p. 19
Traduzione: dunque c'è una notizia di cui frega un cazzo a nessuno.
Molti ritengono sorprendente questa notizia. Personalmente non sono di quest’avviso. Non sono contrario alla pubblicazione del Mein Kampf nemmeno in Germania, ma non mi convincono le motivazioni usate per spingere alla sua diffusione. Vale la pena discutere, almeno per tre buone ragioni
Traduzione: ci sarà probabilmente qualcuno a cui questa notizia interessa, ma a me no. Quindi, come posso astenermi dal commentare? Dirò di più, vado a scrivere non uno, non due, ma ben tre commenti. Pronti?
La prima riguarda il fatto che ancora sembra che il nazismo sia un fatto privato degli ebrei. Perché dovrebbe dare il suo assenso la comunità ebraica? Non è questo un atto di deresponsabilizzazione?
Traduzione: Be-reshit barà Adonay... e poi Dio creò l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e ispirò nel profetico suo Presidente un viaggio in Israele assieme a Gianfranco Fini. Come è noto. doveva trattarsi di una faccenda tutta interna al mondo ebraico, ma ebbe lo strano ed imprevisto effetto dello sdoganamento dei fascisti ad opera degli ebrei e per conto di tutti gli antifascisti. Il vero problema quindi è: come mai non mi hanno invitato?
La seconda riguarda la libera circolazione dei testi. Qualcuno deve aver pensato che nell’epoca di internet quando per leggere il Mein Kampf come I Protocolli dei savi anziani di Sion è sufficiente navigare in rete e scaricare un file, la cultura dell’interdetto non sia efficace. Non è un ragionamento improprio, del resto in Italia circola un’edizione dal 2002 e nessuno se ne è accorto. Ma appunto: perché nessuno se ne è accorto? Non per distrazione, ma perché quell’operazione non ha un valore. A chi si rivolge il commento che accompagnerà l’opera di Hitler?
Traduzione: il secondo problema è: perché nessuno mi ha chiesto di scrivere il commento al Mein Kampf? Eppure avevo già pronta una traccia, eccola.
Se si rivolge a coloro che la studiano come la traccia di una mentalità nei cui confronti occorre preparare degli antidoti, ha il valore di una predica ai convertiti. Se invece intende rivolgersi a chi è affascinato e provare a smuoverlo dalle proprie convinzioni è alquanto improbabile che quell’operazione sia di una qualche efficacia. Semplicemente perché la storia dell’uso di quel testo è eguale a quella del ritorno ciclico dei razzismi come dimostrano Guido Barbujani e Pietro Cheli (Sono razzista, ma sto cercando di smettere, Laterza): pur dopo che si sono dimostrate infondate, in tutti i loro presupposti, ritornano costantemente. Non si rinnovano, semplicemente si ripresentano. Nessuno impara mai dalla sconfitta precedente
Avete visto? c'è pure la bibliografia. E nell'ultima frase accenno a Veltroni. Chissà come mai nessuno ha pensato a chiedermi un commento per l'edizione tedesca del Mein Kampf.
La terza ragione riguarda la convinzione che sia possibile disinnescare una possibile escalation di cultura razzista, immettendo un testo e emblematico ne libero mercato e sottraendolo al circuito della clandestinità, non solo è discutibile, ma è anche troppo semplicistico.
Traduzione: La libertà di parola è una bella cosa ma va assunta a piccole dosi, soprattutto controllate. Lo sanno tutti i danni che ha fatto la televisione privata in Israele.
Perché presume che a un problema si risponda solo togliendo il fascino del “proibito” sgonfiandone l’interesse trasgressivo. Dietro alla questione del fascino che oggi hanno le parole razziste e dunque della loro possibile diffusione sta una questione diversa.
Traduzione: Si fa in fretta a dire razzismo, bisogna poi specificare con attenzione e fare i distinguo. La discriminazione contro i chamchakim per esempio ha portato la splendida Israele al governo, e loro irriconoscenti hanno votato Likud e adesso non si può più dividere Gerusalemme. Lo vedete che c'erano delle ragioni per tenerli lontani dai posti di responsabilità? Comunque il problema, come sempre, è a monte.
E ora, visto che mi sono ricordato che sono ebreo e gli ebrei fanno un sacco di domande, ce ne metto qualcuna qui. Anche perché se non ero ebreo mica chiedevano a me di commentare questa non notizia.
Come si costruisce una cultura pubblica in grado di non soggiacere alle sirene dell’antisemitismo o dei razzismi risorgenti? Si risponde con un manuale? Si delega alla scuola e agli insegnanti?. Ma non è limitato – e di nuovo troppo facile – pensare che la questione del razzismo riguardi solo gli insegnanti e i programmi scolastici? Il fatto che si presenti questa questione non indica il fatto che sia in atto una crisi culturale complessiva? Rimettere ufficialmente nel circolo librario un testo, il cui solo fatto di acquistarlo costituisce un atto iniziatico, non è di per sé un errore.
Quando ho preparato la mia bella antologia sul sionismo per i tipi di Feltrinelli, che ha avuto una recensione positiva sul manifesto (ben nove righe, eh!) sono stato bene attento ad evitare di includere personaggi come Jabotinsky o Eldad, perché appunto la cultura italiana non subisse quel sulfureo fascino iniziatico.
Ma sarebbe un errore considerare che solo un accurato apparato di commento sia lo strumento efficace per smontarlo.
Infatti io mica ho commentato gli scritti di Jabotinsky, mi son ben guardato dal nominarlo. Eh, che signor commento che ho scritto...
Per rispondere alle banalità del razzismo occorre una preparazione culturale e una sensibilità culturale che non sembrano diffuse
Particolarmente, va detto, tra i sefarditi. Che sono pure un po' negri e, non casualmente, votano Likud.
e che comunque la scuola non è in grado da sola di risolvere. Una cultura e una sensibilità, per di più, e questo è il dato su cui vale la pena riflettere, che nessuno avverte come necessarie. E’ solo perché gli insegnanti non sono preparati?
In questo caso, chiaramente, la colpa è di Begin.
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domenica, giugno 01, 2008
ciao manifesto
Un tal concentrato di guano che fa comprendere come ogni correzione sia inutile, quel che non va è proprio l'impostazione di fondo. Che non sarà antisemita, ma certo è noiosa nel voler ribadire fino allo sfinimento che gli ebrei non sono popolo, sono religione.
Adesso ci sarà magari qualcuno che scrive una revisione, un commento, che dà vita al dibattito. Come se fosse legittimo dibattere con chi fa strame della memoria della Shoa, usandola per infamanti paragoni. E già me li vedo scondizolare felici perché Il manifesto ha pubblicato la recensione del riassunto del dibattito con la relativa puntualizzazione.
Scusate, non mi basta. Io non ho in tasca il passaporto di uno Stato razzista e teocratico. Questo Paese non è nato come gentile concessione delle potenze alleate, ma sorge da una lotta di liberazione che per una persona di sinistra dovrebbe avere la stessa dignitià di quella dei palestinesi. Io mi sono stufato di non vedermela riconoscere questa dignità, o di vederla legata a condizioni sempre più impossibili da soddisfare, tipo "prendere le distanze da" qualcuno che è morto e sepolto; o -come fa Traverso- alla creazione di uno "Stato per tutti i cittadini" che significa far sparire il carattere ebraico dello Stato. E abolire la Legge del ritorno, ovviamente.
Ma perché chiunque si sente legittimato a infilarsi nel dibattito interno agli ebrei ed al movimento sionista e a distribuire patenti di legittimità e di fedeltà al verbo della sinistra, e nessuno, cacchio, nessuno, prova a fare lo stesso con i palestinesi?
E con questo Il manifesto finisce definitivamente nel cestino della carta straccia. Non ho nessuna voglia di sprecare tempo e meningi per ribattere a così plateale malafede, figurarsi per dialogare o inventarsi "spazi di dialogo" che non ci sono. O in cui, per entrare, bisogna (sai che novità) dimenticarsi di essere ebrei, salvo tirarlo fuori, questo essere ebrei, ogni volta che parla Gianfranco Fini.
Io sono ebreo perché sì, e non devo giustificarlo a nessuno, e non credo sia una cosa intelligente amputare questa appartenza per "dialogare" con chi la reputa un ostacolo. E questa appartenenza implica un legame con un bel Paese che si chiama Israele e che fareste bene a visitare in fretta. Gnegnegnegnegne.
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mercoledì, maggio 14, 2008
sono troppi
La cosa più atrocemente imbecille sta nel nome. Nell'invenzione di un addirittura Commissario con poteri straordinari per risolvere il problema Rom, problema iniziato per una panzana clamorosa, quella della zingara che avrebbe cercato di rapire un bambino a Napoli. Roba non verificata e sulla quale la polizia getta inutilmente acqua sul fuoco e che viene, sai che novità, data per scontata. Per venire incontro al famoso bisogno di sicurezza della stracazzo di famosissima ggggente, non si pensa a istituire un commissariato, una autorità alla sicureza, un comitato ordine pubblico, no. Si indica da subito, nel nome il colpevole e il capro espiatorio. E Penati, da sinistra, si accoda. Adesso ditemi, se voi foste un rom abruzzese, un sinto mantovano, uno di quelli che vivono nelle case, insomma, li mandereste le figlie a scuola? Domani? A stare accanto a compagni di scuola che a casa hanno detto ai genitori Sai che ho una zingara in classe?

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martedì, maggio 13, 2008
tsunami
Rosa inizia spiegando che accostare, o paragonare, due atti criminali è una cazzata strumentale. Ora, se c'è qualcosa che posso aver imparato in un anno di studio intensivo delle fonti ebraiche, è che in un qualsiasi dibattito vince chi impone le regole. L'accostamento imbecille e strumentale tra omicidio razzista a Verona e rogo di bandiere israeliane, è un accostamento, appunto, imbecille e strumentale (sì, anche se lo fanno Gianfranco Fini o Bruno Vespa - davvero curioso pensare che Fini o Vespa dicano delle robe imbecilli e strumentali?) e mi domando perché dare retta (= dedicare spazio, tempo e bytes) a un accostamento imbecille. Perché farsi dettare le regole del discorso da qualcun altro.
Una volta accettate le regole del discorso, Rosa passa a parlare non di bandiere e skinheads, ma di ebrei e fascisti. Cioé, no: prima fa una specie di scoperta dell'acqua calda, ovvero che per la piccola borghesia italiana quando c'era Lui i treni arrivavano in orario. E che, da un po' di tempo, ha preso piede una visione rosea del Fascismo, appena oscurata dalla piccola ombra delle leggi razziali, che se non ci fossero state sai che figata. Ragazzi, che scoperta interessante. Ricordo di aver sentito una decina di anni fa Andreotti dire con la sua solita voce sorniona: "penso che il consenso al fascismo sia finito con le leggi razziali". Ma ricordo che prima ancora, quando il Comune socialista di Milano organizzò una mostra dedicata agli anni Trenta, di leggi razziali manco si parlava. E nella mia Università (quella di Chabod) il solo sfiorare l'argomento causava degli imbarazzati silenzi, con la solita docente di destra che si premurava di spiegare, cambiando discorso, che lei era appena stata all'Unversità EBBraica di Gerusalemme (sì, raddoppiava le B, la signora).
In altre parole, io sono molto più pessimista di Rosa, penso che l'antifascismo organizzato e consapevole sia stato in Italia scelta ideale di una minoranza, la quale minoranza ha creduto di trovare consenso solo quando qualcuno brontolava che piove governo ladro. Il consenso al fascismo c'è stato, si è interrotto quando piatti e pentole erano vuote, si è trasformato in nostalgia rassicurante ad ogni avvisaglia di conflitto sociale e si è esteso fino a coprire di oblio le leggi razziali. Che oggi vengono ricordate solo per dire che gli italiani hanno salvato gli ebrei.
Ma seguiamo il ragionamento di Rosa. C'è stata la premessa maggiore, basata sulla accettazione di un paragone imbecille. Ne è seguita la parentesi storica, in guisa di premessa minore. E ora vediamo la conclusione del sillogismo. Ci sono ebrei che si prestano al gioco, che ringraziano Fini per aver baciato la bandiera di Israele. E se Rosa può capire Fini e la sua disperata (?) ricerca di legittimazione, quello che non riesce a tollerare sono gli ebrei che cercano di andare d'accordo con il governo in carica. E viene da chiedersi che cavolo d'altro dovrebbero fare, gli ebrei, per ottenere la approvazione di Rosa.
Passare il tempo a confrontarsi con fascisti alla Martinez, convinto che sia il Mossad ad aver ordinato ad Alemanno di cacciare i Rom dal territorio della capitale? Invitare Israele a scatenare una guerra contro il governo italiano, democraticamente eletto, e che per ora non minaccia affatto la popolazione ebraica? C'è stato un periodo in cui ero intrigato da tutta questa cagnara sul web, in cui gli ebrei diventavano la raffigurazione disincarnata dell'eterno antifascista o del sempiterno oppressore. Mi chiedevo come fosse possibile che persone in carne ed ossa venissero così rapidamente trasformate in simboli. Trasformare le persone in simboli è una operazione complicata -e alcuni poeti, mai tradotti in italiano, qua in Israele lo fanno con esiti letterari molto superiori a Celine ed Ezra Pound e Drieu La Rochelle e tutta la robaccia fascistoide che è stata rispolverata nei fetenti anni Ottanta.
Ma sul web, quando ci sono di mezzo gli ebrei, le cose diventano molto più facili e immediate. Per qualcuno l'Ebreo è il simbolo del capitale globalizzatore, che distrugge foreste vergini e costruisce villette e centri commerciali. E per qualcun altro l'Ebreo è diventato l'oppositore sempiterno del Fascista, ovunque e comunque. Peggio: ci si ricorda che gli ebrei esistono solo quando e se c'è un nostalgico fascista che va zittito. Che la storia sia maledettamente più complicata ce lo si dimentica. Si stende un velo neanche tanto pietoso sulle vicissitudini degli ebrei fascisti, di chi si è fatto abbindolare, come la maggioranza assoluta della borghesia italiana, dalla retorica risorgimentale e in qualche caso persino anticlericale con la quale Mussolini conquistò il consenso degli italiani.
E prima che una ondata di noia mi tramortisca definitivamente, faccio in tempo a intravvedere la vetta lirica di Rosa: le persecuzioni antiebraiche sono sempre l'inizio della fine, l'incipit di uno "tsunami" che prima o poi travolge tutti. Uh. Vai a spiegarlo agli ebrei russi e polacchi, egiziani o siriani: negli anni Sessanta del secolo scorso, ovvero quando io e Rosa siamo nati, le persecuzioni antisemite (Posso chiamarle così? Posso, davvero? Anche se lo fa Gianfranco Fini?) prendevano di mira gli ebrei e solo gli ebrei e quando e se sono finite, ricominciavano contro gli ebrei e morta lì. Altro che tsunami. C'è qualcosa di morboso, secondo me, in questa raffigurazione degli ebrei come agnelli sacrificali, vittime predestinate di ogni dittatura, primi a morire sempre e comunque. Per Rosa, a quanto pare, è una specie di pietra angolare della sua visione del mondo, della politica e dell'ebraismo intero. Fonda quella eterna opposizione tra ebrei e fascisti che sta, secondo lei, nel mondo delle idee e ogni tanto si incarna su questa terra, il fascista con le vesti di Silvio Berlusconi e l'ebreo, boh - forse con quelle di Bertinotti, soprattutto quando visita il Salone del Libro. O di Marco Travaglio, anche egli perseguitato, se ci fate caso.
E (bis) questi sarebbero gli strumenti concettuali con cui la sinistra italiana si appresta ad attraversare il deserto berlusconiano. Che per me sarà davvero un deserto, sia chiaro, magari anche costellato di miraggi identitari. Auguri, ripeto.
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domenica, maggio 04, 2008
italia, 2008
Per il 42% degli italiani gli ebrei sono "simpatici", il 32% ritiene invece il contrario e un 26% non si pronuncia. Un italiano su tre è dunque - rivela il sondaggio - 'ostile' agli Ebrei: il picco è tra i maschi, tra le persone tra i 50 e i 60 anni, tra i lavoratori autonomi, tra i residenti al centro specie nei comuni medio-grandi. Ma le più accentuate variazioni dell"antipatià verso gli Ebrei - sottolinea il sondaggio - si rilevano in relazione all'orientamento politico: i più esplicitamente sfavorevoli sono tra coloro che si dichiarano di sinistra e laici. Un dato piuttosto "allarmante" del sondaggio è quello che indica un 23% di popolazione nazionale d'accordo con l'affermazione che "gli Ebrei non sono Italiani fino in fondo", di fronte ad un 33% che invece non concorda e ad un'ampia percentuale di neutrali (44%). Infine il sondaggio rileva che solo l'11% della popolazione riesce a stimare con relativa precisione il numero degli ebrei in Italia, il 56% invece non riesce a dare una risposta. Per Mannheimer sulla base della più recenti studi, si possono distinguere almeno tre "tipi" di antisemitismo: quello "classico" (10%), di natura più religiosa, quello "moderno" (11%), di carattere più xenofobo e quello "contingente" (11%), spesso connesso al giudizio su Israele. (ANSA)
Tutto questo sarà inevitabile fino a quando gli ebrei della Diaspora continueranno a stare al gioco di Israele, a confondere religione e politica attirandosi la simpatia degli integralisti di ogni risma (commentatrice noiosa di questo blog, 2008).Gli ebrei nel mondo si distinguono per motivi culturali e/o religiosi, e sono da secoli integrati socialmente (le persecuzioni sono delle aberranti eccezioni della società nella quale si trovavano ovviamente, non degli ebrei). Sono i sionisti che hanno creato un grosso branco di nazionalisti con le funeste conseguenze che vediamo in Medio Oriente ed i riflessi in tutto il mondo. I nazionalsionisti saranno pure ebrei in maggioranza, ma non sono l'ebraismo che ha attraversato i millenni. Purtroppo anche nelle statistiche i termini vengono "miratamente" confusi, ma per gli ebrei in quanto tali non esiste antisemitismo, c'è sicuramente un diffuso antisionismo dovuto al nazionalismo coloniale dei sionisti che hanno invaso la Palestina (militante di sinistra, dal forum it.politica.internazionale)
[Lo scopo degli ebrei] dovrebbe essere di fondersi sempre meglio con gli altri italiani; procurando di cancellare quella distinzione e divisione nella quale hanno persistito nei secoli e che, come ha dato occasione e pretesto in passato alle persecuzioni, è da temere ne dia ancora in avvenire. (Benedetto Croce, 1946)
Paragonare Rosa Luxemburg con Vladimir Jabotinsky? Beh, bisogna distinguere, come insegna Benedetto Croce, tra religione, ideologia e contesto storico (dotto commentatore di questo blog, 2008)
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venerdì, maggio 02, 2008
appartenenze uno
Quando faccio la spesa provo il mio ebraico. Devo avere un accento sudamericano, mi prendono per argentino o brasiliano. Ultimamente anche per americano, sarà per via dei miei compagni di scuola che mi hanno passato qualche erre arrotolata. Tocca sempre a me dire: lo, anì meItalia, no, vengo dall'Italia. Non ci sono molti italiani qui.
Arabi o ebrei, che in questa città a volte distingui solo perché i secondi portano la kippà, ti scodellano allora i soliti luoghi comuni: calcio, pasta. Qualcuno ride e dice Berlusconi, proprio come in Grecia ridevano e dicevano Andreotti - era il periodo che Andreotti era sotto processo e la Grecia aveava cercato di uscire da una sua Tangentopoli con un governo composto da conservatori e comunisti. Chi è cresciuto in Russia ride aggiungendo che il nostro Partito Comunista non era niente di serio, comunisti che amavano il vino e rispettavano le chiese.
Ieri Gerusalemme si è fermata per due lunghissimi minuti - nell'elenco dei nomi che abbiamo letto c'era anche qualche nome italiano. E la cerimonia è finita cantando Ha Tikwa, l'inno di Israele. Una specie di cenno a Yom ha Atzmaut, il Giorno dell'Indipendenza, che nel calendario di Israele segue Yom ha Shoa. Israele come risposta ebraica alla catastrofe, rifugio dalla persecuzioni, in una parola -appunto- Tikwa, speranza.
Il che comporta qualche problema. Cito la mia amica Dena: Israele, il sionismo, mira ad annullare la Diaspora. Un israeliano dovrebbe guardare alla civiltà della Diaspora nello stesso modo in cui gli egiziani di oggi, musulmani, guardano alle piramidi. Relitti di un passato splendido e chiuso.
Insomma: il sionismo non è riuscito a sostituirsi, come religione civica, con i propri riti e il proprio calendario, alla religione ebraica. Ha solo creata un altra interpretazione degli stessi testi, a volte un po' più povera e divenuta rapidamente datata, come le haggadot filo-sovietiche della Hashomer Hatzair, sulle quali i miei amici russi si fanno della gran risate, ormai più nemmeno tanto amare.
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venerdì, aprile 25, 2008
25 aprile 2008
Quando scesi dal trenino che mi riportava a casa incontrai un ferroviere comunista, meridionale, che conoscevo da tempo. Era uno dei tanti che, infuriati con le gerarchie sindacali, avevano votato Lega; non capiva cosa ci fosse di male in quel suo voto di protesta, in quei leader politici tutto sommato nuovi che parlavano un linguaggio che lui capiva (sicurezza, innanzitutto; ma anche stipendi al riparo dalla concorrenza extracomunitaria).
Negli anni successivi ho sempre pensato a quella manifestazione come a quella che seguì l'attentato di Piazza Fontana, quando la Milano medaglia d'oro della Resistenza fece capire ai fascisti che non ci sarebbe stato spazio per soluzioni autoritarie. Mi sbagliavo? Forse: il fascismo di oggi non ha bisogno di soluzioni autoritarie e poi la storia si ripete solo come farsa.
Comunque ogni anno mi sono quindi sentito obbligato a partecipare alle manifestazioni per il 25 aprile, anche quando era difficile; e con gli anni, partecipare in quanto ebrei, è diventato sempre più difficile.
Un paio di anni fa mi sono invece trovato ad essere a Gerusalemme. Il 25 aprile coincideva con Yom ha Shoah, quando tutto il Paese si ferma pensando alla catastrofe più grande per il popolo ebraico, che è anche il punto più basso della storia umana - mai prima, e mai poi, la logica dello sterminio ha avuto la meglio sulla logica economica. Mi sono sembrate irrimediabilmente lontane le strumentalizzazioni italiane di quel tornante storico - che è lo stesso da cui Israele è nato. Voglio dire che mentre in Israele si è in contatto con la storia, in Italia si usa la storia per svolgere la conta di chi c'è e di chi non c'è (e se io fossi un amministratore pubblico considererei obbligatorio esserci, anche se rischio i fischi - fischiano me, non la mia carica). E non manca mai il solito deficiente che vede nei palestinesi i continuatori dei partigiani - quando dovrebbe essere chiaro da che parte combatteva il Muftì di Gerusalemme- e che, essendo un deficiente, si sente obbligato a riempire la parte deficitaria della sua identità argomentando con te. E tu fesso che stai al gioco.
Anche quest'anno siamo in Israele per il 25 aprile. Che capita in una settimana in cui tutto il popolo ebraico pensa alla propria libertà. Siccome gli ebrei sono quello che sono, e non sono capaci di pensare a stomaco vuoto, men che meno di mangiare in silenzio, questo pensare alla libertà si traduce in cibi non lievitati, che ricordano i duri anni nel deserto, quando il cibo lievitato era un lusso per i ricchi e gli oppressori. C'è poi il fatto che violenza, oppressione e lievito in ebraico sono parole molto simili, e quando uno va a fare la spesa qui la fa (indovinate) in ebraico e ha una formidabile occasione per pensarci.
Non penso più che la libertà del popolo italiano sia a rischio, con il governo che si sono scelti. Mi piacerebbe dire che la sinistra li ha costretti a sceglierselo così, ma non è vero. Ci sono, e forse sono la maggioranza, italiani che sono indifferenti alla sinistra e che rimarrebbero tali, o addirittura ostili, anche nella ormai remota possibilità che la sinistra si presenti unita, capace di governare, esperta nella mediazione, e che il suo governo renda l'Italia un Paese più equo e più giusto. Esiste tutto un settore di italiani che questa roba la cerca altrove e che si sente (spesso a ragione) demonizzata dagli eredi dei partigiani, ovvero da noi. Bisognerebbe capire meglio, perché sospetto che il consenso di questi ceti sia cruciale per vincere i prossimi confronti elettorali, sui quali non riesco ad essere ottimista. Ma preferisco evitare pensieri deprimenti perché oggi è un giorno di festa. Anche se alle manifestazioni per il 25 aprile non ci sarò, questa data continua ad essere un giorno speciale per me e la mia famiglia. Dovunque ci troviamo.
Auguri a tutti.
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giovedì, aprile 17, 2008
e adesso quale hasbarà
Ho solo un pensiero che voglio scrivere qui: si dice che è stato più difficile fare uscire l'Egitto dal cuore degli ebrei, che gli ebrei dall'Egitto. Facciamo tutti un sacco di fatica nello spiegare al mondo non ebraico, nel giustificare questa o quell'usanza, questa o quella politica di Israele, questo o quel partito israeliano. E se questo fosse l'Egitto, la casa di schiavitù, che abbiamo dentro? Se questo bisogno di renderci presentabili, morali, accettabili, agli occhi altrui, se fosse questo il nostro Egitto, la nostra caduta, la nostra schiavitù? E' solo una domanda, che però non mi abbandona da giorni. Ci deve essere una ragione per la quale mettiamo così tante energie (un lavoro da schiavi, si dice qui in Israele) in questa opera di cui si vedono, ad essere generosi, solo pochi risultati.
Vabbé, è un pensiero che mi deriva dal fatto che le ultime elezioni, se non altro, renderanno inutile in Italia l'opera di hasbarà: il prossimo governo, pur con tante robe brutte, sarà probabilmente un buon amico di Israele. C'è da chiedersi a cosa si dedicheranno gli amici di Informazione Corretta, che hanno sempre sottolineato con puntualità le sbavature della stampa, partendo dal presupposto che sia la stampa a influenzare la sensibilità collettiva e, tramite essa, i politici.
Ma forse no, forse per la hasbarà c'è ancora spazio. Dopo una sconfitta di queste proporzioni ci si dà alla ricerca di un capro espiatorio; la sensibilità della sinistra attuale è molto vicina all'integralismo cattolico: indovina con chi se la prenderanno per la sconfitta. Indovina quale battaglia sceglieranno per riaggregarsi dietro qualche bandiera e ripetersi la litania autoconsolatoria: noi perdiamo perché siamo moralmente superiori; ma guardate quanto sono cattivi gli altri. Vabbé, ma anche se fosse, vale la pena di perdere tempo per spiegare, quando è chiaro che non si vedono risultati, che la maggior parte degli italiani non sono interessati a identificarsi con "i palestinesi" cari alla propaganda del partito di Diliberto?
Perché forse è tutta la hasbarà, la spiegazione, che è priva di risultati e che è inutile. Le ultime elezioni non sono state vinte da leader politici che passano tanto tempo a spiegare. Potrà non piacere, e a me non piace per niente, ma questa è la realtà dell'Italia, che poi non è così diversa da quella di altri Paesi.
Oggi siamo schiavi, domani saremo liberi. Hag sameakh a tutti.
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martedì, marzo 25, 2008
ma anche
Però voglio spiegare come mai ero finito in così strane compagnie. Era finito il mio servizio civile, che è andato come ho già raccontato, e mi ero imbattuto in un atteggiamento intllettuale molto comune, quello del Ma anche. La conversazione di solito inizia quando qualcuno ti pone domande su cosa fanno gli ebrei in una data cosa, poniamo il Sabato, tu rispondi con una spiegazione piuttosto cortese e l'interlocutore Ma anche noi cristiani, o i pigmei, o gli indigeni della Papuasia, fanno così. E il sottinteso è: perchè darvi tanta pena di distinguervi da noi, perché vi ostinate con il vostro bizzarro Sabato e non festeggiate la domenica come tutti? Poteva essere lo Shabbat, la circoncisione, il monoteismo, la cucina senza cibo lievitato dieci giorni all'anno, costruire la sukkah, digiunare a Kippur, era tutto un Ma anche.
Che poi non è mica limitato alla mia amara esperienza della gente che ho conosciuto durante il servizio civile: mi è capitato di raccontare come la penso sui matrimoni interconfessionali, per sentirmi dire che ma anche i sardi preferiscono sposarsi tra di loro. O di spiegare come funziona la carriera di rabbino e, per tutta risposta, mi è stato detto che ma anche i cattolici mandano i figli in seminario. Ci sarebbe la piccola differenza che un prete non è un modello per tutti, perché non ha una vita sessuale, al contrario delle persone comuni, ma questa evidentemente sfugge. Come sfugge il fatto che gli ebrei non hanno una Chiesa, con gerarchia e papa. L'episodio più impagabile è stato quando una vicina di casa ha suonato, dice lei per sbaglio (slikha), si è attardata a chiaccherare di figli con mia moglie, è dovuta correre a prendere della roba e ha chiesto a mia moglie di dare un occhio al bambino per dieci minuti. Ed è da allora che abbiamo delle ottime relazioni con questa signora e i suoi nipotini, relazioni fatte di slikha, di porte sempre aperte, di ebraico con diversi accenti (latino il nostro, irakeno il loro) e di bambini che si conoscono. Tu vai a raccontare queste roba a un amico via ICQ e quello ti commenta che ma anche i napoletani ed i portoricani.
Ecco, io di questo Ma anche, che ora come ora mi causa solo una lieve irritazione, ero davvero un po' stufo, perchè dietro c'era attaccato molto malanimo, molto "ma cosa rompete i coglioni a fare, non vi basta che vi abbiamo regalato uno Stato". Per questo ero finito a cercare qualcosa di autenticamente ebraico: mica lo ho trovato, ovviamente; però ho imparato molte cose, pure in quella compagnia bizzarra. E nel frattempo ho notato che tutti quelli che commentano il poco di ebraismo con cui vengono a conoscenza, con uno dei loro antropologici Ma anche non stanno affatto indicando un fondo di umanità comune che travalica tutte le differenze culturali, perché a un sardo, a un cinese, a un napoletano o a un portoricano non direbbero mai che Ma anche gli ebrei. Figurarsi a un palestinese.
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venerdì, marzo 21, 2008
פורים
Ringrazio il mio amico F. Levi M. per il bel biglietto di auguri, da cui ho piratato l'immagine che vedete sopra.Sta di fatto che Fiamma Nirenstein è stata raffigurata da Vauro in una vignetta che NON mette insieme la "stella di David" (scusate, lo chiamo così, perché il suo nome originario, Maghen David, sembra sprecato in questa polemica da cortile, così come ogni richiamo all'ebraismo) con la svastica ma con il fascio littorio - che a ben guadare non ci sarebbe niente di strano, visto che la dirigenza dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane appoggiò il fascismo in maniera entusiastica, all'epoca. E che l'antifascismo fu impegno di pochissimi - lo riconosce persino Ha Kehillah, che una volta voleva farne una bandiera, di questa identificazione tra antifascismo ed ebraismo italiano.
La Nirenstein, come da copione, se la è presa un sacco. Vauro è uno che gioca in maniera oscena con l'immaginario antisemita: vedi i suoi Gesù bambini avvolti in kefya, o la vignetta sull'autobus esploso a Tel Aviv in cui era difficile distinguere tra ragioni e torti. Non deve essergli sembrata vera la possibilità di querelare chiunque gli dia dell'antisemita, per sperare di potersi presentare, del tutto mondato del terribile stigma (che -si sa- fa peredere le elezioni) certificato da una sentenza in nome del popolo italiano; che poi la stessa magistratura chiuda gli occhi davanti ai berlusconiani conflitti di interessi o a più orridi slogan negli stadi, si sa, è un dettaglio. Improvvisamente la magistratura è diventata, per Vauro e i suoi noiosissimi sostenitori, la fonte autorevole che permette di distinguere tra le vignette degli anni 2000 (in cui si vedono ebrei che uccidono Gesù) da quelle degli anni Trenta (in cui idem).
Scusate: che palle. Che rotonde, sferiche, immense, noiosissime, insostenibili palle. Quanto è lontana tutta questa roba dalla vita concreta degli ebrei reali, dai missili che piovono su Sderot, dalle trattative per il futuro di Gerusalemme, dalle sinagoghe sempre più vuote e dai musei sempre più costosi.
Io ci avrei anche un suggerimento, per quelli che sono interessati. Siamo a Purim, giusto? Ma facciamoci una festa in maschera. A Purim leggiamo la storia del perfido Haman, del suo tentativo di sterminare gli ebrei e della sua miseranda fine, impiccato o impalato (io preferisco pensare che sia la seconda) alle stesse forche che aveva fatto alzare per uccidere gli ebrei, popolo che ai suoi occhi aveva la colpa di "stare sempre per conto suo". Ma travestiamoci da Haman, che diamine! Qualcuno vuol venire con la kefyah (made in China) attorno alla capoccia, e ben venga! Qualcun altro vuol venire vestito da Vauro, da Dacia Valent, da Oliviero Diliberto, con il distintivo di Hezbollah (partito-perfettamente-legale)? E che faccia pure, voglio vederli i compagni che ci querelano perché noi ci si diverte, e poi vanno in tribunale a spiegare che secondo loro gli ebrei possono tenere i festeggiamenti per Purim solo se non offendono quella che secondo loro è la Memoria della Resistenza. Io per l'occasione mi travestirei da D'Alema, con indosso una urna elettorale e pitturato fuori il simbolo di Hamas e la scritta: "Hanno vinto le elezioni... loro".
Davvero non capisco perché e quando abbiamo perso la capacità di ridere dei nostri nemici; ooops, pardòn, degli equidistanti tra lo Stato degli ebrei e quelli che lo vogliono spianare e che vanno a braccetto con terroristi islamici e nazifascisti. Trovo anzi che questa incapacità di ricorrere a una bellissima parte della nostra tradizione sia un pericoloso sintomo di assimilazione.
E ora beccatevi questo video, assieme ai miei auguri. Che qui a Gerusalemme Purim quest'anno dura tre giorni, a me gira ancora la testa per la bevuta di ieri, e stasera si ricomincia.
Per le persone serie, invece, qui trovate un bellissimo pyut per Purim. Viene dal repertorio della comunità ebraica sefardita siriana di Gerusalemme, che sta qui da più di un paio di secoli E ovviamente Purim sameakh a tutti, pure a Fiamma Nirenstein. A Vauro no, non è ebreo e non sa che significa.
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נחום
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martedì, febbraio 26, 2008
immaginate un fascista - 3
Si formano quindi (e lo so che il termine non sarà molto originale) comunità virtuali, in cui si è conosciuti più per pseudonimo che per nome, in cui si stringono legami tramite qualche messanger; p. es. andava di moda firmarsi con il proprio codice di ICQ. Comunità di gente he si incontra su Usenet in una specie di bar sempre aperto, in cui lasci il tuo messaggio, e prima o poi qualcuno, di cui riconosci nome (pseudonimo) e magari pure lo stile, ti risponde, poi interviene un altro, poi tu di nuovo e così via. Una caratteristica saliente è che l'argomento che sta nella riga del subject di tutti questi messaggi, di solito dopo un paio di giorni non c'entra più un accidente con l'argomento di cui si è finiti a parlare.
Molto importante: periodicamente, qualcuno organizza dei raduni (cioé delle cene qua e là) in cui chi ha voglia di faesi vedere e di uscire dall'anonimato si fa, appunto, trovare. Usenet inoltre ha un proprio gergo, di cui formirò qualche esempio.
Come si sarà capito, un utente abituale di Usenet è uno che ha un sacco di tempo a disposizione, che consulta Internet più volte al giorno; e sei popolare più sei reattivo, più spesso intervieni, più decisamente leghi il tuo nicknames a un dato gruppo di argomenti e idee, o semplicemente a uno stile. Il mio primo post (messaggio) in it.fan.culo venne accolto da una serie di applausi virtuali, del genere: "benvenuto in queste lande, trita-beghini ufficiale di Usenet" perché in it.cultura.religioni e it.cultura.storia avevo flammato (litigato in maniera accesa) con un sacerdote cattolico in vena di evangelizzazione e/o apologetica.
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נחום
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7:28 AM
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immaginate un fascista - 2
Nella Usenet di lingua italiana esistevano già allora centinaia di forum di discussione, e per crearne uno nuovo c'era, e c'è ancora, una procedura precisa, che grossomodo consiste nel raccogliere un numero di interessati. Molti gruppi erano (e sono) moderati, nel senso che il messaggio, per comparire ed essere scaricato da tutti gli altri utenti, deve essere letto e aprovato da un tale, che si definisce moderatore. La moderazione serve ad evitare lo spam (cioé la pubblicità molesta) che rallenta i tempi e in quell'epoca alleggeriva le tasche. Ma la moderazione ha anche altre comprensibili funzioni, in gruppi di discussione che sono oggetto, diciamo, di attenzioni e provocazioni - e i gruppi di discussioni ebraici in italiano sono uno di questi.
Il moderatore di solito è la persona che ha proposto il gruppo. Se costui si stufa e trova un altro modo di passare il tempo, il moderatore viene individuato da un gruppo di persone, che si definisce Gruppo di Coordinamento Newsgroup e che è stato costituito agli inizi della rete Usenet in italiano, da parte di gente interessata a questa forma di comunicazione.
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7:12 AM
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lunedì, febbraio 25, 2008
immaginate un fascista - 1
Vi chiedo di invece immaginare uno sui trenta-quaranta anni, figlio (poniamo) di un reduce di Salò per nulla pentito, che è in buoni rapporti con militanti di estrema destra (lui, mica suo padre) e ovviamente anche con negazionisti, quella gente che racconta che Auschwitz è un baraccone messo su dal Mossad per creare Israele sfruttando il senso di colpa dei tedeschi e dei non ebrei in generale. Il fascista di cui stiamo parlando ha anche in casa diversi libri scritti da quella gente, per dire questo genere di porcate. Ecco, vi chiedo di immaginarlo: con tanto di capello corto e occhiali da sole Ray Ban.
Secondo voi è una persona adatta a moderare un forum di discussione di argomento ebraico? Lo so che è una domanda retorica, perché il minimo che si può dire di un personaggio del genere è che di ebraismo non capisce una fava e che solo a un imbecille può venire in mente di dargli la possibilità di decidere di cosa si può parlare in un contesto di argomento ebraico (il moderatore di un forum di discussione ha un solo strumento a disposizione: impedire a un dato messaggio - o, in casi estremi, a un dato utente- di comparire all'interno del forum).
Solo che gli imbecilli esistono, ed esiste anche quel tipo di imbecilli (quelli che permettono a quel tipo di fascista ecc. ecc.). Nei prossimi giorni vi racconto in che senso esistono questo genere di imbecilli.
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נחום
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martedì, febbraio 19, 2008
tagliare, tagliare
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Etichette: Italia
domenica, febbraio 17, 2008
ciao Luca
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Etichette: Israele, Italia, personalia
lunedì, febbraio 11, 2008
frasi
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venerdì, febbraio 08, 2008
congetture
Congetture su come si colora una strada
Altro genere di congetture
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נחום
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9:44 AM
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