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giovedì, ottobre 18, 2007

un gran shalom a Ruggero

- ma ciò che conta è che ti ho ritrovato
- grazie,!
- non si ringrazia un sentimento che si prova
- si ringrazia chi te lo dice!
- no si ringrazia D_o che ci ha fatti incontrare
(...)
- ho pieno di ricette kasher sul mio blog he he

sabato, novembre 25, 2006

conformismi

[prima parte qui]

Ci sono diversi modi per riconoscere il cibo kasher. Si possono cercare sulle confezioni gli appositi marchi, si può controllare che il negozio di alimentari sia provvisto di certificazione, oppure ricorrere agli elenchi distribuiti dalle Comunità.
Le certificazioni di kasherut costituiscono una delle maggiori fonti di reddito per i rabbini ortodossi, che spesso svolgono un lavoro ammirevole. Trovàtelo voi un qualsiasi libero professionista che si alza ad ore antelucane per visitare un macello o una fabbrica di biscotti. Si trovano invece abbastanza facilmente aziende disposte a pagare i suddetti rabbini per assicurarsi la fetta di mercato degli ebrei ortodossi.
Chi mangia kasher in questo modo si lega ad una precisa comunità, quella degli ebrei ortodossi. I quali, il più delle volte non prevedono di riconoscere lo status di ebrei ai non ortodossi, rifiutano di riconoscere il diritto delle donne a diventare rabbine o a essere contate a minyan e considerano l'omosessualità, più o meno, una malattia. I valori in base a cui si compie la scelta di mangiare kasher sono, in questo caso, piuttosto chiari. Ci si uniforma, appunto, per conformismo.
Ma anche nelle comunità liberali si può scegliere di seguire la kasherut per conformismo. Avviene quando la scelta della kasherut è compiuta sulla base di motivazioni del tipo: anche gli altri fanno così. In questo caso gli "altri" sono le comunità liberali inglesi che, sostenendo la priorità dell'ethics rispetto alla efficiency, raccomandano i prodotti del mercato equo e solidale. Un percorso che lega la kasherut alla dimensione etica: chi mangia kasher e, contemporaneamente, Fair Trade si unisce alla comunità di chi, con gesti concreti e quotidiani, opera per una più equa ripartizione delle risorse. Compie cioé un gesto di Tikkun Olam.
Questi aspetti però mancano nelle indicazioni che provengono dall'Italia. Probabilmente perché il mercato equo e solidale, in Italia, è occupato anche da prodotti provenienti dalla Palestina.

mercoledì, novembre 22, 2006

la razione K


Nutrirsi
significa cacciare giù per l'esofago verso lo stomaco della roba che possiamo chiamare cibo - ma anche no.
Mangiare significa qualcosa di più: relazionarsi. Si mangia del cibo; "ho mangiato del nutrimento" credo sia una frase tanto strampalata che non esce nemmeno da Babelfish. Siamo in contatto con chi ha preparato fisicamente il cibo che mangiamo: sia che lo vediamo, sia che non lo vediamo. Con chi ha raccolto il cacao, con chi ha inventato la formula del cioccolato, con chi ha appiccicato l'etichetta della Nutella sul barattolo.
Siamo in relazione anche con chi pesca dal nostro stesso barattolo di Nutella. Con coloro che fisicamente siedono a tavola con noi. E anche se non abbiamo mai sentito parlare di Nanni Moretti, siamo in contatto anche con la setta degli adoratori della Nutella, e con la tribù che conosce il significato della parola Nutella. Attraverso il cibo che mangiamo siamo in contatto con altri esseri umani di cui condividiamo regole e valori.
Mia cugina e le sue amiche, per esempio, sono convinte che la Terra meriti di essere salvata dal riscaldamento globale perché solo su questo pianeta esiste (indovinate) la Nutella. Probabilmente anche qualche ragazzo (maschio) condivide questi valori. E tutti quanti combattono una quotidiana e vittoriosa battaglia contro i genitori, che sperano prima o poi di riuscire ad insegnare ai loro figli adolescenti che la Nutella si mangia utilizzando pane e posate e non, per dire, dita e patatine fritte.
Insomma quando mangiamo ci confrontiamo sempre con un sistema di regole, anche quando non ce ne accorgiamo. Il complesso delle regole alimentari ebraiche si chiama kasherut. E l'aggettivo che indica il cibo conforme a queste regole è kasher - כ ש ר, parola che assomiglia a kesher, legame - .ק ש ר Le due parole si assomigliano nel senso che differiscono per una sola lettera: la כ diventa la ק che crea legami.
Niente avviene a caso nell'ebraico. Non c'è nemmeno una parola per indicare il caso: la parola ebraica che si usa per tradurre caso significa principalmente fortuna. La prima lettera, quella delle regole, vale numericamente 20. La seconda, quella dei legami, vale 100. Ci sono 80 punti di differenza tra le regole e il legame. E anche questo non è un caso. Perché 80 è il valore di ע ו ד , radice delle parole tradizione, testimone, ancòra. E qui c'è una logica: una testimonianza ripetuta, detta ancòra, diventa una tradizione.
Cerchiamo di capire questo caso. Vediamo di esplorare questa fortuna. Il problema è: quando scelgo di mangiare kasher, a chi e come mi sto legando? A coloro che hanno confezionato, raccolto, preparato, impacchettato, spedito e cucinato il cibo che sto mangiando? A quelli che sono seduti al mio stesso tavolo? A coloro che condividono il mio stesso insieme di regole che, come tutte le regole, esprimono dei valori? E quali sono questi valori?
Proviamo a far tornare i conti. Testimoniare con il cibo e pubblicamente il proprio legame con una tradizione, quella ebraica. In una parola: conformismo. Troppo facile.
[II parte]