lunedì, marzo 26, 2007

vocaboli


Chissà se a Mantova c’è ancora chi si ricorda di Arturo Frizzi. Nato nel 1864, finì subito in orfanotrofio, ne uscì a sedici anni per incamminarsi sulla strada della ciarlataneria, assieme a truffatori, mercanti di elisir miracolosi, saltimbanchi, illusionisti, venditori di almanacchi, imbonitori e borsaioli. Gente che iniziava la propria carriera tagliando le tasche del pubblico assembrato intorno agli imbonitori con cui era in accordo. E quando i furti con destrezza iniziavano a finir maluccio, veniva il momento di aprire un circo, di comprare un “mestiere” [una giostra] o di passare a far l’imbonitore. Il mondo, insomma, dei “marginali” dell’Italia settentrionale, che ha affascinato studiosi diversissimi come Primo Moroni e Piero Camporesi, che ha sempre avuto un proprio ethos -lo notò pure Gramsci: i milanesi al confino si fanno vanto di non usare la rivoltella- ed un proprio gergo.
Di questo gergo Frizzi scrisse e pubblicò un dizionario. Da “umile figlio della Piazza” aveva sentito una naturale affinità con gli ideali del socialismo e si era trasformato in libraio: dalla sua piccola bancarella in piazza San Barnaba (“Portev a casa un liber!”) sciorinava le proprie pubblicazioni (Canzonieri e Dialoghi), libri di scrittori russi, “volumi antichi” e anche propaganda socialista, che gli guadagnò le attenzioni delle camicie nere. Si trasferì a Cremona, dove spese gli ultimi anni commerciando in quadri. Morì nel 1940.
Il Dizionario del gergo dei girovaghi, con cui Frizzi conclude il suo volume autobiografico Il Ciarlatano (Mantova, 1912; ma ristampato nel 1979) è un documento molto interessante. Fin dal Rinascimento gli eruditi italiani si divertono a compilare dizionari del gergo dei ciarlatani: ma a volte si trattava di materiale inventato, utile solo per ricostruire la mentalità delle classi dirigenti, la loro frenesia classificatoria. Il Dizionario di Frizzi invece deriva proprio, per così dire, dalla strada. Ed è interessante scoprire vocaboli ebraici in queste pagine scritte poche generazioni dopo l’Emancipazione. Traccia linguistica del mondo ebraico dell’Italia settentrionale: un universo non sempre legalitario e mai completamente borghese.
Il Saraff è l’acquirente in accordo con l’imbonitore, quello che -mischiato nel pubblico- si fa con una prima offerta. Togo (Frizzi nota che deriva dall’ebraico Tov) significa bello, fine, oppure Bene! Toghissimo è il termine che ne deriva. Bacaiar significa piangere e deriva dall’ebraico Bahah, piangere (e da qui: bacaiador, avvocato; bacaiarci, insegnamento, bacaiamento, brusìo del pubblico). Mismin (parente dell’yddish mishmash), significa affare di poco guadagno; Badanaio (dall’imprecazione ebraica Be-Adonay) significa gran disordine, casino, roba sgraziata.Un sapore del tutto ebraico ha il vocabolo per parlare di Dio: Sant'Alto. Mentre invece per dire Ebreo si diceva Quarantacinque (sarà la ghematrya, chissà).

1 commento:

laurentji ha detto...

leggi questo bel pdf:
http://www.liberliber.it/biblioteca/z/zanazzo/usi_costumi_e_pregiudizi_del_popolo_di_roma/pdf/usi_co_p.pdf

il vanto "di non usare la rivoltella" era comune alla malavita urbana di quei tempi, cito, ma giusto en passant, il monumentale "autobiografie della leggera" di Montaldi e la tipica iconografia dei giocatori di carte all'osteria con i coltelli piantati sotto al tavolo.

per quanto riguarda i gerghi specifici, sicuramente sarai al corrente dei gerghi degli spazzacamini, degli arrotini, dei calderai e di altri mestieri itineranti che erano vere e proprie lingue franche (un po' come lo Yiddish), lingue scomparse e di cui vi sono pochissime tracce.
bell'articolo, begli spunti, grazie.