domenica, luglio 15, 2007

culturalshock1

Gli studenti del primo anno di questo College sono una cinquantina. Tranne me e tre tedeschi, sono tutti americani (vabbé, c’è un canadese) e hanno tutti intenzione di lavorare (come rabbini o cantori) negli States, quando avranno finito gli studi, tra quattro o cinque anni. In questa cinquantina di americani ci sono, se non ho capito male, tre donne lesbiche. Forse ce ne è qualcun altra, ma queste sono quelle che son qua con la propria “significant other”. L’inglese è la lingua che è, e quando somebody ti parla del suo partner tu non riesci a dargli un genere, per cui potrebbero anche essere di più. Ripeto: almeno tre lesbiche in un gruppo di cinquanta futuri rabbini e simili.
Questo significa che tra qualche anno una percentuale significativa dei rabbini americani, la più grande comunità ebraica del mondo, saranno gay o lesbiche, sposate (sposati) con i relativi partner, e -sissignori- con tanto di prole: una di queste coppie ha appunto un bimbo, che NON è stato adottato. Vi assicuro che quando una donna allatta il figlio non ti chiedi se lei è eterosessuale. Vedi solo una donna che allatta un bambino: ci vuole il furore ideologico dei Ratzinger per scorgervi un pericolo per i valori dell’Occidente.
Ripeto: tra pochi anni una percentuale significativa dei leader religiosi dell’ebraismo americano saranno gay. E quando si parla di leader religiosi, stiamo parlando di un modello di ruolo, non di un sacerdote consacrato da una gerarchia, cui deve rendere conto. Il rabbino è essenzialmente responsabile di fronte alla propria Comunità; e se sostiene di fare “la volontà di Dio” – come se parlasse al telefono con il Padreterno tutte le mattine- fa ridere o fa preoccupare. Il rabbino deve conquistarsi il consenso della sua comunità, e allo stesso tempo è un modello di vita (e di osservanza) ebraica, perché l’Ebraismo si insegna innanzitutto con l’esempio - ecco perché un rabbino sposato trova più facilmente lavoro di uno single. Ora, l’Ebraismo non è solo una roba che si studia: si viene ammessi ai collegi rabbinici (queli seri, dico, non quelli che fanno i corsi per corrispondenza) non solo sulla base della preparazione, ma anche della personalità dell’aspirante candidato. Voglio dire che nessuna di queste studentesse ha mai nascosto le proprie scelte sessuali o in fatto di relazioni. E siccome stiamo parlando di Ebraismo americano, conviene chiairire che non stiamo parlando solo di metropoli come San Francisco o New York, ma anche (anzi, soprattutto) di realtà più provinciali, quali Minneapolis, Atlanta, Cincinnati. Tranquille comunità (se per tranquilla intendiamo una sinagoga in cui ogni sabato mattina c’è almeno un bar mitzwah) composte da qualche migliaio di persone. (Nota per gli italiani che leggono: quanto tempo è passato dall’ultimo bar mitzwah? E da quello immediatamente precedente?)

Il che porta a tre osservazioni. La prima è che la questione dei diritti dei gay viene presa molto seriamente dai comitati di ammissione ai collegi rabbinici USA, espressione della leadership dell’Ebraismo americano -non solo dai Reform
La seconda è che, mentre in Italia abbiamo per ministro degli esteri un sedicente laico che è andato ad omaggiare un prelato franchista, fondatore dell’Opus Dei, dall’altra parte dell’Oceano, perlomeno tra gli ebrei, il legame tra spiritualità e politica ha tutto un altro significato.
La terza è che alla corrente maggioritaria nella più numerosa ed importante comunità ebraica del mondo importa ben poco di venir riconosciuti dalla minoranza ortodossa. Curioso, vero?

1 commento:

fra ha detto...

E l'hanno pure fatto santo. Il prelato franchista, non D'Alema, ovviamente.