giovedì, agosto 16, 2007

selichot

Ieri notte sono iniziate le selichot secondo il rito sefardita ed è stata una esperienza emozionante. Svegliarsi nel cuore della notte, recarsi in una sinagoga dalle parti dell'Università ebraica e stare per una buona ora in mezzo a gente che gridava, spesso ritmicamente, le parole del rituale (in breve: una specie di anticipazione di Rosh ha Shana) con il suono dello shofar che si sovrapponeva alla recitazione dei Tredici Nomi.
Litanie, credo si chiamino, e qualcuno ha pure salmodiato (anzi: gridato) qualche assolo - da queste parti lo status halakhiko non è esattamente un problema per noi Reform - e non certo perché stiamo a inseguire gli ortodossi sul loro terreno, semplicemente ci capita di avere una certa forza contrattuale; e poi i sefarditi sono gente simpatica, bunachos, si dice. Se sei ebreo, sei ebreo punto.
Insomma, sarà il fatto di trovarsi nel pieno della notte, saranno i cantori (e/o i semplici fedeli: ognuno in questo rito ha l'incarico di gridare o dire qualcosa) particolarmente convincenti ed ispirati, sarà che quando sono frastornato mi viene da pensare in inglese, la parola più adeguata è powerfull, pieno di forza. E per ricorrere a una metafora abusata, il viaggio interiore del mese di Elul richiede molta forza. Stare in gruppo, seguire il ritmo, aspettare di sentire lo shofar, aiuta non poco. Ti dà la forza di cominciare a guardarti dentro. Gli elenchi alfabetici che sentiamo a Kippur (ahsmanu, bagadnu, gazarnu...) qui sono accompagnati da commenti -sì, gridati anche questi- e mi dicono che questi peccati al dettaglio sono davvero imbarazzanti da ripetere in coro. Però così si fa, perché ogni ebreo è responsabile di quello che fanno gli altri ebrei.
Mi chiedeva una amica cattolica se questa confessione collettiva "funziona" come la loro, io credo di sì, ha anche un che di egalitario, certo che non essendoci per noi l'inferno, il punto non è la salvezza, ma riparare i torti. E mettere gli alti nelle condizioni di ripararli. Probabilmente per questo è una buona idea che preparazione a Rosh ha Shana sia accompagnata dalle selichot per tutto un mese. Si rimane stanchi durante il giorno, e ti resta meno voglia di litigare.
Nella zona di Gerusalemme in cui abito, vivono famiglie originarie dal Kurdistan e dall'Irak. Hanno la loro sinagoga (si chiama Ohel Baruch). Le selichot sono alle 4.00 di mattina, il che significa che posso alzarmi dal letto alle 3.30, andare a dire la tefillah, e rientrare per le ultime ore di sonno. Insomma, per questo mese val la pena di provare. E shanah tovah.

domenica, agosto 12, 2007

idan raichel

giovedì, agosto 09, 2007

alle porte della città

Lo incrocio tutte le vote che passo per la città vecchia. E' un giovanottone arabo, stazione fuori dalla porta di Giaffa, nei pressi dell'ufficio turistico. Non sembra particolarmente sereno. Davanti all'ufficio turistico c'è sempre una piccola folla di turisti che aspettano il parente/amico/altro significativo. Questo tizio si avvicina a ciascun turista e chiede: du you uant mi tu accompani for shopping. Ovviamente quasi tutti gli rispondono di no, prima di tutto perché su ogni guida turistica c'è scritto che la parte antica di Gerusalemme è una città sicura e inoltre perché anche ammesso che io voglia farmi accompagnare a fare shopping nel mercato di Gerusalemme (dove comunque i commercianti sono bravi da soli ad attirare i clienti), non mi fiderei certo di uno con una faccia simile. Quando si sente rispondere di no, il giovanottone, che credo si possa definire palestinese, sputa per terra, e mi chiedo se pensa di convincere qualcuno. Ringhia: you ev prejudis agheinst ui arab, iu giuw e poi se ne torna al suo angolino a sputare insulti ogni volta che gli passa accanto qualcuno che lui identifica come yahid. I commercianti, che vendono qualcosa di più concreto che le pure parole (e ci mettono pure un sorriso), fanno un sacco di soldi. Lui no. E poi dà la colpa agli ebrei. Che novità.
Ovviamente non voglio negare che esista da qualche parte un ebreo, o forse più di uno, provvisto di pregiudizi contro gli arabi; magari qualcuno di questi ebrei ha pure incrociato la strada del giovanottone che sputa per terra. Come si dice, la fortuna è cieca. Credo siano d'accordo anche quegli altri commercianti arabi. Quelli che non sputano, voglio dire. E che fanno più soldi di lui. Palestinesi anche loro, eh.

che male vuoi che faccia


Provo un certo fastidio nei confronti degli eccessi di fervore. Di per sé non è la fede religiosa che mi innervosisce, ma l'ostentazione. Sono convinto che il rapporto con Dio (per chi crede) o con la tradizione ebraica (che è più o meno quello che di solito si cerca in una sinagoga, perlomeno in Europa) sia qualcosa di personale, forse addirittura di intimo. Nessuno di noi ebrei europei, secondo me, è realmente convinto che il Signore ci ha fatti uscire dall'Egitto, anche se tutti quanti sentiamo di discendere da un popolo che è stato schiavo.
Il fervore di quelli che si piegano fino a terra ogni volta che si sente dire baruch mi sembra una rinuncia a questa dimensione privata dell'identità, in cui è permesso il dubbio. Anzi, in cui essere scettici è una buona abitudine, non un peccato. La nostra religione ha un linguaggio meraviglioso (fatto anche di gesti e di parole) per esprimere sostegno nei momenti importanti della vita, incluso il lutto. Ma lo stesso linguaggio è rispettoso della dimensione individuale, non richiede che i sentimenti vengano buttati nell'arena pubblica.
Stamattina ho letto un passo delle Tosafot al Trattato Berachot del Talmud, che mi ha fatto riflettere. Durante l'Amidà si usa inchinarsi solo in un paio di benedizioni (su diciotto che sono). Naturalmente è riportata la discussione e mi è capitato di leggere una frase che ho sentito decine di volte: Ma che male vuoi che faccia - se uno si inchina anche durante le altre benedizioni. L'argomentazione sottintesa è che la spontanietà non va fermata e che insomma così fanno i devoti (all'epoca del Talmud la categoria del vero ebreo era ancora da inventare, più o meno come tutta l'ortodossia) e la devozione è una cosa bella. Seguono due risposte: la prima è che è del tutto superfluo aggiungere nuove regole e pratiche quando se ne è già stabilita una - ed equivale a ricordare che la tefilà è sempre pubblica, e il comportamento di uno potrebbe diventare la regola per molti.
La seconda risposta mi piace ancora di più. Inchinarsi di frequente, oltre quei momenti stabiliti, ha l'effetto di umiliare coloro che non riescono a pregare con lo stesso fervore. Uno dei più grandi insegnamenti dell'Ebraismo è il principio del rispetto per la dignità di tutti gli esseri umani; atei inclusi, ovviamente.

mercoledì, agosto 08, 2007

Manuale di conversazione ebraica

Capitolo I - Definizione e origine
1.1. Definizione storica
1.2. Definizione di mia cugina
1.3. Contro-definizione di mia madre
1.4.1 Assiomi 1. Mia suocera invece.
1.4.2 Assiomi 2. E' lui che dovrebbe essere più generoso.

Capitolo II - Obiettivi

(In seguito a lunga e approfondita riflessione e dopo innumerevoli tentativi, ho deciso di sopprimere completamente questo capitolo, per essere giunto alla seguente storica conclusione: la conversazione ebraica, ricchissima in ogni suo aspetto, manca completamente di obiettivi)

Capitolo III - Circostanze
3.1. Nelle quali accade la conversazione ebraica
3.2. Nelle quali dovrebbe accadere la conversazione ebraica
3.3. Nelle quali non dovrebbe mai accadere la conversazione ebraica
3.4. Nelle quali, nonostante tutto, accade la conversazione ebraica
3.5. Nelle quali, sentiamo adesso cosa vorresti dire.

Capitolo IV - Pretesti per iniziare una conversazione ebraica
4.1. Con interesse commerciale (vd: Guadagni, cap. XVIII)
4.2. Con interesse affettivo (idem)
4.3. Con interesse sociale (ibidem)
4.4. Senza alcun interesse (vd cap. II)

Capitolo V - Modalità per interrompere una conversazione ebraica
5.1. Squalifica dell'argomento di conversazione
5.2. Tecnica del colpo sul tavolo
Sugli scacchi (metodo polacco)
Sulle pedine di backgammon (metodo israeliano)
Senza tavola né pedine (metodo sefardita)
5.3. Strategie
La ripetizione lapidaria di Cohen (e allora io lo so come va a finire) [ripetere fino allo svenimento dell'interlocutore]
L'uso del sospiro e sue conseguenze

5.4 Arti marziali
Tae-kwon-do
Karate
Colpi vietati
Uso dei tefillim

5.5. Tecniche manuali con il telefono
"Non si sente, ti richiamo io, tu non chiamare"
Le risorse del cellulare

Capitolo VI - Modalità per introdursi in una conversazione ebraica
6.1. L'interesse per l'argomento di conversazione
6.2. Il desiderio di fornire informazioni supplementari
6.3. Con assoluta ignoranza dell'argomento di conversazione
6.4. Senza alcuna presentazione
6.4.a Scusi, IO credo che .
6.4.b. Mi scusi, proprio Lei che è ebreo dice questo ?
6.4.c. Eh no, questa barzelletta finisce in un altro modo !

Capitolo VII - Svolgimento della conversazione ebraica
7.1. Le relazioni interpersonali all'interno della conversazione ebraica
7.2. Impiego di lingue conosciute
7.3. Impiego di lingue sconosciute agli interlocutori
7.4. I diversi modi per cui d'altra parte è vero anche il contrario
7.5. Di come conversare dormendo
7.6. L'astuzia nel presentarsi umile
7.7. Di come trasformare una conversazione ebraica casuale in una permanente
7.8. Viceversa

Capitolo VIII - Logica della conversazione ebraica
8.1. I due interlocutori discutono del medesimo argomento
8.2. Ciascuno dei due interlocutori parla del proprio argomento
8.3. La costante rotazione degli argomenti
8.4. L'assenza dell'argomento

Capitolo IX - Impiego delle mani
9.1. Scuola lituana (ambedue le mani sopra il capo)
9.2. Scuola polacca (ambedue le mani sopra il capo dell'interlocutore)
9.3. Scuola sefardita (ambedue le mani contro l'interlocutore)
9.4. Dizionario gestuale partenopeo-ebraico

Capitolo X - Terminologia standard
10.1. Oy !
10.2. Barminnan !
10.3. Vey !
10.4. Ach ! (vd cap. XXIV - Der Deutschjuden Specht)
10.5. Pfui !
10.6. Nu ?
10.7. Nu !
10.8. Nu ?????
10.9. Nu, nu, nu.
10.10. NU ?
10.11. Oy vey !

Capitolo XI - Etica della conversazione ebraica
11.1. Del vero
11.2. Del falso
11.3. Della sapiente combinazione di vero e falso
11.4. Come guadagnare denaro partecipando ad una conversazione con il minimo sforzo (vd. cap. XXX - La psicoanalisi)

Capitolo XII - Esercizi di conversazione. Argomenti
12.1. Meteorologia e antisemitismo
12.2. Israele
12.3. La vita (oy !)
12.4. La morte (barminnan !)
12.5. I figli (oy vey !)
12.6. Gli affari (Pfui !)
12.7. La politica (NU ?)

Capitolo XIII - Miscellanea
13.1. Dell'impiego del tempo nelle conversazioni a distanza
13.2. Tecnica della portiera
13.3. Conversazione inter-religiosa, nel caso che uno degli interlocutori sia un vigile urbano e l'altro abbia tentato di passare con il rosso.
13.4. Introduzione allo sbraitare
13.5. Il sottile uso del Lei
13.6. Di come fingere di ascoltare mentre in realtà si sta parlando
13.7. Il raro dialogo ebraico tra muti
13.8. Il frequente dialogo ebraico tra sordi
13.9. Come conversare con la bocca piena, senza sputare
13.10. Come conversare con la bocca vuota sputando in faccia all'interlocutore

Conclusione
14.1. Chiudi quella bocca e lascia parlare me ADESSO !

domenica, agosto 05, 2007

culturalshock4

Sto per fare una rivelazione sensazionale: anche in questo Paese esistono gli str***i, quelli che non rispettano la fila e quelli che ti prendono la roba dal carrello al supermecato. Ci sono persino i reati e gente che vive di espedienti poco chiari. Per esempio vorrei sapere se l'attività di cambiavalute del negoziante all'angolo è legale. Ci sono pure i padroni di casa str***i, del tipo che se l'acqua calda non va ti dicono che è per la tua salute, fa bene fare docce fredde d'estate, e che ti manderebbero il tecnico della caldaia (dei pannelli solari) ma non lo fanno perché ci tengono alla tua briut - salute.
Il padrone di casa della casa da cui scrivo NON è uno di questo tipo. E' un pensionato delle poste, è nato in Irak, è arrivato in Israele più o meno quando aveva sette anni e prima di andare in pensione ha fatto questo piccolo investimento, che sarebbe l'appartamento. Durante i mesi in cui non è a Gerusalemme se ne va in giro per il mondo (Thailandia, Cina, Perù) e se abbiamo qualcosa da chiedere parliamo con la sua cognata. Che, come lui, è gentilissima, cortese e sempre disponibile.
Ora mi è successa una cosa strana, cioé che lui ha suonato alla porta mentre io stavo su Internet a leggere i deliri che circolano nella sinistra italiana. A quel che sembra, gira in Italia la seguente leggenda. In Irak ebrei e arabi vivevano pacifici fianco a fianco e tutti gli arabi avevano il loro bravo amico ebreo; che poi va a sapé se gli ebrei hanno l'amico arabo, secondo me no, perché loro si sentono il popolo eletto e sono tutti un po' snob. A un certo punto succede che arrivano i sionisti brutti cattivi e potentissimi e vogliono rompere l'idillio, allora mettono le bombe nelle sinagoghe, per costringere gli intimiditi ebrei irakeni a fuggire dal paradiso e rifugiarsi nel Paese, che appunto, è venuto a bombardarli.
Ora, detta così, lo so, fa ridere. Ma quello che la stava raccontando faceva sul serio. Tanto era affezionato alla idea che se qualcosa si rompe tra ebrei e arabi è sempre colpa dei sionisti. E i dalemiani a dargli ragione, tanto è forte la nostalgia per questo idillio. Sta di fatto che il signor O., che manco legge l'inglese figurarsi l'italiano, ha suonato alla porta mentre lo schermo del mio computer ridondava di queste leggende spacciate per vere, poggiandosi su fonti di carattere eminentemente locale.
Per chi non lo sapesse è nel 1934 che gli ebrei vengono espulsi dalle accademie in Irak e vien eimpedito loro l'esercizio delle libere professioni (indovina da chi hanno preso l'idea) ed è nello stesso anno che inizia una ondata di pogrom: nella sola Baghdad si contano più di 200 vittime dell' "antisionismo" dell'epoca.

Alya dall'Irak, 1951

Non escludo affatto che il risentimento dei sefarditi, all'epoca di Casablan prima versione, abbia portato a far scrivere spropositi di questo tipo, del genere ma perché non ce ne siamo rimasti a casa, che qui è pieno di antisemiti. Antisemita è una parola molto comune nella politica israeliana e non esiste parlamentare della Knesset che non sia antisemita secondo un altro parlamentare. Esattamente come non esiste parlamentare italiano che non sia stato definito almeno una volta fascista; però ci sarebbe da ridere se si usassero gli insulti che volano in parlamento come prove per dimostrare che il presidente del Consiglio è Benito Mussolini e i sindacati sono stati sciolti.
Sta di fatto che mi trovavo in una stanza di casa a parlare con il proprietario di casa, che ha una storia di persecuzioni, di fuga da pogrom; di immigrazione, di primi mesi passati nelle tende, in un campo profughi da cui poi è potuto uscire e poi di integrazione dentro questo Paese, fino a raggiungere quella che alla gran parte delle generazioni precedenti di ebrei irakeni non era stato possibile raggiungere: una vecchiaia serena. Mentre parlavo con lui, in un'altra stanza il computer era acceso e c'era della roba sopra di cui mi vergognavo. Menzogne ripetute fino allo spasimo (qui, per un resoconto più realistico) e roba alla quale, in Italia, credono perfino degli ebrei.

sabato, agosto 04, 2007

solo una domanda

La missione del popolo di Israele coinvolge anche altri popoli. Gli ebrei non sono soli. In seguito alle sofferenze della nostra storia, dobbiamo trovarne il senso. Non siamo sopravvissuti per secoli senza una ragione. In un mondo insensato, dobbiamo introdurre la ragione. E siccome in questo mondo c'è morte ed assassinio -e nessuno lo sa meglio di noi- e sappiamo quanto la nostra lotta possa apparire insensata, dobbiamo contrastare l'assurdo e l'assassinio e trovare il senso della nostra lotta, se non per la nostra speranza.
Non è una lezione. Non è una risposta. E' solo una domanda.

[libera traduzione dal Siddur Gates of Prayer]

potenze oscure

Più di trenta anni fa c'erano musicisti punk che amavano adornarsi di svastiche. Il punk, lo sappiamo quasi tutti, è (era) energia pura, sberleffo continuo, dissacrazione permanente che portava con sé i germi della propria fine: la famosa mancanza di alternative al Sistema. Sid Vicious, detto in altro modo, voleva provocare; era un cittadino della più celebre monarchia del mondo, urlava che non sapeva cosa voleva ma sapeva come ottenerlo e pertanto gridava alla regina di andare a farsi fottere - la regina, per inciso è ancora lì, e lui no. Si era trasformato anche in antisemita, non solo per dispetto dell'etichetta; anche come provocazione contro il potere.

Uno dei leit-motiv antisemiti ricorrenti è la lamentela a proposito dell' eccessivo potere ebraico. Per secoli nelle città italiane i predicatori francescani o cappuccini urlavano dal pulpito "mi stupisco di come gli ebrei sono favoriti in questa città, invece di andar divisi, come debbino, dalli cristiani" (per gli interessati: è Bernardino da Siena - sì, vabbé, lo hanno pure fatto santo. A volte questi sermoni erano seguiti da pogrom).
Le leggi razziste del 1938 furono accompagnata da una grancassa mediatica di Regime (quello vero) sulla demo-giuto-plutocrazia massonica, e agli orecchi degli italiani cattolici, ovvero la stragrande maggioranza, la parola massoneria evocava ed evoca ancora losche trame e poteri che tramano nell'ombra, mica il Flauto Magico. E lo scopo delle predette leggi era tenere gli ebrei lontani dai centri di potere.



Massimo D'Alema, quando parla di reazioni sproporzionate, ovvero di eccessiva potenza di Israele, allude esattamente a questo ordine di idee - se ne è consapevole è male, se non ne è consapevole, peggio.
Le origini di questa rappresentazione fantasmatica del Potere ebraico sono, forse, nella cultura medievale. Teologicamente ci si doveva fare una ragione della renitenza degli ebrei alla conversione al cristianesimo, così maturò l'idea che se gli ebrei non si convertono alla vera fede è per via di qualche segreto che li mantiene nell'ombra. Politicamente, papi e princìpi ricorrevano agli ebrei per quel che si chiama "lavoro sporco", tipo l'esazione delle imposte o l'immissione in circolazione di moneta adulterata.
E' veramente bizzarro che si possa sostenere l'esistenza di un Potere ebraico sovranazionale dopo la Shoah: Roosevelt rifiutò di bombardare Auschwitz per fermare la macchina della morte, come gli avevano chiesto i rappresentanti di organizzazioni ebraiche americane, che quindi tanto potenti non erano.
In altre parole, il fatto che gli ebrei siano potenti è una palla. Naturalmente ci sono molte ragioni per cui questa palla è popolare, e vengono di solito trattate dagli psicologi in studi dal titolo why do bad things happen to good people. E proprio sulla diffusione di questa leggenda, si è appoggiato il clamore della simbologia punk.
Una versione molto popolare di questa leggenda del potere ebraico è la seguente: se (gli ebrei) ti accusano di antisemitismo, sei morto. Magari, dico io. Se bastasse dire che Tizio è antisemita per distruggerne la carriera e sollevarlo da posti di responsabilità, non esisterebbero né Microsoft, né la CNN e a capo dei diversi governi di Paesi democratici come della totalità di quelli mussulmani ci sarebbe altra gente, forse migliore.
Così non è, e purtroppo quando si rilevano le idiosincrasie di un conduttore televisivo, succede lo stesso, se non peggio, di quando si denunciano le battute sull'AIDS e le sabbiature del Presidente del Consiglio. I dirigenti delle associazioni gay non sono stati querelati per essersi infuriati con Berlusconi quando lui scherzava sulla sepoltura in spiaggia dei sieropositivi da vivi, mentre il presidente di una Comunità ebraica è stato denunciato (e condannato) per aver detto la pura verità, ovvero che Santoro racconta la storia del medio oriente in chiave antisemita, secondo i gusti e la visione del mondo caratteristica degli alleati arabi del nazismo e che ha dato i suoi frutti in pagine vergognose di storia.

Haj Muhammed Amin al-Husseini, fondatore del nazionalismo palestinese,
passa in rassegna un reparto di SS mussulmane.

Pagine di storia continuamente minimizzate o sottovalutate da chi, con trent'anni di ritardo rispetto ai Sex Pistols, pensa ancora che ci vuole un gran coraggio per dissacrare la Shoah, per sputare sui partigiani ebrei, per fare il verso ai costumi e alle norme dell'Ebraismo, per affermare che gli ebrei sono una razza con i famosi tratti somatici comuni-
Oppure gli ebrei (tutti, o la maggioranza di essi, cioé di noi) sarebbero tutti quanti in preda a una paranoia collettiva. Tratti psicologici comuni; ovviamente malati, perché l'Ebraismo è la religione della Legge (e il Cristianesimo quella dell'Amore, che la supera) e il Dio di Israele (cioé dell'Antico Testamento) è un Padre dispotico che castra i suoi figli/rivali (ecco fornita la spiegazione della milah), e gli ebrei sono pericolosi, "estranei alla comune cultura condivisa" perché si sentono protetti dalla potenza di questo Dio terribile e vendicativo, che incenerisce i bambini palestinesi con l'accusa di antisemitismo.
Questo insieme di percezioni distorte -e di leggende che si nutrono da sole- fa parte, purtroppo, della cultura generale italiana e forse europea. Me ne accorgo ogni volta che incrocio i forum che frequentavo in Italia. Di tutte le associazioni automatiche, quella con il Potere (o con gli USA) è quella più ricorrente, ogni volta che si parla di ebrei o Ebraismo.
Ammetto che la cosa mi diverte. Strane cose succedono se si lascia intendere che stai per passare il messaggio di Tizio (che ha delle ambizioni, poniamo, politiche) a degli amici che hai nella polizia israeliana. C'è stato anche chi ha cominciato a preoccuparsi sul serio per il destino del suo collega giordano. O chi è sparito dai forum, probabilmente intimorito. E, ovviamente, non mancano i bimbetti che, per sfidare papà, si sono messi a fare pernacchie più fragorose. A raccontare barzellette sugli ebrei, sforzandosi di passare per antisemiti bene informati.
La cosa mi diverte tanto quanto (tempo fa) facevo irruzione dei forum di fascisti, prendevo di mira il più esaltato e iniziavo a spargere la voce che fosse un informatore della polizia. L'ambiente dell'estrema destra italiana pullula di poliziotti in incognito e tutti hanno una paura bestia di venire arrestati alla prossima retata, quindi le mie incursioni causavano panico, scompiglio e per almeno un paio di giorni il tema del dibattito cessava di essere la Palestina. E uscivano un sacco di retroscena diverenti, del tipo che il camerata segretario del Fronte Cattolico Antirivoluzionario si era scopato la signora marchesa dei monarchici uniti per il Meridione. Lo spettacolo era poco divertente ma alla fin fine non si riusciva a temere degli sbruffoni di quel tipo, che magari, inizialmente, ti mettono paura - finché non scopri che, davvero, can che abbaia non morde. I fascisti, in mutande, non fanno paura.
Diverso è con questi sedicenti compagni (e/o fan di D'Alema). La loro paura del potere ebraico è una paura reale, che condizione pesantemente la loro visione del mondo - o addirittura la percezione. E se minacci di segnalarli al Mossad si spaventano, anziché mettersi a ridere; temono davvero che i loro scritti siano finiti su una qualche scrivania a Gerusalemme o a Tel Aviv e che l'ingresso in Israele verrà loro impedito da agenti della polizia per il controllo del pensiero, paranoici convinti che il mondo è pieno di antisemiti e che sia giunta l'ora di vendicarsi. Mi diverto, stando qui. Ma non riesco (sempre) a riderne.

venerdì, agosto 03, 2007

culturalshock3

Se io fossi rimasto in Italia non perderei l'occasione di farmi raccontare da un italiano che vive all'estero come vanno le cose in Francia, Mozambico, Russia o persino San Marino. Invece ricevo dall'Italia un sacco di lezioni e conferenze su come vanno realmente le cose nel Paese in cui abito - e di cui sono cittadino. Buona parte di queste lezioni provengono da gente che ha il famoso amico ebreo, altre vengono da chi si è molto documentato sui crimini del sionismo - e poco sulla storia del movimento operaio. Capita davvero di leggere iscritti ai Comunisti italiani che chiedono "Ma cosa avrebbe fatto di importante Enzo Sereni?" tanto è viscerale il desiderio di sputare fiele su qualsiasi cosa esista di ebraico (ooops: di sionista).
La cosa più deprimente è che questa gente si definisce di sinistra. Ma vediamo di essere ottimisti: l'esistenza di uno Stato ebraico che si chiama Israele è considerata irreversibile persino dai fascisti (che non ne sono entusiasti, ma nessuno chiede il loro amore), forse persino i comunisti, un domani, potranno cambiare idea. E' che quel giorno sembra davvero lontano. E oggi c'è lo spettacolo deprimente di quel vuoto pneumatico di cultura, riempito da un amore acritico per l'esotico, ovvero per quella narrativa palestinese, secondo la quale questo è stato il Paese con i mulini tutti bianchi , poi sono arrivati da un altro pianeta i mostri sionisti, che con la loro potenza nei media hanno distrutto l'idilio. Fino alla prossima, ventura, resurrezione.

giovedì, agosto 02, 2007

oy division

lunedì, luglio 30, 2007

affinità


Mi parlano da settimane della sinagoga Toldos Aharon, centro di un gruppo hassidico, che sta ovviamente a Meah Shearim. Decido di farci un salto e di provare il mio ebraico tra questi signori vestiti di nero (o di grigio).
Vediamo come vanno le cose, se di Shabbat si può venire, è gente che prega con molto fervore, magari iniziano Shabbat qualche ora prima, va a sapé. Chiediamo e troviamo informazioni; finiamo in un ampio cortile in fondo a un vicolo. Troneggia l'enorme sinagoga. Slicha adonì (scusi) e signori più anziani tirano diritto, uno giovane si ferma efshar ledaber anglit (possiamo parlare in inglese) e ovviamente lo, cioé no. E proviamo l'ebraico. A che ora è la Kabbalat Shabbat. Dieci minuti prima dell'accensione delle candele. Efshar lehitpallel, possiamo venire a dire la tefillah. Ken, ma le donne no. Come sarebbe a dire le donne no, non avete la ezrat nashim, lo spazio riservato alle donne, Ken certo che lo abbiamo, ma di sera le donne non possono entrare. Toda, grazie lehiteraot - è la stessa logica della mechitza, dopo tutto.
Perché stupirsi. E' ovvio, dico tra me e me, le donne, il buio, le tentazioni, vabbé questi nemmeno hanno la radio, sono gente pia, il loro Dio è un Padre, va da sé che siano sessuofobi, cioé, che abbiano quella certa concezione della donna, tipo serpente tentatore, che a me mi puzza di clero -guarda che caso, chi ama i cattolici fondamentalisti stravede anche per questi signori. Mentre ce ne usciamo dal cortile vediamo uno striscione in inglese che campeggi all'inizio del vicolo. Chiede una forza di protezione internazionale contro la crudele oppressione sionista. Ah già, questi qua che pensano che la donna è sempre un po' puttana, sono degli ebrei antisionisti. L'esistenza di uno Stato ebraico, dove le donne votano e fanno pure il militare, ai loro occhi è una specie di bestemmia. Come per questo signore qui, quello che non è ancora professore.

domenica, luglio 29, 2007

עם ישראל חי

In queste settimane mi è capitato di conoscere personaggi che fanno la storia. Uno di loro è ufficiale dell'esercito israeliano e studente rabbino progressivo. E mi ha fatto un regalo di cui andrò sempre orgoglioso. Questo.

So che sono argomenti complessi, e prometto che ne parleremo, quando sarò meno emozionato. Per ora questa dichiaro questa copia del Tanakh la mia favorita di sempre.

sabato, luglio 28, 2007

contato a minyan

Mi capita raramente di fare Shabbat in una sinagoga ortodossa. Ma siccome siamo a Gerusalemme e siamo cresciuti in Italia, una visita al Tempio italiano ci voleva. Così venerdì sera ci siam stati per la Kabbalat Shabbat e quel che c'è intorno. E' una vera sinagoga italiana, viene da pensare mentre si sta aspettando che si formi il minyan. Per fortuna nessuno dice nulla alle signore col passeggino e i bambini si possono prendere in braccio senza herem. Ho trovato sorrisi e anche simpatia per noi progressivi (se non ho capito male mi hanno incluso nel minyan); sarà che non c'era il rabbino - questa dialettica Comunità-rabbino, con il rav nel ruolo del no-man, custode di divieti da aggirare mi sembra sempre più uno dei tratti caratteristici dell'Ebraismo italiano.
Mi è venuto da pensare che se i haredim rappresentano il Medio Evo dell'Ebraismo, la neo-ortodossia è in preda a una ondata di Controriforma e l'ortodossia italiana è in piena era Rococò, con tanti leziosi svolazzi (halakhici e vocalici) al fondo, un po' stucchevoli. Gli stucchi della sinagoga però sono bellissimi. Ci ha fatto piacere sentire le melodie note. Ma la separazione tra uomini e donne, con mia moglie lassù, in piccionaia dietro una grata (e il pensiero che pure alle mie figlie potrebbe toccare qualcosa del genere) era intollerabile. Una buona metà dello Shabbat mi veniva tolta, mentre si stava "tra uomini" - neanche così giovani, purtroppo. E così, la mattina dopo eravamo alla nostra sinagoga, con strumenti musicali e una signora non giovanissima che, sopraffatta dal numero dei fedeli (superiore, come spesso accade, alla aspettative) è corsa a fare delle fotocopie della tefillah conclusiva e le ha portate ai nuovi venuti, E nel frattempo si è pure fatta un caffé, senza che rabbini e rabbine avessero niente da ridire. Siamo pure saliti a Sefer.

mercoledì, luglio 25, 2007

Netanyahu

Il faccione di Bibi inizia a campeggiare dai manifesti, così ho fatto incursione in un gruppo di discussione italiano che dovrebbe dibattere la politica internazionale. E ho posto la questione: su cosa si basa il successo di Netanyahu? In Italia ci si diletta ad immaginare che lui sia parte (o forse addirittura a capo) di una specie di Spectre che unisce tutto quello che è antipatico a Diliberto: i fondamentalismi protestanti, i neocon, i sionisti... La risposta è molto più semplice: in questo Paese Bibi è popolare perché la sua (piaccia o meno) è una delle famiglie fondatrici. Da questo punto di vista non è diverso dal santificato Ytzhak Rabin; in questo Paese piace sentirsi parte di una stessa famiglia - per questo motivo non è un luogo per permalosi. Io mi ci trovo benissimo, ma ci sono americani che vanno in terapia dopo la quinta volta che un locale gli grida "rega!" perché vuol passare col rosso (il locale, non l'americano).
Bibi Netanyahu è soprattutto il fratello di Ioni Netanyahu, un eroe nazionale, ammirato da tutte le parti politiche, che ha rinunciato ad una brillante carriera accademica a Harvard per fare il militare e difendere il popolo di Israele. E' poi tragicamente morto a trent'anni ad Entebbe mentre cercava di liberare degli ebrei (attenzione: non degli israeliani, degli ebrei) dalle grinfie della sbirraglia antisemita, che aveva diviso i prigionieri tra ebrei e non ebrei. seguendo una logica che porterà alla morte di Leon Klinghoffer, superstite della Shoah, i cui assassini trovarono ricetto sul suolo italiano.
Quella sbirraglia antisemita era allora molto popolare nella sinistra italiana (e forse lo è ancora, ma di questo parlerò un'altra volta). Personalmente sono convinto che Ioni Netanyahu sia un eroe della lotta contro l'antisemitismo e il pregiudizio razzista - guardatevi questo sito e capirete cosa voglio dire. Le lettere di Ioni alla famiglia sono un documento straordinario del suo amore per la vita e del suo desiderio di non essere un "ebreo errante", in attesa della prossima persecuzione.
Ma in rete ci sono alcuni che, come bestie cornute alla vista del rosso, non sanno trattenersi e basta a loro vedere qualcosa di israeliano che devono dar fondo al complottismo. Ho così appreso che secondo i soliti documenti enonimi e riservati, tutta l'operazione Entebbe sarebbe avvenuta per le trame del Mossad. Non solo la liberazione degli ostaggi, anche il rapimento. Ora, per quale ragione uno Stato dovrebbe mandare a farsi ammazzare i suoi soldati migliori, in un periodo in cui le sue fontiere sono tutt'altro che sicure, è un interrogativo che non sfora la mente dei complottisti, perché conoscono già la risposta: Israele voleva espandersi, nientemeno, in Africa e per poterlo fare aveva bisogno di truppe agguerrite che gli muovessero contro.
Come e in che modo questa plot theory sulla morte di Ioni Netanyahu riesca a spiegare il successo elettorale del fratello (che era la mia domanda), davvero mi sfugge. Io ho fatto una domanda, ho suggerito una risposta, ed il primo, immediato, intervento non è stato per suggerire una risposta alternativa, ma per dire roba che non c'entra una mazza. E' davvero sorprendente come l'opinione degli israeliani non interessi affatto a chi vuole discettare sul Medio Oriente. Sento, in altre parle, una gran puzza di colonialismo e di paternalismo, come se lo Stato degli ebrei fosse abitato da bambinoni irresponsabili, le cui parole non meritano di essere ascoltate e che hanno sempre bisogno di qualcuno per fare loro la predica. Che è poi, guarda che strano, il modo in cui la Chiesa cattolica pre Vaticano Secondo ha sempre guardato al popolo ebraico. Gente che va aiutata "con dolcezza e riguardo" (cioé con la privazione dei diritti e non con il massacro) a scegliere la vera fede, a vedere la verità.

martedì, luglio 24, 2007

goem naches

A Tisha beAv, le vie della città vecchia si sono riempite di gente fino a molto tardi, mentre nelle sinagoghe si leggeva Eicha a ciclo continuo. Per il gerosolimitano medio la sera di Tisha beAv è una gigantesca passeggiata intervallata da soste accanto ad uno dei minyan di lettura per "uscire d'obbligo" (come si dice in Italia) e riprendere poi a girovagare ed incontrare amici - o farsene di nuovi. I gruppetti di destra, la cui propaganda mi aveva infastidito, hanno berciato qualcosa nella completa indifferenza dei passanti.
Tisha beAv, per chi non lo sapesse, commemora le sventure accadute al popolo ebraico; la distruzione del Tempio, la cacciata dalla Spagna, la Prima Guerra Mondiale, la conferenza di Wansee sono accadute intorno a questa data. Parliamo quindi di Shoah.
Stando in contatto con amici italiani, mi hanno informato che Giorgio Bocca ha scritto l'ennesima cappellata su Israele, cappellata che è abbastanza facile mettere in relazione alle frottole che scriveva durante la Guerra dei Sei Giorni, ai suoi giovanli elogi dell'antisemitismo nazista, al suo rancore contro chi glielo viene a ricordare (rancore colmo di allusioni allo strapotere degli ebrei nei media). Giorgio Bocca non è quindi un bel personaggio, anzi diciamo pure che è piuttosto rappresentativo degli intellettuali italiani della sua generazione.
Detto tutto questo, sono sobbalzato dalla sedia quando ho letto che c'è chi lo considera un peccatore, anzi uno che ha commesso "errori non riscattabili".
Secondo la nostra tradizione non si può giudicar qualcuno se non si vive nella stessa situazione. Se l' errore-non-riscattabile di Giorgio Bocca è il famoso (ed infame) trafiletto sui Protocolli, bisognerebbe essere certi che, nelle medesime condizioni, non ci si comporterebbe come lui; che all'epoca era un giovane provinciale che voleva trovare lavoro in un giornale di provincia. Siccome viviamo nel 2000 e rotti, e non in un sistema totalitario come negli anni 30 e 40, è azzardato per chiunque affermare che al posto di Bocca avrebbe scritto cose diverse, e magari più nobili, per poi non vederse pubblcare e trovare il proprio nome nella lista dei nemici di qualche gerarca. Ovviamente sarebbe stato giusto che tutti coloro che hanno contribuito ad alimentare la macchina di odio, fossero chiamati a rispondere delle loro azioni. Così non è stato per i giornalisti, e nemmeno per gli universitari, perché l'Italia aveva una gan voglia di dimenticare. Giudizio che avrebbe dato la possibilità, appunto, di riscattarsi.
Dal momento che questo giudizio non c'è stato, fondamentalmente per assenza di giudici, c'è qualcuno che vuole fare il supplente. Che si improvvisa cioé giudice e decide che esistono errori riscattabili ed errori non riscattabili; è praticamente, la distinzione cattolica tra il peccato venale e quello mortale, che necessita dell'umiliazione della confessione per essere perdonato. In pratica, chi decide che esistono "errori non riscattabili" si mette nientemeno che nei panni di un Dio che non perdona (cioé quello dell'Antico Testamento, per come lo leggono i cattolici).
E veniamo al punto: per una stagione (facciamo fino a tre-quattro anni fa) la presenza pubblica degli ebrei in Italia è venuta legandosi sempre più con il tema della memoria della Shoah. I dirigenti delle organizzazioni ebraiche si sono inventati il ruolo di custodi della memoria, che di per sé è una cosa degnissima e giusta. Ma non può esaurire tutto l'Ebraismo, che difatti ha da dire su una moltitudine di temi (sui diritti dei gay, per dire). Senonché le posizioni ebraiche sulla predetta moltitudine di temi sono quantomeno varie, e per farvi spazio nel discorso pubblico occorrerebbe rompere il monopolio ortodosso. Impossibilitati a parlare di altro, i dirigenti delle Comunità hanno parlato soprattutto di Memoria, e siccome il mondo dei media è quello che è, il viaggio di Fini in Israele, accompagnato da Amos Luzzatto, ha segnato lo sdoganamento definitivo del già Partito Fascista. Il problema non è per me che questo sdoganamento è stato prematuro, il problema è che quel ruolo di doganiere non dovevano rivestirlo gli ebrei.
Perché da allora in poi la divisa del doganiere, con annesso elenco dei buoni e dei cattivi, è diventata parte del corredo pubblico di ogni ebreo. O, peggio, di chiunque voglia proclamarsi tale. Il punto è che alla folla che commemora le persecuzioni con queste lunghe (e vitali) passeggiate nelle vie di Gerusalemme, non importa assolutamente nulla di tale proclami. Che rientrano a buon titolo nella categoria dei goem naches, roba fatta per intrattenere chi ebreo non è. Recitando la parte che il pubblico si aspetta che gli ebrei recitino. E, a questo punto, sarà il digiuno, mi viene da sbadigliare.

lunedì, luglio 23, 2007

Tisha beAv

Questa sera è Tisha beAv; ci sono alcuni gruppi i destra che hanno organizzato una marcia intorno alle mura di Gerusalemme. L'idea è stata presa paro dai pacifisti, che un paio di volte hanno provato a fare un girotondo intorno alle mura. In un Paese mediterraneo non è sempre chiaro dove stia il confine tra politica e religione, però in questi casi ho la sensazione che il confine sia stato superato, e la cosa mi infastidisce (di Peace Now, per esempio, mi infastidisce il logo, per chi non lo sapesse la parola Shalom è scritta imitando i caratteri tradizionali del Tanach).

Che cosa fare per Tisha beAv è per noi ebrei moderni una questione complessa. In passato c'era anche chi diceva che la distruzione di Gerusalemme è in realtà una occasione da festeggiare, perché segnò l'inizio della Diaspora, che ha portato la civiltà ebraica al suo splendore. E poi ci sono quelli che dicono che ormai Gerusalemme è ritornata al popolo ebraico, quindi non avrebbe più senso piangerne la perdita. L'opinione generale però è che questa ricorrenza ricorda le tragedie avvenute al popolo ebraico ve al kol bnei adam (sia la cacciata degli ebrei dalla Spagna, sia la prima guerra mondiale sono state decretate il 9 di Av).
Stasera e domani andrò a funzioni in cui, oltre a dire la tefilah per questo giorno luttuoso e a leggere parti di Echà, o Lamentazioni, come da tradizione, il servizio comprenderà anche tehillim, con accompagnamento di chitarra e poesie di autori ebrei sui temi della distruzione e della speranza - la nostra letteratura comprende una poderosa quantità di simili composizioni. E faremo un giro sulla mura di Gerusalemme.
Tzum kal, che il digiuno sia lieve. Ci si risente.

sabato, luglio 21, 2007

culturalshock2


"La maggioranza dei tuoi amici sono ebrei?" I miei compagni di studio, americani, rispondono di . Gli israeliani, idem. Noi ebrei europei, prevalentemente, rispondiamo di no. Noi italiani rispondiamo sicuramente no. Non c'è niente di male o di drammatico in nessuna delle due risposte, che sono il riflesso di storie ebraiche diverse. La nostra comprende anche la Shoah, quella israeliana supera la Shoah, quella americana ... vabbé ne parlo un'altra volta.
Qui voglio dire che è diverso il tipo di Ebraismo. Persino alle stesse parole si dà un significato diverso. Una ragazza che suona la chitarra dopo il kaddish per gli americani è ritorno alla tradizione, perché è stato detto il kaddish (quindi la tradizione c'è), per noi italiani suona come un pelouche piazzato detro l'Aron haKodesh. Poi ti capita di esserci e ti ritrovi a piangere senza accorgertene, perché così deve essere la commemorazione di qualcuno che non c'è più. Un'emozione che ti avvolge, e ti resta solo da chiederti il perché, con malinconia.
Qua a Gerusalemme c'è una sinagoga italiana; per entrare, non sto scherzando, è obbligatorio l'abito elegante. Nelle sinagoghe ricostruzioniste che ho visitato questo Shabbat (azz, quanti bambini) si entra invece vestiti come tutti gli israeliani, tipo artista anni Settanta - io ho indosso roba che ho preso al mercato in Italia, e mi viene da sorridere quando dicono che sono cool, solo perché sono italiano.

domenica, luglio 15, 2007

culturalshock1

Gli studenti del primo anno di questo College sono una cinquantina. Tranne me e tre tedeschi, sono tutti americani (vabbé, c’è un canadese) e hanno tutti intenzione di lavorare (come rabbini o cantori) negli States, quando avranno finito gli studi, tra quattro o cinque anni. In questa cinquantina di americani ci sono, se non ho capito male, tre donne lesbiche. Forse ce ne è qualcun altra, ma queste sono quelle che son qua con la propria “significant other”. L’inglese è la lingua che è, e quando somebody ti parla del suo partner tu non riesci a dargli un genere, per cui potrebbero anche essere di più. Ripeto: almeno tre lesbiche in un gruppo di cinquanta futuri rabbini e simili.
Questo significa che tra qualche anno una percentuale significativa dei rabbini americani, la più grande comunità ebraica del mondo, saranno gay o lesbiche, sposate (sposati) con i relativi partner, e -sissignori- con tanto di prole: una di queste coppie ha appunto un bimbo, che NON è stato adottato. Vi assicuro che quando una donna allatta il figlio non ti chiedi se lei è eterosessuale. Vedi solo una donna che allatta un bambino: ci vuole il furore ideologico dei Ratzinger per scorgervi un pericolo per i valori dell’Occidente.
Ripeto: tra pochi anni una percentuale significativa dei leader religiosi dell’ebraismo americano saranno gay. E quando si parla di leader religiosi, stiamo parlando di un modello di ruolo, non di un sacerdote consacrato da una gerarchia, cui deve rendere conto. Il rabbino è essenzialmente responsabile di fronte alla propria Comunità; e se sostiene di fare “la volontà di Dio” – come se parlasse al telefono con il Padreterno tutte le mattine- fa ridere o fa preoccupare. Il rabbino deve conquistarsi il consenso della sua comunità, e allo stesso tempo è un modello di vita (e di osservanza) ebraica, perché l’Ebraismo si insegna innanzitutto con l’esempio - ecco perché un rabbino sposato trova più facilmente lavoro di uno single. Ora, l’Ebraismo non è solo una roba che si studia: si viene ammessi ai collegi rabbinici (queli seri, dico, non quelli che fanno i corsi per corrispondenza) non solo sulla base della preparazione, ma anche della personalità dell’aspirante candidato. Voglio dire che nessuna di queste studentesse ha mai nascosto le proprie scelte sessuali o in fatto di relazioni. E siccome stiamo parlando di Ebraismo americano, conviene chiairire che non stiamo parlando solo di metropoli come San Francisco o New York, ma anche (anzi, soprattutto) di realtà più provinciali, quali Minneapolis, Atlanta, Cincinnati. Tranquille comunità (se per tranquilla intendiamo una sinagoga in cui ogni sabato mattina c’è almeno un bar mitzwah) composte da qualche migliaio di persone. (Nota per gli italiani che leggono: quanto tempo è passato dall’ultimo bar mitzwah? E da quello immediatamente precedente?)

Il che porta a tre osservazioni. La prima è che la questione dei diritti dei gay viene presa molto seriamente dai comitati di ammissione ai collegi rabbinici USA, espressione della leadership dell’Ebraismo americano -non solo dai Reform
La seconda è che, mentre in Italia abbiamo per ministro degli esteri un sedicente laico che è andato ad omaggiare un prelato franchista, fondatore dell’Opus Dei, dall’altra parte dell’Oceano, perlomeno tra gli ebrei, il legame tra spiritualità e politica ha tutto un altro significato.
La terza è che alla corrente maggioritaria nella più numerosa ed importante comunità ebraica del mondo importa ben poco di venir riconosciuti dalla minoranza ortodossa. Curioso, vero?

shel zahav

Gerusalemme è bellissima; c’è anche una vita notturna. Appena fuori delle mura è stato costruito un complesso di negozi di vestiti e locali fashion, ben mimettizate nella bella pietra di queste parti. Ci passeggiano hilonim (israeliani secolari), haredim, donne arabe velate e no, e anche coppie gay. Insomma la stessa gente che vedi per le strade del centro. Forse è vero che lo sviluppo economico è la ricetta per fermare la guerra di religione. In ogni caso fa piacere vedere come la crisi economica sia ormai alle spalle. E che la città si sia riempita di gatti, ed i gatti, si sa, amano la pace.
C ‘è quella frase che ho letta in questi giorni. I traslochi ti portano nelle mani roba che non pensavi nemmeno di avere. Così mi sono ritrovato a leggere gli atti di due colloqui tra intellettuali ebrei europei, organizzati dalla rivista European Judaism.
Nel 1971, a Parigi, Piotr Rawicz, uno scrittore, spiegava che come ebreo francese aveva sempre trovato più affascinante il Non Essere, che l’Essere. Nozione forse cabalistica. C’è, dice, nell’Essere, un nonsoché di banale. In Israele è disorientato, perplesso, perché sente più forte l’essere ebreo (e non il non-essere chessò, cattolico, o comunista). L’anno dopo, a Roma, Aldo Rosselli spiegava che in Italia un gran numero di personalità pubbliche sono stati ebrei, ma che il loro ebraismo era una faccenda personale, intima, privata. Qualcosa che è privo di conseguenze sulla loro vita culturale e le loro attività. Qualcosa che, visto dal campus di Gerusalemme dello Hebrew Union College, assomiglia tanto al non essere.
Al Klita, centro di assorbimento per immigrati, è volata qualche battuta. I funzionari ci chiedevano ma karah be Italia, perché nelle ultime settimane c’è un aumento di olim, di ebrei che se ne vanno dall’Italia per vivere in Israele. Noi ebrei italiani siamo in fuga dall’Italia, a quanto pare. Perché?
Per l’antisemitismo (pardòn: la serrata critica alle posizioni pubbliche degli esponenti dell’Ebraismo italiano) di chi siede al ministero degli esteri (e si guarda bene dal fare simili critiche agli esponenti di altre religioni)? Non credo. Credo, piuttosto, che siamo in fuga dal non essere.
Da quella condizione diasporica e nevrotica secondo cui l’ebraismo è qualcosa che deve essere giustificato, spiegato, se possibile minimizzato. Mai vissuto per sé stesso, sempre messo in relazione ad altro. Sono ebreo E comunista - o di sinistra, o del partito democratico (non ti è mai venuto in mente che anche prima dell’Illuminismo il nesso tra religione e potere era già sato scoperto e sbeffeggiato?). Sono ebreo MA lavoro di sabato, mangio quel che mi va (contento per te, che genere di ebraismo hai trasmesso ai tuoi figli?). Sono ebreo MA per me si può dividere Gerusalemme perché l’ONU eccetera (vai a spiegarlo agli abitanti di Sarajevo). Sono ebreo MA Hitler ha ucciso anche i non ebrei (quale nobiltà di animo, nel ricordarlo; e soprattutto nel dimenticare che li ha uccisi PERCHE’ avevano caratteristiche, secondo lui, comuni agli ebrei). Sono ebreo MA per me tutte le religioni sono uguali - io invece sono ebreo e proprio PERCHE’ lo sono ritengo che tutte le religioni che sollevino la dignità degli esseri umani siano equivalenti e ammirevoli, tanto quanto l’assenza di religione, che è poi fede nel progresso. Per cui ho ragioni piuttosto forti contro il velo, la poligamia e l’infibulazione. E a favore del progresso.
Da questo ebraismo mutilato e mimetizzato si fugge. Qui, infatti, si sta meglio. A viso aperto e, se e quando ne hai voglia, con la kippa sulla testa.

Mi è gradito rinnovare ai fans dell’on. D’Alema che mi stanno tempestando di comunicazioni l’invito a venire a trovarmi a Gerusalemme. Sempre abbiano il coraggio di farsi vedere.

martedì, luglio 03, 2007

sull'immaginario rossobruno

Un paio di note a margine del bellissimo articolo di Uriel sui rossobruni e le astrazioni della politica. La storia ideologica dei rossobruni non inizia, cioé, con le recenti circonvoluzioni di Costanzo Preve e del campo antimperialista. Pietro Ingrao, per esempio, è stato uno dei giovani fascisti più brillanti, ed in politica internazionale il fascismo portava avanti un discorso diciamo così antimperialista, all'interno del quale la perfida Albione godeva degli attributi che gli ingraiani di oggi riservano agli USA, pure loro protestanti (ed ebraici, da quando i posti chiave sono occupati dalla lobby neoconplutosionista). I valori in base ai quali Dario Fo si permette di gettare fango complottista sullo Stato degli ebrei ed il sionismo sono gli stessi che lo spingevano ad azioni ben note durante la Seconda Guerra Mondiale. Uno dei miei nonni è stato partigiano nella Repubblica dell'Ossola, dove poi ho passato le estati della mia adolescenza- e guarda che strano il mio gruppo di amici era composto di nipoti di partigiani, mentre quelli con cui ci si scazzottava più volentieri erano i nipoti dei fascisti (di quelli rimasti vivi, voglio dire: perché con un solo gesto contro i tedeschi avevano riscattato un ventennio di servilismi). Posso assicurare che ci sono precise ragioni per cui Dario Fo non si è mai fatto vedere nelle valli che ha percorso da giovane, "a cercare la bella morte", assieme a quei fascisti che continuarono nel loro servilismo.
Dario Fo e Pietro Ingrao sono solo due esempi, e neanche dei più disgustosi, della fauna che popola il pianeta della sovrapposizioni tra fascismo e terzomondismo. Un pianeta che merita di essere indagato, perché sotto le biografie c'è un terreno ideologico comune, fatto di esaltazione della austera e semplice Italia rurale contrapposta alla metropoli imperiale e corruttrice. Un quadro di valori che è stato tirato in ballo anche per fondare la politica estera, che novità, filoaraba. Ma che soprattutto ha fondato un immaginario fatto di opposizioni, Così se la parte del Bene è occupata dal mito dell'idillio immutabile (e gerarchicamente ordinato), la parte del Male è occupata dall'imperialismo (attenzione: da una parte degli uomini, dall'altra una ideologia) che distrugge con il denaro i legami ancestrali tra l'individuo e la terra. Dentro questo quadro ideologico gli ebrei sono, più o meno come tutto il resto, un simbolo. Ma sono un simbolo ambiguo.
Coerentemente con una storia ideologica che comprende anche pagine non proprio entusiasmanti di Marx, gli ebrei sono visti come agenti del capitalismo, che dissolve legami e sradica ulivi per impiantarvi centri commerciali. Ma siccome l'ideologia del sangue e del suolo ha portato alla Shoah, l'immaginario rossobruno, per mantenersi puro, deve manipolare anche la Shoah. Abbiamo quindi sensazionali rivelazioni, sul fatto che non solo gli ebrei ne sono stati vittime (fatto che nessuno nega, anche se forse sarebbe bene distinguere tra internamento e sterminio, per dire), che le sofferenze ebraiche sono state ingigantite per legittimare una catastrofe uguale o peggiore fatta patire ai palestinesi, fino al ridimensionamento, laddove la Shoah diventa solo uno dei tanti capitoli della storia dell'infamia umana. Perché l'uomo è cattivo e peccatore: il sottotesto cattolico di questa lettura della Shoah, così centrata sulle categorie della colpa, è fin troppo evidente.
L'immagine dell'ebreo che popola gli incubi dei rossobruni è infatti la stessa del fondamentalismo cattolico, che l'area antimperialista ha sdoganato, dopo gli anni in cui quel genere di nostalgie erano rappresentate da Irene Pivetti. Grazie a padre Benjamin e alle sue tirate contro i sei milioni (un numero a caso...) di bambini arabi uccisi indovina da chi, personaggi come Maurizio Blondet e Luigi Cuppertino sono usciti dalle fogne, hanno allargato il proprio pubblico in maniera insperata, dopo aver nascosto la camicia nera sotto il manto della religiosità comune a islamici e cattolici, coalizzati indovina contro quale nemico. Esito prevedibile, perlomeno da quando i libri di Israel Shahak hanno iniziato a venir pubblicati per le case editrici lefebvriane. Se l'antisemitismo è, soprattutto, la paura del potere degli ebrei, il cattolicesimo integralista si esercita da decenni ad attribuire al predetto eccessivo potere più o meno tutto quel che succede di male nel mondo, dalla breccia di Porta Pia in poi.
Nell'allucinato immaginario rossobruno, gli ebrei hanno potere perché c'è stata (o perché fanno credere ci sia stata) la Shoah. In altre parole: siccome esiste l'antisemitismo - o siccome gli ebrei sanno usare l'accusa di antisemitismo, gli ebrei (oppure Israele) hanno conquistato il potere di cui attualmente godono; e che, ovviamente, è pericoloso per l'intera umanità. Ecco perché una delle occupazioni preferite dai rossobruni è trvare i nuovi antisemitismi. Non soltanto i brutti libri della Fallaci sarebbero una versione anti-araba dei Protocolli dei Savi di Sion, ma esisterebbe anche un anti-latinoamericanismo (che si esprime quando non si plaude a Chavez e a Castro con il dovuto entusiasmo) ed ovviamente un anti-antifascismo. Le categorie prossime al Bene diventano nientemeno che delle razze e sono così ancora più prossime al bene assoluto. E se si continua a parlare di Shoah o di antisemitismo, si finisce per fare un favore alle forze del Male. E diventa così possibile sostenere che i palestinesi non si stanno ammazzando tra di loro (clan contro clan, più che partito contro partito) ma che muoiono perché il mondo intero è ricattato con l'accusa di antisemitismo.
Come se a Gaza la gente morisse perché bombardata con copie dei libri di Primo Levi.